28/05/15

Che fine ha fatto la bonifica della discarica a ‪‎Lamezia Terme‬ in loc.Rettifilo Bagni?

Sto per depositare un'interrogazione parlamentare al ministro dell'‪ Ambiente‬ e della ‪‎Salute‬ sulla mancata bonifica della discarica a ‪‎Lamezia Terme‬ in loc. Rettifilo Bagni.
Il nostro candidato a sindaco di Lamezia Terme, Giuseppe D'Ippolito, ha mostrato in diretta televisiva le immagini relative alla discarica, da cui emerge la presenza di diverse stratificazioni di rifiuti che riemergono dal terreno a due passi dal letto del Torrente Bagni. Il candidato di centrosinistra Sonni si è giustificato arrampicandosi sugli specchi affermando che la mancata bonifica è dovuta alla presenza di ‪‎arsenico‬ nei terreni a monte della discarica (terreni agricoli su cui ricadono diversi oliveti), presumibilmente derivanti dagli scarti di lavorazione delle vicine Terme di Caronte.
Le dichiarazioni di Sonni sono di una gravità inaudita! L'arsenico è un metallo pesante molto pericoloso per la salute dei cittadini e si aggiunge al già gravissimo caso della discarica non bonificata, piena zeppa di rifiuti che finiscono in mare e nei terreni limitrofi a causa dell'alta permeabilità del terreno e delle possibili piene del torrente Bagni. Le responsabilità politiche delle amministrazioni uscenti è gravissima, perché conoscevano i dati ma non hanno comunicato nulla ai cittadini, mettendo a rischio le loro vite.
Dovranno spiegare ai cittadini perché, pur conoscendo i dati sull'inquinamento del sito, non hanno provveduto al sequestro dell'area senza far nulla sulla bonifica. Anzi, l'amministrazione Speranza, con l'ordinanza n.294 del 28/12/2012, ha dato il via a nuovi abbanchi temporanei di rifiuti per tamponare l'emergenza. Una situazione paradossale, che riflette la cecità di una classe politica inadeguata, che ha il coraggio di proporsi ancora al governo della città di Lamezia Terme! Oggi ci propongono le solite promesse elettorali e varie soluzioni ai problemi che loro stessi hanno creato! Non facciamoci prendere per il ..... ‪

#‎LiberiamoLamezia‬

21/05/15

Sanità Calabria, ecco gli esposti “chiave” che abbiamo consegnato al procuratore Lombardo

