29/04/16

Salviamo le antiche porte civiche di Catanzaro

Bisogna porre in atto interventi immediati per salvaguardare dai danni irreparabili le porte di S. Agostino e di Stratò, vecchi accessi alla Città di Catanzaro, nonché la torre Cavallara, che sovrasta il quartiere marinaro.
Devo ringraziare l’associazione ‘Catanzaro è la mia Città’ che attraverso questa petizione popolare (☞ http://www.petizionepubblica.it/PeticaoVer.aspx?pi=PorteCZ) ha rilanciato la proposta di salvaguardare questi importanti beni storici della mia città.
Catanzaro aveva un impianto difensivo complesso, come tutte le città medioevali, di questi manufatti, tuttavia, molti sono andati distrutti per via dei terremoti, alcuni sono stati abbattuti dagli uomini, altri sono stati inglobati in palazzi e altri ancora sono stati lasciati all’incuria. Dunque è necessario salvaguardare l’esistenza delle antiche porte della città per tutelare la conservazione della memoria nel Capoluogo di Regione della Calabria. Insieme agli attivisti del Meetup di Catanzaro, ho voluto fortemente approfondire la vicenda legata alla storia di questi beni storici per la città, che devono essere fruibili da turisti e cittadini per poter rappresentare un nuovo futuro della città, che deve rilanciarsi anche attraverso una migliore conoscenza del proprio passato. Per questo motivo ho depositato un'interrogazione parlamentare al Ministro dei beni culturali ‪Franceschini‬ al fine di promuovere investimenti per la ricostruzione dell'identità e della memoria storica della città di Catanzaro, la sua riqualificazione nonché la valorizzazione del suo patrimonio edilizio, architettonico, artistico e storico con particolare riferimento alle porte storiche della città anche attraverso la creazione di percorsi naturalistici che possano renderli più facilmente fruibili. Il Sindaco Abramo ed il Consiglio Comunale ora facciano quanto nelle loro possibilità per regalare alla nostra città la memoria storica che oggi le manca.
Se conosciamo meglio la nostra storia potremmo affrontare con successo il futuro!

24/04/16

Abusivismo edilizio: cosa fare?


Il problema principale nella lotta all’abusivismo edilizio risiede nell’inerzia degli enti locali preposti alla vigilanza e al contrasto e completamento delle pratiche abusive; è altrettanto chiaro il ruolo della disconoscenza da parte delle stesse degli strumenti finanziari messi a loro disposizione per portare a termine le procedure sanzionatorie e le ordinanze di demolizioni degli immobili abusivi, procedendo quindi al ripristino dei luoghi.
Lo diciamo ancora, i fondi ci sono:
  • le sanzioni (introdotte con l' emendamento M5S allo Sblocca Italia) previste dal testo unico sull’edilizia,
  • il fondo della Cassa Deposito e Prestiti (previsto dall’art. 32 DL 269/03)
  • il fondo di 10 min previsto dall’ultimo collegato ambientale (art. 52 L 221/2015)
  • il fondo di rotazione che può essere istituito da comuni e regioni sul modello usato dalla regione Lazio (L.R. 15/08 arte. 26, 27 e 28).
Altro grande nodo della questione è la mancanza di comunicazione, la condivisione pressoché assente dei dati relativi alle procedure sanzionatorie così come lo stato delle ordinanze di demolizione a cui si aggiunge la prevaricazione al limite del legale delle disposizioni delle amministrazioni locali sulle normative statali su cui, per esempio, la Corte dei Conti in Sicilia sta facendo puntuali verifiche.
In quanto alle leggi, lo abbiamo detto molte volte e gli esperti concordano: le norme ci sono, bisogna solo applicarle! Poniamo al primo posto quanto introdotto con  l'emendamento a prima firma Claudia Mannino allo Sblocca Italia (commi 4-bis, 4-ter e 4-quater art. 31 DPR 380/2001) che introduce le sanzioni per chi non esegue le ordinanze di demolizione: una sanzione da 2000 a 20000 euro da destinare esclusivamente al rifinanziamento di un fondo comunale destinato alla demolizione degli immobili abusivi.
Per risolvere il problema serve una volontà politica precisa: noi porteremo avanti atti ed azioni volti esclusivamente al rispetto delle norme vigenti tra cui:
  • la creazione di un fondo presso il Ministero delle Infrastrutture per sostenere i costi di demolizione vincolato ad una spesa preventiva
  • la promozione nella conferenza Stato-regioni di un coordinamento sulle politiche abitative
  • un protocollo d’intesa che porti alla fissazione di buone pratiche per uniformare le procedure e condividere le informazioni.
Per fare ciò serve un unico strumento efficace: il “Big Data”cioè l’informatizzazione di tutte le procedure, la costituzione di un’agenda digitale e della banda larga un unico strumento per un contrasto efficace all’abusivismo: l’istituzione di una piattaforma digitale che garantisca la comunicazione tra tutti i livelli istituzionali e velocizzi le attività della magistratura e delle amministrazioni locali. Banalmente si tratta di garantire dei livelli essenziali di decoro urbano, il “diritto alla città” per dei cittadini di oggi e quelli a venire.
Questa è la visione che come M5S vogliamo portare avanti sia come scelta etica e di giustizia nei confronti dei cittadini che si ostinano a rispettare le regole comuni (a partire dai piani regolatori comunali) sia per non continuare ad essere il fanalino di coda d’Europa la quale, mentre noi siamo ancora fermi a come completare 30 anni di sanatorie incomplete e migliaia di immobili abusivi da abbattere, sta già pensando al dopo il 2020  con quella che sarà la nuova programmazione urbana europea.

Claudia Mannino

Non vi faremo morire d'amianto!