Stamattina io e Dalila Nesci abbiamo depositato due esposti alla Procura di Catanzaro, consegnandoli direttamente nelle mani del procuratore Vincenzo Antonio Lombardo. Al centro delle nostre denunce, due vicende “chiave” del malessere della sanità calabrese: l’illiceità del finanziamento al Mater Domini di Catanzaro senza un valido protocollo di intesa tra Regione e Università e la convenzione assolutamente senza senso tra gli ospedali “Pugliese-Ciaccio” di Catanzaro e “Bambino Gesù di Roma”.
Sono due casi emblematici, che raccontano di come, negli anni, la sanità calabrese sia stata gestitasenza pensare minimamente al bene dei cittadini e dei pazienti, ma sia stata schiava di accordi, del trasversalismo politico prono agli interessi dei soliti noti. Quello che ne è emerso sono stati sprechi inverosimili, atti illeciti, evidenti azioni portate avanti fuori della legge senza che nessuno, né a destra né a sinistra, dicesse nulla.
Adesso possiamo dire, senza tema di smentita, che per la prima volta una forza politica è andata così in profondità nelle zone d’ombra della nostra regione. Da tempo, d’altronde, il Movimento cinque stelle sta conducendo in Calabria una quotidiana battaglia di legalità, nella consapevolezza che il rispetto delle regole è la base per restituire servizi e dignità ai cittadini calabresi, troppo spesso obbligati ad accettare una sanità volutamente affossata e quindi inefficace e perfino insicura.
E questo è il motivo per cui oggi abbiamo deciso di consegnare direttamente a mano i due esposti, che troverete – per trasparenza e correttezza – pubblicati interamente di seguito, riguardanti l’illiceità del finanziamento al Mater Domini di Catanzaro senza un valido protocollo di intesa tra Regione e Università e la convenzione assolutamente senza senso tra gli ospedali “Pugliese-Ciaccio” di Catanzaro e “Bambino Gesù di Roma”.
Partiamo brevemente dal primo. Il rapporto tra l’Università “Magna Graecia” di Catanzaro e la Regione Calabria, finalizzato all’integrazione dell’assistenza sanitaria regionale attraverso l’erogazione di prestazioni del Mater Domini, prevederebbe uno specifico protocollo della durata di 4 anni. È stato fatto la prima volta, nel 2004 (valido dunque fino al 2008) e poi nulla più. Nonostante l’ex subcommissario Luigi D’Elia, non appena nominato nel giugno 2011, avesse iniziato a concertare con il Rettore lo schema del nuovo protocollo, e nonostante fosse arrivato a uno schema concordato dopo 7 mesi di negoziazione, alla fine sia Scopelliti che Quattrone decisero di non firmare. Di lì in avanti,  il rettore, con la complicità dell’ex governatore, si è rifiutato per anni, con motivazioni assolutamente pretestuose, di sottoscrivere ciò che lui stesso aveva negoziato, per sette mesi, e infine concordato con il Subcommissario D’Elia, sfuggendo ad un preciso obbligo di legge. E cosa è successo allora? Che, in barba alla legge che vieta situazioni di prorogatio, il protocollo 2004 è stato continuamente portato avanti arbitrariamenteErgoil finanziamento mensile attualmente erogato al Mater Domini è parametrato sul dato storico, e non sulla produzione, nel rispetto delle vigenti norme nazionali in merito. I calcoli punto per punto sono fatti nell’esposto pubblicato di sotto. Qui basta dire che,per responsabilità evidenti sia della Regione sia dell’Università, di tutti gli organismi politici e tecnici interessati, per ben sette anni, nonostante uno schema di protocollo mai revocato ma che manca solo di firma definitiva, hanno permesso, in regime illegittimo di prorogatio, che il Mater Domini godesse di finanziamenti altrettanto illegittimi, molto più alti del dovuto (proprio per il fatto che si continuava a prorogare quanto previsto dal primo schema di protocollo). Quanto è stato dato sino ad ora al Mater Domini dalla Regione? Una cifra spaventosa: circa 52 milioni di euro! Ma attenzione: non è finita qui: di questi, circa 20 non trovano assolutamente spiegazione né giustificazione! In pratica, regalati dalla Regione all’Università! Addirittura lo stesso Settore Economico-Finanziario del Dipartimento Tutela della salute ha contestato tale tipo di erogazione. Peccato che il dirigente generale, Bruno Zito, abbia zittito i suoi colleghi e autorizzato il pagamento.
Passiamo al secondo esposto. Parliamo, in questo caso, come detto, del Patto d’Intesa, risalente al marzo 2012, tra il Pugliese-Ciaccio di Catanzaro e il Bambino Gesù di Roma. Un’intesa, però, contestata dal Tavolo Massicci già a novembre: in una riunione si chiedevano maggiori dettagli e spiegazioni. Spiegazioni che la Regioni diede ma che il Tavolo Massicci non trovò convincenti, tanto che valutarono negativamente il Patto d’intesa, rilevando una duplicazione dei costi relativi alla pediatria ospedaliera nella città di Catanzaro e rimarcando problemi evidenti in ordine alla convenienza della citata intesa, specie per la carenza di documentazione sul versante dei costi, come testimoniato nell’esposto. Basti questo: stando ai dati riassunti dalla Cisl, il 90% dell’attività chirurgica effettuata nel Centro catanzarese è riconducibile alla chirurgia pediatrica, già presente in loco e non ricompresa nella convenzione, mentre il solo il rimanente 10% dell’attività chirurgica è da ricondurre agli specialisti del Bambino Gesù (Ortopedia, Urologia, Oculistica, Plastica, ecc.). Eppure, nonostante questo, la convenzione è stata sempre rinnovata. Il motivo? Eccolo: “l’effetto della convenzione in argomento – scriviamo io e Paolo Parentela – è stato esclusivamente quello di mantenere in loco la bassa complessità, per trasferire a Roma la media e l’alta complessità; la predetta sintesi interpretativa è confermata dai dati di mobilità passiva verso l’Ospedale Bambino Gesù, riportati dalla regione Calabria. A tale ultimo riguardo, nel 2012 i cittadini calabresi hanno pagato di mobilità passiva circa 8.200.000 euro per 3.044 ricoveri, mentre nel 2013 la mobilità passiva pagata dalla regione al Bambino Gesù è di euro 8.090.000, a fronte di 2.918 ricoveri. Parte della considerata mobilità è da ascrivere a patologie mediche, non già chirurgiche, per cui non si può dedurre corrispondente beneficio per la regione Calabria”.
Per chi vuole approfondire, ecco i testi degli esposti oggi presentati al dottor Lombardo:
OGGETTOILLICEITÀ DEL FINANZIAMENTO ALL’AOU “MATER DOMINI” DI CATANZARO IN CARENZA DI VALIDO PROTOCOLLO DI INTESA REGIONE/UNIVERSITÀ.