La lotta alle patologie correlate all'esposizione delle fibre di amianto deve proseguire ed è urgente dare delle risposte efficaci a chi le aspetta da anni. I dati nazionali legati alla pericolosità dell'amianto, a oltre venti anni dall'entrata in vigore della legge 27 marzo 1992, n. 257, che ha sancito il divieto di estrazione, commercializzazione e produzione di amianto, sono ancora drammatici: l'Ufficio internazionale del lavoro calcola che i casi di morte dovuti all'asbesto, patologia correlata all'esposizione all'amianto, sono circa 120.000 all'anno. A livello nazionale sono stimati dall'Osservatorio nazionale amianto (ONA) in circa 1.500 all'anno i casi di mesotelioma (per i diversi organi colpiti), e in circa 3.000 i casi di neoplasie polmonari asbesto correlate, per un totale di circa 5.000 decessi per patologie asbesto correlate, comprendendo le fibrosi polmonari e le altre patologie asbesto correlate.
È necessario, anche in linea con il recepimento della direttiva 2009/148/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 novembre 2009, sulla protezione dei lavoratori contro i rischi connessi con l'esposizione all'amianto, di ridurre il rischio per l'incolumità e per la salute pubbliche conseguente alla presenza di amianto nei luoghi di vita e di lavoro.
Le vicende giudiziarie e sanitarie strettamente correlate con le progressive acquisizioni scientifiche legate al riconoscimento della pericolosità dell'esposizione all'amianto o a materiali contenenti amianto risalgono all'inizio del novecento. Già il tribunale di Torino, con una sentenza del 1908, che aveva definito la causa iscritta al n. 1197/1906, promossa dalla società anonima The British Asbestos company Limited contro l'avvocato Carlo Pich, aveva rigettato la domanda risarcitoria sul presupposto che «Le acquisizioni del Congresso internazionale di Milano sulle malattie professionali in cui venne riconosciuto che fra le attività più pericolose sulla mortalità dei lavoratori vi sono quelle indicate col nome di polverose e fra queste in prima linea quelle in cui si sollevano polveri minerali e tra le polveri minerali le più pericolose sono quelle provenienti da sostanze silicee come l'amianto perché ledono le vie respiratorie quando non giungono fino al polmone».
Com’è noto, l'inalazione da amianto (il cui uso è stato vietato in assoluto dalla legge 27 marzo 1992, n. 257) è ritenuta, da ben oltre i tempi citati, di grande lesività della salute (se ne fa cenno nel regio decreto 14 giugno 1909, n. 442 in tema di lavori ritenuti insalubri per donne e fanciulli ed esistono precedenti giurisprudenziali risalenti al 1906) e la malattia da inalazione da amianto, ovvero l'asbestosi (conosciuta fin dai primi del ’900 ed inserita nelle malattie professionali dalla legge 12 aprile 1943, n. 455), è ritenuta conseguenza diretta, potenzialmente mortale, e comunque sicuramente produttrice di una significativa abbreviazione della vita se non altro per le patologie respiratorie e cardiocircolatorie ad essa correlate.
Già il nostro Paese è stato lungamente inadempiente, tanto che dovettero intervenire le istituzioni europee, in quanto l'Italia non aveva recepito la direttiva 83/477/CEE, «Sulla protezione dei lavoratori contro i rischi connessi con una esposizione ad amianto durante il lavoro», entro il termine del 1o gennaio 1987, cui seguì la procedura di infrazione n. 240/89, che fu definita con la decisione di condanna della Corte di giustizia dell'Unione europea del 13 dicembre 1990 e che reca il seguente tenore letterale: «(...) la Corte dichiara e statuisce: 1) La Repubblica italiana, non adottando nei termini prescritti i provvedimenti, diversi da quelli relativi alle attività estrattive dell'amianto, necessari per conformarsi alla direttiva del Consiglio 19 settembre 1983, 83/477/CEE, sulla tutela dei lavoratori contro i rischi connessi ad un'esposizione all'amianto durante il lavoro, è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza del Trattato CEE (...)».
L'ultima «Conferenza governativa sull'amianto e le patologie asbesto correlate: stato dell'arte e prospettive» che si è svolta a Venezia dal 22 al 24 novembre 2012 ha fatto emergere fra l'altro la presenza di oltre 40 mila siti con presenza di amianto in Italia, di cui 400 a rischio molto alto.
La ricognizione sullo stato di attuazione della legge 257 ha evidenziato un'omogeneità nazionale di non attuazione: mancano linee guida in molte regioni, la progressione delle bonifiche è di circa l'1 per cento all'anno dell'amianto presente in Italia nel 1992 (si parla del solo smaltimento legale), e con il ritmo che si è tenuto in questi vent'anni si ritiene che siano necessari ancora almeno 60 anni di lavoro. Dati decisamente approssimativi se si pensa che Sicilia e Calabria non avevano comunicato alcun dato al momento della conferenza di Venezia e che gli utilizzatori indiretti di amianto nelle attività produttive non redigono sistematicamente la relazione annuale. Mancano ancora dati di mappatura dell'amianto nelle scuole per oltre la metà della regioni italiane e ciò non è accettabile se si pensa che le patologie asbesto correlate hanno una latenza prolungata e che potrebbero colpire in particolare le fasce di minore età.
Per quanto riguarda la mappatura, esistono sistemi di individuazione dell'amianto visibile dall'alto anche a costi decisamente bassi. Si segnala che i Centri Operativi Regionali (COR) afferenti al Registro nazionale mesoteliomi hanno subìto un depotenziamento che determina la riduzione delle informazioni ottenute da parte degli esposti e che non consente di compilare un registro degli esposti, aggravando la carenza generale di dati in merito ai siti e alle attività produttive contaminate e impedendo la corretta sorveglianza epidemiologica.
È da rilevare che oltre l'80 per cento delle circa 440 mila tonnellate di amianto smaltite negli ultimi anni in Italia è stata spedita all'estero, con costi aggiuntivi e incremento dei rischi durante il trasporto. Il costo medio di smaltimento dell'amianto è di 900 euro a tonnellata se esportato (550 per la rimozione, 250 per il conferimento in discarica e 100 euro per il trasporto). L'individuazione di siti regionali compatibili con lo smaltimento che rispondano a criteri di idoneità geologica, paesaggistica e ambientale potrebbe portare a una bonifica a «kilometri zero», che dovrebbe passare naturalmente per il coinvolgimento delle popolazioni interessate anche in merito alla necessità di riduzione del rischio in relazione al progressivo deterioramento dei materiali contenenti amianto presenti in tutto il Paese e garantendo la massima trasparenza dei dati dei controlli dell'inquinamento delle matrici ambientali circostanti gli impianti, coinvolgendo personale di età prossima alla pensione negli impianti stessi per i già citati dati di latenza dello sviluppo di patologie.
Il piano nazionale amianto del Governo Monti, scaturito anche dalla Conferenza di Venezia, seppur contenga buoni spunti, deve ancora essere approvato dalla Conferenza Stato/regioni ed è bloccato al Ministero dell'economia e delle finanze per la mancanza di coperture; stante l'urgenza che l'attuale Governo attui i provvedimenti necessari a far fronte a questo tema.
Nel corso della recente seconda conferenza internazionale dell'Osservatorio nazionale amianto (ONA onlus) tenutasi nell'aula dei gruppi della Camera il 20 marzo 2014, dove è stata data voce alle Istituzioni, alle associazioni di esposti, ai cittadini e a eminenti scienziati, è emersa oltretutto la necessità di un piano amianto alternativo a quello governativo, che miri in maniera più decisa alla prevenzione primaria, alla ricerca scientifica, alla interdizione dei crimini ambientali lesivi della dignità e dell'incolumità della persona, e che attraverso la valorizzazione delle associazioni e delle autonomie locali possa permettere di affrontare e risolvere questo enorme problema.
È necessario che, in linea con il piano governativo e i piani delle associazioni di esposti all'amianto, siano stabiliti altresì termini specifici e tassativi per eseguire e per portare a termine la mappatura delle zone del territorio nazionale interessate dalla presenza di amianto, nonché la bonifica, ai sensi dell'articolo 20 della legge n. 93 del 2001 e del regolamento di cui al decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare n. 101 del 2003, atteso che l'assenza di termine finale rischia di prorogare sine die gli interventi di bonifica e di esporre a rischio cittadini e lavoratori, con maggior rischio di insorgenza di malattie e lesione della pubblica incolumità e con maggiori oneri sociali e sanitari; è urgente stabilire, inoltre, i termini perentori per la decontaminazione dei luoghi di lavoro in ambito civile e militare, e per il divieto di esposizione all'amianto,

Di seguito gli impegni al Governo della risoluzione che abbiamo depositato e approvato in commissione Ambiente della Camera dei Deputati:

  • verificare, d'intesa con le regioni, che entro il 30 giugno 2015 sia eseguita la mappatura dell'amianto contenuto nelle scuole, per tutte le regioni italiane, e si proceda entro il 1o gennaio 2020 alla rimozione dello stesso; 
  • verificare che sia terminata la mappatura dell'amianto in tutti gli altri locali pubblici e aperti al pubblico entro il 31 dicembre 2016; 
  • fare in modo che le amministrazioni competenti e i proprietari privati provvedano alla bonifica dell'amianto o dei materiali contenenti amianto entro il 1o gennaio 2020, anche assumendo iniziative normative per introdurre nel codice penale, specifiche fattispecie di reato che puniscano la violazione di tali obblighi e prevedendo l'inasprimento delle sanzioni per fattispecie penali già vigenti; 
  • verificare, d'intesa con le Regioni, che sia terminata la mappatura dell'amianto nei luoghi di lavoro dove i lavoratori sono, o possono essere, esposti alla polvere proveniente da amianto o da materiali contenenti amianto ivi presente, e a verificare in particolare la presenza di amianto dispersibile in ciascuna attività professionale civile e militare entro il 31 dicembre 2015, verificando, altresì, che il datore di lavoro, indipendentemente dalla concentrazione di amianto in sospensione e dal periodo di esposizione del lavoratore, provveda alla bonifica di tali materiali entro il 1o gennaio 2020, anche utilizzando fondi propri del finanziamento dello specifico settore, anche assumendo iniziative per introdurre nel codice penale, specifiche fattispecie di reato che puniscano la violazione di tali obblighi o prevedendo l'inasprimento delle sanzioni per fattispecie penali già vigenti; 
  • assumere iniziative affinché per le coperture installate a seguito di sostituzione di opere contenenti amianto siano utilizzati materiali idonei al loro recupero e al loro riciclo in caso di successiva rimozione e ad obbligare la progressiva sostituzione dei materiali in amianto con altri prodotti di uso equivalente non contenenti amianto e altre sostanze cancerogene, con divieto assoluto di esposizione; 
  • assumere iniziative affinché entro il 1o gennaio 2015, la presenza di amianto, in qualunque luogo, sia evidenziata con l'apposizione di un'etichetta chiara e visibile recante l'indicazione della presenza di amianto e il simbolo del teschio raffigurante la morte; 
  • verificare per quanto di competenza l'effettiva emanazione di linee guida regionali che comprendano l'informatizzazione dei processi di bonifica, la georeferenziazione e l'individuazione di siti idonei allo stoccaggio dell'amianto in ciascuna regione italiana entro il 1o gennaio 2015, in un'ottica di filiera corta di gestione, di riduzione del rischio e dei costi;
  • determinare la sicurezza delle varie tipologie di siti di stoccaggio proposti, a partire da quelli che consentano una minore dispersione in qualsiasi elemento (ad esempio gallerie stradali o ferroviarie dismesse); 
  • verificare i sistemi di tracciabilità dell'amianto, determinando con precisione quantitativi e costi dello smaltimento estero, al fine anche di consentire investimenti nazionali per la messa in sicurezza dell'amianto, che stimolino a uno smaltimento sostenibile; 
  • determinare un prezziario nazionale sulle singole tipologie di opere di bonifica; 
  • predisporre misure di defiscalizzazione per gli interventi di rimozione dell'amianto dagli edifici privati; 
  • prevedere per gli interventi eseguiti entro il 31 dicembre 2019, anche su capannoni agricoli e strutture montane che dall'imposta lorda si detragga un importo pari al 72 per cento delle spese documentate, fino a un ammontare complessivo delle spese non superiore a 96.000 euro per unità immobiliare; 
  • individuare forme di incentivazione e sostegno selettive e mirate finalizzate agli interventi di rimozione dell'amianto, anche contestualmente alla realizzazione di pannelli fotovoltaici, garantendo l'accesso a tali forme di finanziamento anche alle imprese; 
  • prorogare, stabilizzandole, le detrazioni per interventi di ristrutturazione e di efficientamento energetico che riguardano la bonifica dell'amianto; 
  • prevedere in via prioritaria, le attività di bonifica nei siti ad alto rischio in contesto urbano quali scuole, caserme ed ospedali attraverso specifiche risorse allocate in un apposito fondo statale gestito dai Ministeri della salute, dell'ambiente e del lavoro così come indicato anche nel Piano nazionale amianto del Ministero della salute. 
Ma il MoVimento 5 Stelle non si è fermato qui, ecco una selezione di proposte che abbiamo fatto sull'amianto: DOSSIER M5S: NON VI FAREMO MORIRE D'AMIANTO.