LA STORIA INIZIALE
Il rapporto tra l’Università “Magna Graecia” di Catanzaro – cui fa capo l’Azienda ospedaliero-universitaria “Mater Domini” di Catanzaro – e la Regione Calabria, finalizzato all’integrazione dell’assistenza sanitaria regionale attraverso l’erogazione di prestazioni dell’ AOU “Mater Domini”, è normato dal combinato disposto degli artt. 1 del D.Lgs. 517/99 e 17 della L.R. 11/2004 e s.m.i., che lo disciplina attraverso uno specifico protocollo quadro di intesa della durata e validità di quattro anni.
Il primo protocollo è stato approvato con DGR n. 799 dell’Ottobre 2004 ed, avendo una validità di quattro anni, è scaduto nell’Ottobre 2008.
Come è noto nella P.A. il regime di prorogatio non è consentito, salvo che, per mera prassi e non certo per formale deroga di legge, per pochi mesi e in assenza di alternativa, fattispecie entrambi inesistenti nella vicenda di seguito rappresentata.

I FATTI
Nei primi mesi del 2011 il Commissario ad acta, trovandosi in regime di commissariamento per l’attuazione del Piano di rientro, inviava una bozza di protocollo di intesa in esame preventivo ai Ministeri, senza ottenerne l’approvazione per la decretazione. Il Subcommissario Luigi D’Elia, non appena nominato (giugno 2011), al fine di rispondere alle sollecitazioni ministeriali e del c.d. «tavolo Massicci» e, soprattutto, ritenendo non lecito il regime di vacatio, iniziò a concertare con il Rettore lo schema del nuovo protocollo. Dopo sette mesi di negoziazione, si pervenne a uno schema concordato tra i due soggetti dianzi citati, che fu recepito con Decreto del Commissario ad acta n. 110 del 5 Luglio 2012 che, nella premessa, ricordava le sollecitazioni ministeriali e, addirittura, affermava l’illiceità del regime di prorogatio per come di seguito testualmente riportato: «Constatata la vacatio determinatasi per la scadenza del protocollo quadro d’intesa sottoscritto, per la vigenza di un quadriennio, nell’anno 2004 e mai rinnovato o prorogato con atto formale peraltro non adottabile ai sensi delle norme vigenti in materia di forniture di beni e servizi».
Si rammenta che, nell’attuale regime di commissariamento per l’attuazione del piano di rientro cui è sottoposta la Regione Calabria, i decreti del Commissario ad acta hanno valore di leggi regionali.
A sottolineare l’importanza di tale provvedimento si cita il commento della Commissione Serra-Riccio (commissione governativa d’inchiesta sulla sanità calabrese attivata nel 2008), in ordine al protocollo all’epoca vigente: «Così come bisognerebbe ripensare al rapporto esistente con l’unica Università della Calabria, che attraverso protocolli d’intesa eccessivamente sbilanciati a favore dell’Università condizionano le scelte organizzative fondamentali della Mater Domini e non assicurano prestazioni assistenziali adeguate all’impegno finanziario previsto» (vds. all. 2).
Della concertazione con il Subcommissario D’Elia, lo stesso Rettore diede pubblicamente atto in particolare in una specifica riunione tenutasi, alla presenza di S.E. il Prefetto, presso la Prefettura di Catanzaro nel febbraio 2013. La redazione del nuovo schema di protocollo non è, pertanto, configurabile quale atto unilaterale della Regione come, ancora oggi, erroneamente e strumentalmente sostenuto in giro.
La validazione del rapporto Regione/Università (e, quindi, la legittimazione del finanziamento) doveva avvenire con la sottoscrizione del protocollo da parte del Commissario ad acta e del Rettore, ciascuno per le parti rappresentate. L’art. 34 dello stesso protocollo, recante «Entrata in vigore della convenzione», prevedeva testualmente che «la presente convenzione entra in vigore dal 1° …… 2012», a dimostrazione della necessità di un protocollo valido per mantenere il rapporto Regione/Università nell’ambito del lecito.
Il Rettore, però, dopo avere concertato e concordato il testo del nuovo protocollo, anziché procedere alla sua sottoscrizione rimetteva tutto in precariato, chiedendo al Commissario ad acta una calendarizzazione per iniziare nuovamente la trattativa.
Quindi, il Rettore si è rifiutato per anni, con motivazioni assolutamente pretestuose, di sottoscrivere ciò che lui stesso aveva negoziato, per sette mesi, e infine concordato con il Subcommissario D’Elia, sfuggendo ad un preciso obbligo di legge. Ogni commento sarebbe superfluo.