I FONDI EUROPEI PER RIMUOVERE L'AMIANTO
Comuni e Regioni hanno un'occasione d'oro. I fondi europei possono essere usati per bonificare l'amianto dagli edifici pubblici. Come denunciato dal Movimento 5 Stelle l'amianto non è stato ancora rimosso dal 98% degli edifici pubblici e dei luoghi di lavoro in cui è presente. Tetti, tegole, pavimento dei cortili, protezioni da calore sono una minaccia alla salute degli italiani. Negli ultimi 20 anni le vittime dimesotelioma (il cancro dell'amianto) sono state 21.463. Considerando i tumori a polmoni, laringe, esofago e testicoli i decessi totali superano le 30 mila unità. Solo le bonifiche possono salvare le vite umane. L'Europa adesso tende una mano a Comuni e Regioni. Nell'accordo di partenariato Italia-Ue per la programmazione dei fondi 2014-2020 si prevede la possibilità di smaltire l'amianto e ristrutturare il patrimonio edilizio, anche con finalità di risparmio energetico. Tutti gli enti locali e regionali devono attivarsi per sfruttare questa possibilità che finora era stata esplorata solo in minima parte. Il disco verde è arrivato dalla Commissione europea che, in risposta a una interrogazione presentata dal portavoce Ignazio Corrao, ha aperto all'uso dei Fondi strutturali e d'investimento europei, in gestione concorrente, per sostenere la rimozione di amianto dagli edifici, purché, dice la Commissaria Cretu, sussistano evidenti legami con le priorità di investimento elencate nei programmi nazionali o regionali. Nonostante, dunque, sia stato concesso all'Italia di prevedere la rimozione dell'amianto tramite bandi appositi nei diversi Programmi Operativi a valere sul FESR, sono ancora pochissimi i Comuni in cui la mappatura degli edifici con amianto è stata completata. Un uso intelligente ed ecosostenibile dei fondi è un mezzo per arginare i rischi legati alla salute, ma anche per favorire la crescita occupazionale e ridurre il consumo di suolo. Il Parlamento europeo, lo scorso 25 novembre, grazie a due emendamenti presentati dai portavoce del Movimento 5 Stelle - Laura Agea, Tiziana Beghin, Rosa D'Amato e Piernicola Pedicini - ha bacchettato l'Italia che dell'amianto se ne frega. Nel primo, si chiede alla Commissione europea di finanziare con fondi adeguati i piani d'azione nazionale e la rimozione dell'amianto. Nel secondo, si chiede che tutti gli Stati membri facciano un censimento vero, conformemente alla direttiva europea approvata nel 2009, e risarciscano i lavoratori vittime dell'esposizione all'amianto. Se non fosse chiaro, ci sono i soldi per rimuovere l'amianto. Basta solo volerlo.

VIDEO. I portavoce al Parlamento europeo Ignazio Corrao e Rosa D'Amato spiegano come cogliere l'opportunità dei fondi europei. Per l'amianto, ma non solo



21/04/16

Il programma energetico del MoVimento: #energia5stelle

Qual è la situazione dell’energia in Italia? Se ne è parlato tanto prima del referendum sulle trivelle: il nostro è un Paese non autosufficiente, dipendente dalle forniture estere, e soprattutto ancora vincolato alle fonti fossili. Malgrado il grande sviluppo delle rinnovabili negli scorsi anni, che prometteva finalmente l’avvio del cambio di paradigma, molto provvedimenti del governo hanno posto ostacoli a tale cammino: cambio degli incentivi alle rinnovabili, rallentamenti nelle disposizioni relative alle reti, e soprattutto aiuti di Stato alle fonti fossili volti a tenere in vita un mercato che da solo, probabilmente, si avvierebbe alla sua fine naturale.
Il problema è che per progettare un piano energetico nazionale occorre voler pensare nell’ordine di decenni. Occorre avere una visione, un obiettivo a lungo periodo a cui si cerca di tendere, tutte caratteristiche di cui i politici fanno volentieri a meno concentrati come sono sui titoli di domattina o al massimo le prossime elezioni. Le sorti del Paese fra venti o trent’anni interessano poco o nulla.
Il M5S, movimento di cittadini, per sua natura pensa al futuro ed alle prossime generazioni, alla sostenibilità ambientale ed all’indipendenza energetica del Paese. Per questo il Programma Energia che abbiamo appena presentato avrà effetto sul sistema energetico a partire dal 2020 e la completa uscita dalle fonti fossili entro il 2050. Questi i punti principali:

Al 2020:
Carbone fuori dal sistema entro il 2020
Le centrali a gas naturale saranno per prime chiamate a sostituire le centrali a carbone in uscita ma non dovranno essere costruite nuove centrali a fonti fossili. Nel medio periodo sarà favorita la migrazione dei consumi termici verso l’elettrico, in particolare per l’autoproduzione da fonti rinnovabili; dovrà essere risolta la dipendenza dei trasporti dai prodotti petroliferi: trasporto collettivo e mobilità elettrica, a supporto anche della gestione del sistema energetico.

Al 2040:

Petrolio fuori dal sistema entro il 2040 (esclusi Agricoltura e Aviazione)
Progressivamente le fonti rinnovabili quali solare fotovoltaico, eolico, idroelettrico e bioenergie sostituiranno le altre fonti

Al 2050:

Efficienza energetica à riduzione di oltre il 35% consumi finali energia quale obiettivo minimo
Gas naturale fuori dal sistema prima del 2050
Rinnovabili unica fonte interna nel 2050
Forte penetrazione del vettore elettrico

I fondi

Dove trovare i fondi? Dal punto di vista economico riteniamo che occorra fare scelte differenti rispetto a quelle di questo governo e dei governi che lo hanno preceduto. Gli aiuti di Stato alle fonti fossili ammontano oggi a ben 13 miliardi di euro l’anno, un vero “spreco di energia” da parte del Paese. Dai sussidi ai trasporti, al tristemente famoso CIP6, alle trivellazioni, alle autostrade, a esenzioni e riduzioni a pioggia, si tratta di una continua erogazione che tenta di tenere in piedi un settore asfittico.Questi fondi possono essere impiegati in modo molto più proficuo per preparare l’Italia a quel futuro diverso verso cui molti altri Paesi si stanno già orientando, non ultimo il settore della ricerca. Per questo un piano energia diventa anche una manovra economica: perché ha una ricaduta su tutti gli aspetti della società.

Si può fare!

Noi crediamo che “modernizzare”non significhi, come sostiene il governo, aiutare ancora le trivelle, ma aiutare l’Italia ad uscire da un paradigma ormai vecchio di cento anni e orientarla al più presto ad una transizione energetica oramai inevitabile. Il MoVimento 5 Stelle questa visione, e questa intenzione, le ha.

Scarica il Programma Energia in formato pdf

Scarica le slide della presentazione

treaming il Programma Energia nato grazie a due anni di lavoro, un tavolo tecnico permanente con esperti del settore, un confronto con i territorio e l’analisi costante dei macrodati economici .


Il M5S difende i giovani disoccupati calabresi

Sugli intoppi del «Programma Stage(s) 2008» che rischiano di penalizzare i 145 candidati a lavorare per 18 mesi in Calabria, con la collega Dalila Nesci abbiamo interrogato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, per sapere «se sia confermata, per i giovani in attesa, la possibilità di iniziare in ogni caso il programma» e «quali urgenti iniziative di competenza intenda assumere per accelerare il completamento degli adempimenti burocratici affinché gli interessati comincino al più presto a lavorare».
La vicenda conferma la perdurante incapacità dell'amministrazione calabrese di gestire programmi legati a risorse dell'Unione europea, di ridurre in modo significativo la disoccupazione e la difficoltà sociale, nonché di alimentare economie e sviluppo nel territorio; come ha più volte ricordato anche Laura Ferrara, parlamentare europea del MoVimento 5 Stelle.
In ‪‎Calabria‬ bisogna sconfiggere la sufficienza, l'approssimazione e la sciatteria che non di rado caratterizzano vari uffici regionali, evidentemente molto poco controllati dalla politica che governa.
Centrodestra e centrosinistra hanno mostrato pari capacità di ritardo, improvvisazione e inefficacia nell'amministrazione regionale; spesso a discapito dei giovani, i più penalizzati per mancanza di opportunità, per una riforma delle pensioni tutta sballata e per la precarietà imposta da un capitalismo finanziario disumano, che usa il Pd come strumento del proprio dominio.

LEGGI ANCHE:
Stabilizzare i giovani del programma stages
Giusta la protesta dei giovani laureati del programma stage 2008

Il "ripascimento" a Villa San Giovanni (RC) #MessinaRispondi!

Guarda il video

Vogliamo vederci chiaro sul ripascimento del litorale di Villa San Giovanni ed aspettiamo ancora una risposta dal Sindaco alla nostra lettera di 20 giorni fa.
Avevo scritto al Dr. Messina chiedendo lumi su cosa stesse avvenendo ai lavori di ripascimento, che si sarebbero dovuti concludere ormai 3 anni fa e che sono costati alla collettività più di 4 milioni di euro. Il giorno in cui scrissi la lettera indirizzata al Sindaco doveva ancora avvenire il sequestro della cava da cui probabilmente veniva estratta la terra utilizzata per ricreare la spiaggia.
Villa San Giovanni è interessata da un grave problema di erosione costiera che ne ha ridotto notevolmente il tratto di spiaggia portando il mare sin sotto le mura che sostengono il lungomare. Si sono così creati grossi danni alla struttura ed alla sicurezza della strada stessa. Il Dottor Messina, per fronteggiare l’erosione, sin dal 2011, prima in veste di vice sindaco ed ora come primo cittadino, ha disposto l'avvio ed il successivo proseguimento dei lavori di ripascimento che stanno interessando quasi tutto il tratto di costa della città.
Da questo video si evince che per il ripascimento sia stata utilizzata della volgarissima terra proveniente in parte dal cantiere autostradale ed in parte dallo smembramento di una collina senza che fosse stata prima rimossa l’immondizia presente sulla spiaggia. Questo ha causato un grave danno ambientale sia nel mare, prima ricco di flora e fauna, che nelle spiagge, dove prima si trovava una sabbia naturale bianca.
Spero che al silenzio del Sindaco segua almeno il suo diretto interessamento sulla vicenda, anche al fine di scongiurare ulteriori danni ambientali che possano rovinare un territorio con tutte le caratteristiche per essere inserito tra i siti patrimonio dell’Unesco.

#‎MessinaRispondi‬

Gazzetta del Sud del 21/04/2016

Tuteliamo la Cipolla di Tropea (IGP) dalla contraffazione

Abbiamo interrogato sul tema il Ministro dell’Agricoltura perché il fenomeno della contraffazione di uno dei prodotti fiore all’occhiello dell’agricoltura calabrese, sta mettendo a repentaglio gli agricoltori che con onestà cercano di farlo conoscere nel mondo. Ogni anno vengono prodotti circa 200mila quintali di cipolla rossa di Tropea Igp, ma sul mercato ne finiscono diversi milioni. Vuol dire che gran parte del prodotto che troviamo in commercio non può essere venduto fregiandosi del marchio di Indicazione Geografica Protetta concesso dall’Ue. Per arginare il fenomeno della contraffazione della cipolla rossa di Tropea Igp bisogna costituire un tavolo di crisi che coinvolga gli attori della filiera di produzione, la Regione Calabria e gli enti locali interessati.
Recentemente il Direttore Generale del Dipartimento dell’Ispettore centrale della tutela della qualità e della repressione frodi di prodotti agro-alimentari, in risposta ad un quesito posto da un imprenditore agricolo calabrese specializzato nella produzione della cipolla rossa di Tropea, ha affermato che il metodo di ottenimento del prodotto è esclusivamente quello descritto all’art. 5 del disciplinare di produzione che non prevede la coltivazione in serra.
Vista la grande quantità di frodi in atto è necessario disporre un controllo capillare da parte delle autorità preposte al fine di arginarne il fenomeno. Il governo già due anni fa aveva promesso la creazione di un tavolo di crisi che coinvolgesse il Consorzio e le istituzioni locali per studiare altre forme di contrasto al fenomeno della contraffazione, che rischia di uccidere uno dei prodotti cardine della nostra agricoltura, conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo.
Come è possibile che dopo due anni e mezzo non sia stato ancora costituito il tavolo di crisi sulla cipolla rossa di Tropea? Il Ministro Martina e Mario Oliverio si diano una svegliata, ora è il tempo di tenere fede a quella promessa!




Nicola Gratteri, benvenuto a Catanzaro!

Finalmente è stata ufficialmente annunciata la nomina di Nicola Gratteri alla guida della Procura di ‎Catanzaro‬. È una notizia che ci rallegra e ci riempie di speranza. Catanzaro e la ‪Calabria‬ avevano bisogno di una guida autorevole, che ridesse nuova linfa al sistema giudiziario.
Abbiamo la certezza che Gratteri saprà donare nuovamente fiducia nella giustizia e che il suo lavoro possa abbattere il muro di omertà (anche politica) che pervade la mia terra.
Spero di poter incontrare presto il nuovo Procuratore di Catanzaro, per augurargli buon lavoro e per riprendere il discorso relativo ai diversi esposti presentati dal ‪M5S‬ per denunciare gli abusi della classe politica che ha guidato negli ultimi anni la Regione Calabria.

20/04/16

L'acqua non si vende, l'acqua di difende!


L'acqua secondo il PD è chiaramente a gestione PRIVATA! Oggi il PD ha calato la maschera. Dopo aver stravolto la legge popolare in commissione ambiente a suo uso e consumo, il Governo non accetta neanche la stessa modifica del PD alla legge popolare e decide di eliminare la parola "prioritariamente" per l'affidamento della gestione In House dell'Acqua. È il solito teatrino del PD che sosteneva in questo modo di rispettare la volontà popolare. Ma così hanno definitivamente calato la maschera»: è il commento dei deputati della Commissione Ambiente del M5S alla Camera.«Signori cari - dice la portavoce Federica Daga - non si interpreta un referendum che parla chiaro, 27 milioni di cittadini hanno chiesto di gestire l'acqua con enti di diritto pubblico e facendo partecipare la cittadinanza nelle decisioni che li riguarda. La legge popolare che hanno distrutto era l'unica risposta allo straordinario risultato del 2011. Il PD in Commissione ha tolto la possibilità ai Comuni di ripubblicizzare il servizio idrico, Comuni già strozzati dalle politiche di austerità, Comuni che sono invitati e grazie al Testo Unico dei Servizi Pubblici Locali del ministro Madia, obbligati a mettere sul mercato l'Acqua. Ora la legge stravolta dalla quale abbiamo voluto togliere le firme, perché siamo custodi della volontà dei cittadini e la vogliamo rispettare fino in fondo, altro non è che un pezzo di carta straccia che mette nero su bianco la fotografia attuale della gestione dell'acqua. Quindi questa legge è stata usata dal PD per tentare di lavarsi la faccia dalla privatizzazione spinta che imperversa da 20 anni e che noi vogliamo combattere per togliere l'acqua dal mercato e rispettare la volontà di 27milioni cittadini. Il PD può continuare ad ignorare il risultato del referendum ma non lo può cancellare. Per sua natura l'Acqua scorre, non si può fermare l'onda inarrestabile dell'acqua pubblica schiacciando un pulsante in Aula. La battaglia per l'Acqua Bene Comune non finisce qui.


La corruzione politica in Calabria è dilagante

Andrea Niglia lasci la poltrona di sindaco di Briatico e la presidenza della provincia di Vibo Valentia, poiché indagato dalla DDA di Catanzaro per concorso esterno in associazione mafiosa con l'accusa di aver favorito la cosca Accorinti.
Non si può accettare che rimanga ancora al governo Niglia, eletto presidente della provincia di Vibo il 28 settembre 2014 con l’appoggio dei renziani del PD, esponenti di Ncd, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Su Niglia pesa questo ennesimo macigno, giunto a breve distanza dalla pronuncia della Cassazione di decadenza dalle cariche per incandidabilità connessa a llo scioglimento per infiltrazioni mafiose, nel 2012, degli organi elettivi del Comune di Briatico.
Lo Stato ha colpevolmente abbandonato la Provincia di Vibo Valentia, già segnata in profondità da casi di malaffare e gravi tradimenti in ruoli di responsabilità pubblica, con un territorio inquinato e impoverito dalla 'ndrangheta. Le contiguità sono enormi sul posto, per cui la vita democratica è impossibile, il voto è inquinato e gli effetti si vedono tutti,nell'amministrazione pubblica e nel tessuto economico e sociale, per certo tra i più poveri d'Europa. La vicenda Niglia è diventata una vergognosa telenovela, con continui rinvii per cavilli giuridici e con altrettanti rimpalli di decisioni. Nel frattempo, i partiti che fecero eleggere Niglia alla presidenza della Provincia di Vibo Valentia, dal Pd a Ncd, Forza Italia e Fratelli d'Italia, sono muti e fermi, quindi compartecipi.

In Calabria conta il coraggio!

Una volta, parlando di ‪'ndrangheta‬, dissi che la “logica del loro successo sta nella paura del nostro silenzio”. È proprio grazie alla paura ed al silenzio che la ‘ndrangheta è divenuta nel tempo l’organizzazione criminale più potente d’Europa. Per questo motivo cittadini e giornalisti che hanno il coraggio di denunciare la ‘ndrangheta divengono punti di riferimento per la gente onesta. I giornalisti capaci di fare vera denuncia, in Calabria, sono pochi e non perché siano incapaci, ma perché in Calabria per fare certe cose ci vuole coraggio.
Per questo motivo voglio dimostrare la mia stima e la mia solidarietà a Pietro Comito. Nel 2011 ebbe il coraggio di denunciare pubblicamente gli intrecci tra la ‘ndrina e gli amministratori politici di Briatico (VV). Oggi riemerge il suo coraggio e ciò che gli accadde grazie all’inchiesta “Costa Pulita”, che ha portato all’indagine dei politici e all'arresto di malviventi che lui denunciò e da cui ricevette pesanti minacce.
Onore al coraggio di Pietro. Voglio che lui sappia che sono gli sono vicino, esattamente come sono vicino a tutti i cittadini ed i professionisti che ogni giorno hanno il coraggio di ribellarsi allo strapotere della ‘ndrangheta.
Per garantire la massima sicurezza e per preservare la libertà dei giornalisti che, come Pietro, lavorano in aree dominate dalle mafie e dagli altri poteri illegali, servono atti concreti. Per questo motivo, insieme agli altri portavoce calabresi del ‪‎M5S‬ abbiamo presentato un'interrogazione parlamentare al Ministro degli interni Angelino Alfano al fine di garantire la massima sicurezza e tranquillità al professionista dell’informazione.

19/04/16

Quelle ferriti interrate fra gli agrumi nella sibaritide...

Governo e Regione ‪Calabria‬ diano risposte concrete su quelle ferriti interrate fra gli agrumi e sulle tante famiglie corrose dal cancro!
Oggi ho interrogato i Ministri dell'Ambiente ‪Galletti‬ e della Salute ‪Lorenzin‬ perchè bisogna accertare la reale entità dello smaltimento di rifiuti pericolosi da parte della Sindyal nel territorio del Comune di Cassano Allo Ionio (CS), che a quanto pare è di ben altra portata rispetto alle zone già bonificate nel 2011.
A novembre dello scorso anno, infatti, è stata sequestrata un’area di 30mila metri quadrati in Località Lattughelle, in quanto è stata accertata la presenza di altri rifiuti pericolosi. Cassano allo Ionio è un Comune in cui è altissima l’incidenza tumorale e dunque il Ministro Lorenzin deve fare in modo che vengano incrociati i risultati delle analisi del territorio con quelle dei pazienti della zona per appurare l’eventuale corrispondenza tra l’inquinamento ed una così alta incidenza tumorale.
Nelle aree sottoposte a sequestro in cui sono stati ritrovati i rifiuti pericolosi, tra cui ferrite e zinco, non si è proceduto alla rimozione né all’attribuzione degli stessi alla Sindyal, che probabilmente ha utilizzato anche altre aree per smaltire illecitamente. I cittadini della sibaritide continuano a morire in silenzio e meritano giustizia. La speranza è che in tempi rapidi si giunga ad un’analisi epidemiologica, che accerti la corrispondenza tra l’inquinamento del suolo e l’altissima incidenza tumorale. La consapevolezza delle dimensioni reali della vicenda potrà sicuramente aiutare le autorità ad intervenire prontamente per evitare che questo disastro ambientale continui a mietere vittime.
Il disastro si ripercuote anche sull’economia della zona che, come sappiamo, è incentrata sulla coltivazione degli agrumi. Bisogna intervenire con decisione nelle bonifiche, anche per rilanciare l’agrumicoltura e tutelare l’agricoltura della sibaritide.
Purtroppo il dramma inquinamento in Calabria non si ferma a Cassano allo Ionio. Da quando sono in parlamento ho segnalato al Ministro dell’Ambiente centinaia di casi di inquinamento che in molti dei casi deriva dallo smaltimento illecito di rifiuti. Nonostante tutto, però, il piano bonifiche della Regione Calabria continua ad essere fermo al 2002...

17/04/16

Grazie agli oltre 15 milioni di cittadini che hanno detto SI alla democrazia!


Grazie agli oltre 15 milioni di cittadini che hanno detto SI alla democrazia ed un futuro con mari puliti, energie rinnovabili, efficienza energetica e turismo sostenibile!
Sono tantissimi e hanno combattuto una battaglia da eroi della democrazia.
Hanno combattuto come milioni di semplici Davide del Mondo Pulito contro i Golia delle lobby del petrolio di Trivellopoli e della disinformazione.
Lo hanno fatto affrontando 8 mesi di totale disinformazione su questo referendum, con trasmissioni che dichiaravano che si votava solo in 9 Regioni , alle bufale sui ‘posti di lavoro a rischio’ oppure quella che 'si sono sprecati 300 milioni di euro', quando è stato il Governo a non volere l’accorpamento con le elezioni amministrative, proprio per evitare di raggiungere il quorum.
Lo hanno fatto affrontando il vergognoso Governo di Trivellopoli ed un vergognoso ex presidente della Repubblica, che violando la Costituzione sulla quale hanno giurato (“articolo 48: Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”) hanno invitato all’astensione.
Invitavano al ‘non voto’ facendo leva, per il mancato raggiungimento del quorum, su quella parte di cittadini che si astengono in maniera "fisiologica" ( ed in questi tempi toccano il 40% dell’elettorato).
Il Movimento 5 Stelle da sempre si batte per l’abolizione del quorum nei referendum, perché negli strumenti di democrazia diretta solo chi partecipa deve contare e decidere.
Ma chi ama la democrazia, soprattutto diretta e lotta per questa ogni giorno partecipando, informandosi e attivandosi nelle proprie comunità, vince sempre.
Oggi chi ha perso, soprattutto la faccia, sono il Governo del Bomba e l’ex presidente della Repubblica che hanno dimostrato di non amare la democrazia, la partecipazione civica e la Costituzione sulla quale hanno giurato.
Questa sera si riparte verso il futuro. Da oltre 15 milioni di cittadini che vogliono un futuro diverso per portare il Paese verso uno sviluppo energetico differente, che può essere già realtà con le rinnovabili che producono il 40% dell’elettricità. Il M5S ha già un piano energetico nazionale frutto di un anno e mezzo di lavoro con esperti e confronti. Siamo pronti a dimostrare che con le tecnologie oggi disponibili è già possibile cambiare il Paese e liberarlo in pochi anni da carbone e inceneritori ed arrivare al 2050 senza petrolio.
"Non si può battere una persona che non si arrende mai” (Babe Ruth)

Calabresi SVEGLIA!


ANDATE A VOTARE C'È TEMPO FINO ALLE ORE 23!
Volete che le piattaforme a largo di Crotone rimangano lì davanti i nostri occhi fino a quando il giacimento non sarà esaurito?
Volete che la nostra costa, una volta ammirata da Pitagora, rimanga in preda dell’Eni e delle sue controllate? Il fenomeno della subsidenza (abbassamento della crosta terrestre) potrebbe divorare l'intero territorio crotonese dovuto proprio all’attività di estrazione delle trivelle che tirano fuori circa un miliardo di metri cubi ogni anno dal Mar Ionio nella zona di Capo Rizzuto e limitrofe.
Non facciamoci fregare per l'ennesima volta! Esercitate il vostro DIRITTO DI VOTO!!!



15/04/16

#17AprileSì


Il 17 aprile si andrà alle urne contro le trivelle e la petrolizzazione lungo le coste dei nostri mari, più precisamente nelle acque territoriali italiane entro le dodici miglia dalla costa. Ma questo referendum va ben oltre il tema delle trivellazioni.

  • Di che si tratta?
E’ un referendum abrogativo, e cioè di uno dei pochi strumenti di democrazia diretta che la Costituzione italiana prevede per richiedere la cancellazione, in tutto o in parte, di una legge dello Stato. Perché la proposta soggetta a referendum sia approvata occorre che vada a votare almeno il 50% più uno degli aventi diritto e che la maggioranza si esprima con un «Sì». Scrivendo «Sì» sulla scheda i cittadini avranno la possibilità di eliminare la norma sottoposta a referendum.

  • In cosa consiste la norma?
La norma consente alle multinazionali del greggio di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia dalle coste del nostro Paese senza limiti di tempo. Elimina la durata delle concessioni e le lascia attive fino all’esaurimento del giacimento di petrolio o gas.

ECCO ALCUNE BUFALE CHE I MEDIA STANNO CERCANDO DI DIVULGARE:

BUFALA N. 1: E' FALSO CHI DICE CHE SI VOTA SOLO NELLE REGIONI COINVOLTE DALLE TRIVELLE

Si voterà in tutta Italia e non soltanto nelle regioni che hanno promosso il referendum per chiedere di cancellare la norma.

  • Qual è il testo del quesito?
Il testo è il seguente: ’Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ’Norme in materia ambientale’, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016), limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?’

  • È vero che se vincesse il «Sì» si perderebbero posti di lavoro?

BUFALA N. 2: I POSTI DI LAVORO

La domanda è mal posta. E sposta l’attenzione sul tema sbagliato. Il tema qui è: sappiamo che ci sono posti di lavoro in ballo, ma la questione è semplice. Come diciamo da tempo, un miliardo investito in fonti fossili come il petrolio crea solo 700 posti di lavoro, mentre lo stesso miliardo investito in energie rinnovabili ed efficientamento energetico (rendere gli edifici più efficienti dal punto di vista del consumo di energie) crea fino a 16 mila posti di lavoro!
Inoltre, il 17 aprile, una vittoria del Sì non farebbe perdere alcun posto di lavoro: neppure uno. Perché le concessioni continuerebbero a essere valide fino a scadenza (almeno 10 anni) A rischio sono invece i 3 milioni e 350mila posti di lavoro che i comparti di turismo e pesca garantiscono all’Italia: è ovvio che attività inquinanti e questi comparti non possono essere compatibili! Speravamo, ormai, che i casi come l’Ilva di Taranto lo avessero dimostrato!
Inoltre, un esito positivo del referendum non farebbe cessare subito, ma solo progressivamente, alla naturale scadenza, le attività petrolifere interessate dal provvedimento. Prima che il Parlamento introducesse la norma sulla quale gli italiani sono chiamati al voto (DUE MESI FA), le concessioni per estrarre avevano normalmente una durata di 30 anni (più altri 20, al massimo, di proroga). E questo ogni società petrolifera lo sapeva al momento del rilascio della concessione.
Oggi, se una società petrolifera ha ottenuto una concessione nel 1996 può – in virtù di quella norma – estrarre fino a quando lo desideri.
Se al referendum vincerà il «Sì», la società petrolifera che ha ottenuto una concessione nel 1996 potrà estrarre solo per altri dieci anni, cioè fino al 2026. Dopodiché quello specifico tratto di mare interessato dall’estrazione sarà libero per sempre!

  • L’Italia dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e gas dall’estero. Non sarebbe opportuno investire nella ricerca degli idrocarburi ed incrementarne l’estrazione?
Gli idrocarburi presenti in Italia appartengono al patrimonio dello Stato, ma questo dà in concessione a società private – per lo più straniere – la possibilità di sfruttare i giacimenti esistenti. Ciò significa che le multinazionali divengono proprietarie di ciò che viene estratto e possono disporne come meglio credano. Allo Stato esse sono tenute a versare solo un importo corrispondente al 7% del valore della quantità di petrolio estratto o al 10% del valore della quantità di gas estratto. Non tutta la quantità di petrolio e gas estratto è però soggetta a royalties. Le società petrolifere, infatti, non versano niente per le prime 50.000 tonnellate di petrolio e per i primi 80 milioni di metri cubi di gas tirati fuori ogni anno.
Non solo: le compagnie petrolifere straniere pagano allo Stato italiano royalties bassissime, perché – inspiegabilmente - godono di un sistema di agevolazioni e incentivi fiscali tra i più favorevoli al mondo!
A partire proprio dalle royalties irrisorie – pari al 10% per la terraferma e il 7% per il petrolio in mare. Inoltre sono esenti dal pagamento di aliquote allo Stato:

- le prime 20 mila tonnellate di petrolio prodotte annualmente in terraferma, le prime 50 mila tonnellate di petrolio prodotte in mare
- i primi 25 milioni di metri cubi standard di gas estratti in terra e i primi 80 milioni di metri cubi standard in mare.
- Addirittura gratis, cioè esentate dal pagamento di qualsiasi aliquota, le produzioni in regime di permesso di ricerca!

Nell’ultimo anno dalle royalties provenienti da tutti gli idrocarburi estratti sono arrivati nelle casse pubbliche solo 340 milioni di euro (QUELLO CHE SPENDIAMO A NON AVER ACCORPATO IL REFERENDUM ALLE AMMINISTRATIVE CON L’ELECTIONDAY)

Morale: lo Stato italiano svende le nostre coste e i nostri mari, mettendo in pericolo la nostra salute e la nostra economia per pochi spiccioli! Il Governo Renzi si conferma non solo amico delle banche, ma anche dei petrolieri! (COME DIMOSTRA LA VICENDA TEMPA ROSSA)

  • Il rilancio delle attività petrolifere non costituisce un’occasione di crescita per l’Italia?
BUFALA N. 3: IL FABBISOGNO ENERGETICO

Considerando tutto il petrolio presente sotto il mare italiano, questo sarebbe appena sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale per DUE MESI SCARSI! Le riserve di gas per appena 6 mesi.
Il gas fornisce il 2-3% del fabbisogno italiano. Il petrolio lo 0,8%.
L’altro tema caldo è quello dell’indipendenza energetica del Paese: non è estraendo in casa quantità di petrolio ridicole che saremo indipendenti dalle dinamiche geopolitiche e dei mercati internazionali. E’ proprio liberandoci dalla dipendenza dal petrolio e puntando all’efficienza energetica, il risparmio, l’autoproduzione distribuita e democratica, la produzione da fonti rinnovabili, che potremo essere liberi dalle tensioni dei mercati internazionali e soprattutto mettere fine al nostro «contributo da consumatori» alle guerre del petrolio che devastano il nostro pianeta.

  • Cosa ci si attende?
Il voto è uno dei pochi strumenti di democrazia diretta a disposizione degli italiani ed è giusto che i cittadini abbiano la possibilità di esprimersi anche sul futuro energetico del Paese.
Nel dicembre del 2015 l’Italia ha partecipato alla Conferenza Onu sui cambiamenti climatici tenutasi a Parigi, impegnandosi, assieme ad altri 194 Paesi, a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi e a seguire la strada della decarbonizzazione. Fermare le trivellazioni in mare è in linea con gli impegni presi a Parigi e contribuirà al raggiungimento di quell’obiettivo.


  • È possibile che qualora il referendum raggiunga la maggioranza dei «Sì» il risultato venga poi «tradito»?

A seguito di un esito positivo del referendum, la cancellazione della norma che al momento consente di estrarre gas e petrolio senza limiti di tempo sarebbe immediatamente operativa. L’obiettivo del referendum mira a far sì che il divieto di estrazione entro le 12 miglia marine sia assoluto. Come la Corte costituzionale ha più volte precisato, il Parlamento non può successivamente modificare il risultato che si è avuto con il referendum, altrimenti lederebbe la volontà popolare espressa attraverso la consultazione. Qualora però non si raggiungesse il quorum previsto, il Parlamento potrebbe fare ciò che vuole: anche mettere in discussione la zona offlimits.

  • Cosa bisogna dire a tutti i cittadini?
- Questo referendum è chiaramente ostacolato dal governo. A nulla sono valse le nostre richieste di farlo coincidere con le elezioni amministrative per raggiungere più facilmente il quorum e risparmiare, tra l’altro, 300 milioni di € dei nostri soldi! E’ chiaro che Renzi vuole favorire ancora una volta i petrolieri e distruggere la nostra economia turistica e costiera.
- Si tratta di un’occasione per mettere finalmente al centro del dibattito pubblico il tema energetico e ambientale e per ricordare al nostro governo l’urgenza e l’importanza di dotarci di una strategia energetica nazionale all’altezza delle sfide in linea con gli impegni presi a livello internazionale, a partire dalla Cop 21.
- Renzi, dopo aver sottoscritto gli accordi di Parigi, non ci ha ancora rivelato come intende portare il Paese fuori dall’era dei fossili e verso un futuro 100% rinnovabile. Dopo gli slogan e i tweet, quali sono le politiche concrete che vuole adottare?
- Ci sono due fantasmi che in questi giorni i detrattori del referendum stanno agitando: uno è quello della perdita dei posti di lavoro, l’altro è l’indipendenza energetica del Paese Sfatiamo subito questi miti! (vedi Bufale n. 2 e 3).
- Va aggiunto che il gas e il petrolio estratto nei nostri mari sono di proprietà delle compagnie petrolifere estrattrici, la maggior parte dalle quali straniere, che scelgono il nostro Paese perché qui, di nuovo, ci sono condizioni economiche uniche al mondo: sono diversi gli aiuti indiretti e gli sconti applicati a coloro che sfruttano le risorse fossili nel territorio italiano.
- Insomma estrarre petrolio a noi italiani non conviene e mette a rischio l’ecosistema marino-costiero e un sistema economico fatto di turismo e ambiente. La nostra sfida, quella di vincere il referendum del 17 aprile, è paragonabile a quella di Davide contro Golia! Ma non molleremo mai, anche per dimostrare che non è passando sopra le comunità locali e le esigenze dei territori che si governa un Paese.
- Qui si approfitta della quota d’astensionismo fisiologico per sabotare il referendum, dunque l’appello all’astensione è un trucco molto sporco, come affermò lo stesso politolo
- Nella forma, l'appello di Renzi ricorda Craxi quando al referendum del 1991 consigliò agli italiani di andare al mare invece che a votare.
- Il voto è un diritto. E ciascuno è vero resta libero d’esercitarlo, ma questo vale per i cittadini, non per quanti abbiano responsabilità istituzionali.
- Spingere al non voto alimenta una cultura dell'abbandono verso la politica e rischia di avere effetti devastanti anche sulle Comunali. E' gravissimo.

ECCO ALTRE NOTIZIE UTILI:

POSTI DI LAVORO: Renzi ha detto più volte che i posti di lavoro che si perderebbero con la vittoria del Sì sarebbero 10mila (ha detto anche 11 mila alla direzione del Pd). Il ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti ha detto che i lavoratori delle piattaforme sono 70.
Cifra confermata da fonti sindacali a Greenpeace (74). 70 posti di lavoro creano un indotto da 10mila?? Inverosimile. Numeri in libertà, cifre mai dimostrate.

LE COZZE: un altro tema che sta emergendo è che le piattaforme estraggono per la maggior parte gas e che sono pulite tanto è vero che le cozze da piattaforma di Ravenna (di cui fanno anche la sagra) sono esportate in tutta Italia. Greenpeace ha invece ricevuto i dati del monitoraggio ordinato da Eni e custodito fino a poco fa nei cassetti del ministero. Quelle cozze sono piene di idrocarburi e metalli pesanti. Anche se i limiti di legge lo consentono, non sono certamente cozze bio, anche se hanno il marchio slow food (ma sappiamo bene il giro piddino che c’è dietro slow food).
Leggi QUI  per sapere cosa abbiamo scoperto sui monitoraggi ambientali delle piattafome già esistenti nei nostri mari!

DISASTRI AMBIENTALI: la normativa italiana non considera questi impianti come a rischio di incidente rilevante, contraddicendo la storia del settore energetico. Significa che non è proprio previsto l’incidente, non ci sono le precauzioni. È un settore che ha dettato sempre legge (pro domo sua)

LO SCANDALOSO ATTEGGIAMENTO DEI MEDIA SUL REFERENDUM
Quattro tribune elettorali a fine marzo su Raidue, alle 9.30 del mattino. Altre quattro (la prima il 5 aprile, l’ultima il 14) su Raitre, alle 15.10. E una sola tribuna su Raiuno, giovedì 14 aprile alle 14.05. Tre giorni dopo, domenica 17 aprile, si voterà per il referendum sulle trivellazioni. L’informazione che la RAI darà è tutta qui.
Altro che spazi «nelle fasce orarie di maggiore ascolto, preferibilmente prima o dopo i principali notiziari» come previsto nella delibera della commissione di Vigilanza. Per i messaggi autogestiti bisognerà aspettare la seconda parte della campagna elettorale, che è ufficialmente cominciata da due settimane, anche se nessuno se n’è accorto. Tra un mese si vota e i parlamentari Liuzzi e Airola hanno protestato con la Rai per la decisione di collocare le tribune nelle fasce «di minimo ascolto». Ma non sarà certo con le tribune che si informerà il grande pubblico, così abbiamo chiesto al direttore Carlo Verdelli di fare in modo che «il servizio pubblico assicuri spazio di approfondimento e dibattito con speciali e inchieste».

PD IN CRISI ANCHE SUL REFERENDUM
Esplode lo scontro nel PD sulla consultazione popolare del 17 aprile in tema di perforazioni petrolifere. Nel corso della giornata di ieri è stata certificata, attraverso una comunicazione ufficiale del Pd all’Agcom sulla gestione degli spazi elettorali in tv, l’intenzione di lavorare per sabotare il referendum, scelta che era già evidente ma non era ancora stata esplicitata. L’invito all’astensione, pronunciato perché il quesito non conquisti il quorum del 50% + 1 dei votanti, rappresenta una prima assoluta per il partito; inoltre il referendum è stato promosso da dieci Regioni presiedute in molti casi da esponenti Pd aspramente contrari alle trivelle. Ma la reazione della minoranza non si è fatta attendere, il Presidente della Puglia Emiliano ha chiaramente detto “non mi risulta che il partito abbia assunto alcuna decisione su questo punto così importante per il Paese”, mentre Speranza ha reso noto di non condividere la scelta e di pensare che una parte significativa degli elettori Pd potrebbe non comprenderla. Durissimi gli ambientalisti, che parlano di decisione “scandalosa” e di posizione “incoerente” per una forza politica che dovrebbe fare della partecipazione uno dei suoi tratti distintivi.

SOSTEGNO DELLA CEI AL REFERENDUM
La “custodia del creato” passa dal referendum No Triv, così si esprime la Cei.  Parlare con i fedeli del referendum del 17 aprile, partendo dall’enciclica ‘green’ Laudato si’ di Papa Francesco. All’indomani della scelta dei vertici del Partito democratico di fare campagna elettorale per l’astensione, la Conferenza episcopale italiana ha scelto la strada del dialogo con le comunità parrocchiali, per cercare una strada comune che vada nel solco tracciato da Bergoglio. Che nella sua enciclica ha spinto per le energie rinnovabili. La scelta dei vescovi è contenuta nel documento finale del Consiglio Episcopale Permanente di Genova. E nel quale si legge: “L’attenzione all’aspetto sociale ha portato i Vescovi a confrontarsi anche sulla questione ambientale e, in particolare, sulla tematica delle trivelle – ossia se consentire o meno agli impianti già esistenti entro la fascia costiera di continuare la coltivazione di petrolio e metano fino all’esaurimento del giacimento, anche oltre la scadenza della concessioni – concordando circa l’importanza che essa sia dibattuta nelle comunità per favorirne una soluzione appropriata alla luce dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco”.

Giù le mani dalla faggeta di Condrò

Vengano fermati al più presto i tagli nella Faggeta di ‪‎Condrò‬, ricadente nei comuni di Serrastretta, Feroleto Antico e Platania (‪CZ‬) ed oggetto di un piano pluriennale di tagli.
Ho interrogato il Ministro dell’‪Ambiente‬ per segnalare il caso. È assurdo che un bosco con alberi di alto fusto venga indicato come un bosco ceduo e quindi assoggettabile a tagli periodici. Così facendo, si corre il rischio di minare un ecosistema unico ed inimitabile che è stato inserito tra i Siti di Interesse Comunitario (Sic).
Il MoVimento 5 Stelle in Parlamento sta cercando di tutelare al massimo le faggete depresse, anche attraverso una risoluzione in commissione ambiente che impegna il governo a tutelarle maggiormente ed a valorizzare le aree protette. Ciò può avvenire anche grazie ad una politica di indennizzo per i mancati tagli. Una maggiore valorizzazione delle aree come quella della Faggeta di Condrò, potrà dare impulso ad economie per il territorio attraverso l’ecoturismo o l’economia verde. È questo il vero sviluppo per molte zone della nostra regione, non i tagli indiscriminati dei boschi!!!
Nella mia interrogazione ho proposto al governo di considerare la promozione delle azioni utili a poter inserire questa fantastica zona tra quelle di interesse per l’Unesco. Cosa già avvenuta per le faggete in Ucraina, Germania e Slovacchia.

#‎LaFaggetaNonSiTocca‬

Qui il testo dell'interrogazione parlamentare:

Parentela. – Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare – per sapere, Premesso che:

il Bosco di Condrò, meglio noto come Faggeta di Condrò - benché nel complesso forestale non vi siano solo faggi - nel Gruppo del Reventino-Mancuso, situato nella provincia di Catanzaro, corre un grave pericolo: due tecnici incaricati da uno dei comuni proprietari del bosco, Feroleto Antico - gli altri due comuni proprietari sono Platania e Serrastretta - hanno predisposto un "Piano pluriennale di tagli" nelle proprietà comunali. Si tratta di terreni forestati che si estendono per ben 76 ettari;

gran parte dell'area interessata al taglio ricade proprio nella Faggeta di Condrò, bosco noto per essere una delle più belle faggete italiane, con alberi di considerevole età e di grandi proporzioni, i cui tronchi argentei svettano alti e slanciati. Botanici e zoologi hanno ripetutamente segnalato la Faggeta di Condrò come bosco di alto valore ecologico tant'è che in essa è stata individuato un Sito di Interesse Comunitario (SIC), il n. IT9330124 dell'elenco;

l'area interessata al progetto di taglio viene indicata dai tecnici come bosco ceduo, ossia bosco formato da ceppaie dalle quali spunta una corona di alberelli e che, per essere così divenuto a seguito del taglio degli alberi d'alto fusto, può essere assoggettato a tagli periodici con rilascio di singole matricine (esili polloni che spuntano dalle ceppaie) distanziate fra loro di alcuni metri. I boschi cedui così ridotti vengono definiti dai botanici e dai forestali più avveduti, fra cui il prof. Franco Tassi, "boschi stecchino", per il loro aspetto desolato ed esiguo. Si vorrebbe far credere, così, che non saremmo di fronte ad un bosco d'alto fusto come nella parte alta della faggeta e quindi di non particolare importanza. Viceversa, il vecchio bosco ceduo, proprio perché non tagliato da diversi decenni si sta spontaneamente riconvertendo in alto fusto, somigliando in tutto e per tutto alla parte più antica e matura della faggeta;

dalla relazione redatta dai tecnici e dai segni lasciati sugli alberi, si intuisce perfettamente che l'intenzione è proprio quella di tagliare gli alberi più grandi e più sani. Il bosco si depaupererebbe, così, assai gravemente;

l'effettuazione dei tagli per favorire la rinnovazione del faggio richiede particolare cautela e presuppone conoscenze bioecologiche della specie e della comunità -:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti narrati e quali iniziative intenda adottare per la conservazione e la tutela integrale di questo particolare ecosistema così unico, delicato e insostituibile;

se il Governo non intenda promuovere le azioni utili per favorire l'inserimento di questa particolare riserva naturale fra i siti del patrimonio mondiale dell'UNESCO e/o nell'elenco delle faggete vetuste d'Europa per le sue uniche caratteristiche biologiche e strutturali già riconosciute alle faggete vetuste ucraine, slovacche e tedesche, con l'impegno affidato dall'UNESCO a Germania, Ucraina e Slovacchia, di estendere il nucleo originario in modo da creare una rete di faggete a livello europeo entro il 2015/16.

14/04/16

Revocare l'autorizzazione all'impianto di San Sango di Tortora (CS)

Ci sono le condizioni di legge per revocare l’autorizzazione all’esercizio dell’impianto di eliminazione di rifiuti pericolosi e non del comune di Tortora (CS). E' quanto ho scritto al Governatore della Regione Calabria Mario Oliverio ed all’assessore dell’ambiente Antonella Rizzo.
Secondo noi i procedimenti amministrativi relativi al rilascio della V.I.A.  e dell’A.I.A. risultano viziati sotto diversi aspetti, tra cui l’eccessiva durata e la carenza di atti istruttori, e  per vizi di legittimità (violazione di legge, eccesso di potere, incompetenza relativa) oltre che di merito. Il giudizio di compatibilità ambientale è stato rilasciato su un impianto già realizzato e non su un progetto da realizzare come il caso richiedeva e con caratteristiche diverse da quelle risultanti dalle autorizzazioni.
L’impianto è ricadente in un Sito di importanza comunitaria (Sic) per la tutela della biodiversità. Ciò significa che era necessaria una valutazione d’incidenza, la cui assenza determina la nullità di tutti gli atti, inclusa la valutazione di impatto ambientale e l’autorizzazione integrata ambientale. In più, nel rilascio delle autorizzazioni, la Regione Calabria ha ignorato l’interesse della Regione Basilicata, che avrebbe dovuto procedere in sintonia nel rilascio delle autorizzazioni in quanto l’area di interesse ricade anche nel territorio Lucano. Per non parlare dell’alto rischio sismico ed idrogeologico della zona in cui è costruito l’impianto, che potrebbe rendere ancora più devastanti gli effetti di un eventuale cataclisma naturale.
È assurdo come il lassismo della politica regionale stia contribuendo a sottovalutare la zona naturalistica della Valle del Noce, che andrebbe promossa e tutelata. Ho già richiamato l’attenzione del Ministro dell’ambiente sui dati relativi all’inquinamento del bacino. Oliverio con un atto di responsabilità, ritiri immediatamente quelle autorizzazioni.

Le bugie del PD sul Glifosato

Il Pd dice di aver votato in Parlamento Ue contro il rinnovo per altri 15 anni dell'uso in agricoltura del glifosato, pesticida definito 'probabilmente cancerogeno' dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, ma in realtà nel provvedimento se ne estende l'utilizzo per altri 7 anni.
L'obiettivo è quello di bandire definitivamente il glifosato, non di rimandare la decisione fra 7 anni. Per questo il M5S non si è accontentato del testo della risoluzione e ha espresso voto negativo. Per fortuna non è ancora detta l'ultima parola!
Lanciamo di nuovo la sfida a tutte le forze politiche e in particolare al Governo italiano, affinché nelle prossime fasi dell'iter decisionale nelle istituzioni Ue, si battano nelle sedi opportune per eliminare una volta per tutte il glifosato dai nostri campi e dalle nostre tavole. Il PD mostri finalmente di essere contrario al glifosato in modo chiaro e senza ambiguità.
Chiediamo inoltre al Governo di applicare la mozione del M5S, votata alla Camera lo scorso 27 ottobre, con cui l'Esecutivo si è impegnato ad eliminare l'uso del glifosato dall'agricoltura italiana. Rispetti la parola data e il volontà del Parlamento dimostrando così di voler davvero tutelare l'ambiente e la salute dei cittadini italiani!

#‎STOPGLIFOSATO‬

12/04/16

#CiaoGianroberto

Non smetteremo mai di ringraziare Gianroberto Casaleggio, perché è riuscito a riunirci e, insieme a Beppe, fondare questo MoVimento che rappresenta l’ultima speranza per l’Italia.
Che la terra ti sia lieve, Gianroberto. Noi da quaggiù cercheremo di continuare a portare avanti il tuo progetto rivoluzionario di ricostruzione onesta di questo Paese.
‪Ciao Gianroberto‬, ci mancherai!

11/04/16

Buone notizie per gli emodanneggiati calabresi

Stamattina io e Dalila Nesci abbiamo incontrato l'assessore al Bilancio della Regione ‪Calabria‬ Antonio Viscomi che ci ha assicurato che a breve dovrebbero risolversi i problemi sulle spettanze degli ‪emodanneggiati‬.
L'assessore ha precisato che in merito al periodo che va dal 2015 in avanti sono stati risolti tutti gli intoppi, mentre per gli altri arretrati, comprese le rivalutazioni, si attende l'erogazione dei fondi del governo, che non dovrebbe tardare.
Il ‪M5S‬ ha voluto dare da principio un suo contributo fattivo, dati i pesanti ritardi del governo centrale, che ha scaricato sulle regioni e violato la legge dello Stato. Nei mesi scorsi avevamo favorito l'incontro di una delegazione degli emodanneggiati con il governatore regionale, Mario Oliverio. Più di recente, invece, avevamo chiesto un colloquio con l'assessore regionale al Bilancio, mettendoci a disposizione per le nostre competenze di parlamentari.
Con l'assessore Viscomi abbiamo anche discusso del futuro della ‪‎Fondazione Terina‬ e dei suoi dipendenti, sollecitando le iniziative necessarie alla puntuale retribuzione dei lavoratori e a rilanciare l'ente perché si sostenga in autonomia.
Per ultimo abbiamo chiesto all'assessore e vicepresidente della Regione di sposare la battaglia per il recupero delle risorse che la Calabria non ha mai avuto per curare i propri malati cronici, che, come stiamo ripetendo da parecchio, ammontano a circa un miliardo e settecento milioni. Con una cifra del genere si potrebbe cambiare molto della sanità regionale, intanto assumendo il personale di cui c'è tanto bisogno negli ospedali.

09/04/16

Rappresentanti di lista in Calabria per il Referendum del 17 Aprile


Stiamo cercando rappresentanti di lista presso i seggi elettorali di tutta la Calabria.
Se avete bisogno di votare fuori sede e se volete dare una mano per controllare che il voto e lo spoglio si svolgano legalmente, compila il modulo on line sottostante e verrai contattato per tutti i dettagli.

Clicca QUI ☞ http://goo.gl/forms/WsUIl9LbyU

QUESTI SARANNO I SUB DELEGATI PER NOMINARE I RAPPRESENTANTI DI LISTA

PROVINCIA DI COSENZA:
- Francesco Molinaro (Rovito)
- Francesco Forciniti (Corigliano Calabro)

PROVINCIA DI CROTONE:
- Maurizio Adamo (KR) 

PROVINCIA DI CATANZARO:
- William Panzino (CZ)
- Salvatore Carè (CZ)

PROVINCIA DI VIBO VALENTIA
- Nicola Cannatelli (VV)

PROVINCIA DI REGGIO CALABRIA:
- Giuseppe Fabio Auddino (Polistena)

IMPORTANTI OPPORTUNITA’ per studenti e lavoratori fuori sede che volessero votare:
Potete usufruire di SCONTI pari al 70% del biglietto ferroviario per tratte di media/lunga percorrenza (60% per quelle regionali)!

Se proprio non potete rientrare nella vostra città di residenza, POTETE UGUALMENTE VOTARE se vi fate nominare rappresentanti di lista nella città in cui siete ed avete con voi la tessera elettorale (nel caso, fatevela spedire!).

Ricordo che il rappresentante di lista assiste a tutte le operazioni relative al voto e può essere esonerato dal lavoro lunedì 18 Aprile, previa certificazione del Presidente di Seggio.
Per ulteriori informazioni contattatemi su paoloparentela@gmail.com

Aiutaci a diffondere! ✌

Piattaforme petrolifere senza nessun controllo ambientale

Nei mari italiani operano circa 100 piattaforme, a gas e petrolio, del cui impatto ambientale non si ha alcuna stima, misurazione o controllo. Tra queste quelle di proprietà della Ionica Gas, operanti a largo di ‪Crotone‬.
Per questo motivo ho interrogato il Ministro dell'ambiente, a cui ho anche inoltrato una nuova richiesta di accesso agli atti dopo quella effettuata tempo fa da Greenpeace Italia, il quale ha ottenuto dal Ministero dell’Ambiente i piani di monitoraggio di 34 piattaforme di proprietà ENI sulle 135 operanti nei mari italiani.
Lo scorso 30 marzo, con una nota alle agenzie di stampa, l’Eni ha affermato: “Relativamente alle ‘100 piattaforme mancanti’, per le quali secondo Greenpeace non sarebbero stati forniti i piani di monitoraggio, ENI spiega che quelle di propria pertinenza, non emettono scarichi a mare, né effettuano re-iniezione di acque di produzione in giacimento, pertanto non ci sono piani di monitoraggio prescritti e nessun dato da fornire”.
Appare alquanto singolare che ad aver chiarito l’assenza di controlli non sia stato il Ministero per l’Ambiente, seppur interrogato per settimane ma ENI, coinvolta nello scandalo sul petrolio in Basilicata.
Riguardo alla mancata necessità di controllare le piattaforme che non re-iniettano le acque di produzione, ricordo il caso di quei 500 mila metri cubi di acque di strato, di lavaggio e di sentina che sarebbero state iniettate illegalmente nel pozzo Vega 6, del campo oli Vega della Edison, al largo delle coste di Pozzallo.
I dati relativi a questo disastro ambientale verrebbero da un dossier di ISPRA, al centro di un procedimento penale della Procura di Ragusa. Gli inquirenti ipotizzano “gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino attuando, per pura finalità di contenimento dei costi e quindi di redditività aziendale, modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi“. Secondo ISPRA la miscela smaltita illegalmente in mare contiene “metalli tossici, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE” e ha causato danni ambientali e inquinamento chimico. “La natura particolare delle matrici ambientali danneggiate”, secondo ISPRA, non potrà essere riportata “alle condizioni originali”.
Gli esiti della ricerca condotta da ISPRA su committenza di ENI per verificare la contaminazione ambientale in campioni di cozze raccolti intorno a 19 piattaforme offshore localizzate in Adriatico e di proprietà della stessa ENI, documentano la presenza nei mitili analizzati di metalli pesanti (mercurio, cadmio, piombo e arsenico), benzene e altri idrocarburi policiclici aromatici. In merito agli scandali sul petrolio in Basilicata di questi giorni, adesso si scopre che i dipendenti Eni scambiarono le cozze che servivano a monitorare la qualità degli scarichi in mare alterando così i dati sull’inquinamento delle acque.
Ritengo di una gravità inaudita che il nostro governo non abbia alcuna stima, monitoraggio o controllo dell'inquinamento provocato da oltre 100 piattaforme operanti a largo dei nostri mari. Praticamente il governo ci fornisce una ragione in più per votare con convinzione Si al referendum del 17 aprile!
Dopo gli scandali di trivellopoli in Basilicata, attraverso cui si è scoperto che le scorie estrattive venivano illecitamente smaltite in Calabria, un'altra bomba ad orologeria sta per esplodere. Il Pd si scopre sempre più come il partito del petrolio ed il rischio oggettivo è che la Calabria, come il resto dello stivale, sia sull'orlo di una vero e proprio disastro ambientale. Si corra subito ai ripari attraverso la democrazia. Il voto del 17 aprile è fondamentale per iniziare a cambiare la politica energetica nel nostro Paese.