Il Commissario ad acta Giuseppe Scopelliti, che avrebbe dovuto garantire il rispetto delle leggi – a maggior ragione di quelle da lui stesso emanate – nonché gli interessi della Regione, dopo avere pienamente condiviso lo schema del nuovo protocollo ed avere sottoscritto senza eccepire alcunché la relativa proposta di decreto (divenuto, quindi, DCA n. 110/2012), non ha mai assunto la dovuta posizione di tutela e difesa degli interessi della Regione ma ha continuato ad erogare, in un illegittimo regime di prorogatio, finanziamenti mensili pur in assenza di protocollo di intesa; che – giova ripetere – costituisce conditio sine qua non per la fruizione di finanziamenti pubblici da parte dell’Università.
Nel Dicembre 2012, a seguito della richiesta di sottoscrizione della proposta di decreto per l’individuazione delle risorse per garantire i LEA per l’anno 2012 (che sarebbe divenuto DCA n. 4/2013), l’allora dirigente del settore «Piano di rientro», dr. Gianluigi Scaffidi, sollevò il problema e fece rilevare al Subcommissario Gen. Luciano Pezzi, per le vie brevi, la mancanza del requisito dell’Università per fruire di finanziamenti pubblici e cioè l’assenza di sottoscrizione del nuovo protocollo, di cui al DPGR n. 110/2012, pronto da oltre cinque mesi.
Ritenuti corretti ed accolti i rilievi espressi dal citato dirigente, il Subommissario Gen. Pezzi inviò una nota, n. 11395 del 14 Gennaio 2013, firmata anche dal Commissario ad acta Scopelliti al Rettore dell’Università “Magna Graecia”, con cui lo si invitava alla sottoscrizione del protocollo entro il 31 Gennaio 2013. In tale nota, lo stesso protocollo Regione/Università veniva definito «atto che ha reso finora legittimo il finanziamento pubblico all’azienda in questione».
Attesa l’importanza del contenuto, la stessa nota veniva richiamata nella premessa della proposta di decreto del Commissario ad acta, che sarebbe divenuto DCA n. 4/2013.
Il 31 Gennaio 2013 è trascorso da oltre tre anni e, ad oggi, nulla è stato sottoscritto, mentre l’AOU “Mater Domini” ha continuato a essere oggetto di finanziamento mensile da parte della Regione; fatto che, in assenza di protocollo d’intesa Regione/Università, configura palesemente un vero e proprio illecito di natura penale, oltre che un chiaro danno erariale, come si vedrà di seguito.
Infatti, il finanziamento mensile attualmente erogato all’AOU “Mater Domini” è parametrato sul dato storico, in chiaro conflitto con l’art. 27 – recante «Finanziamento dell’Azienda» – dello schema del nuovo protocollo di cui al Decreto n. 110/2012, che, invece, prevede uno specifico metodo di finanziamento basato sulla produzione, nel rispetto delle vigenti norme nazionali in merito. Il metodo di finanziamento sul dato storico, ancora oggi adottato, si appalesa, quindi, in aperta violazione di legge e viene mantenuto dalla voluta carenza di sottoscrizione del nuovo protocollo.
Ma vi è di più, a dimostrazione della “cortesia” che si sta usando, con soldi pubblici, nei confronti dell’Università.

ATTESTAZIONE DEL DCA N. 9/2015 NON COERENTE ALLA REALTA’
Il DCA n. 9/2015………, nella parte relativa ai rapporti Regione/Università, recita, fra l’altro:
2.4.4 Protocolli con l’Università
La Regione Calabria ha decretato con DPGR n.ll0/12 la proposta di protocollo di intesa tra la Regione e l’Università degli Studi Magna Graecia, essendo il precedente scaduto nell’anno 2008. Il Protocollo regola, per legge, i rapporti tra l’Università e la Regione in materia di attività integrate di didattica, ricerca ed assistenza svolta per conto del Servizio Sanitario Regionale, nel rispetto dell’autonomia delle strutture competenti e negli interessi comuni della tutela della salute della collettività, della formazione di eccellenza, dello sviluppo della ricerca biomedica e sanitaria. Si regolano, in particolare, l’assetto organizzativo, la programmazione, la gestione economico-finanziaria e patrimoniale dell’Azienda ospedaliero-universitaria. In particolare queste ultime sono riportate a coerenza con le norme vigenti in merito, prevedendo lo specifico art.27 del protocollo un finanziamento per produzione e funzioni, contrariamente a quanto accaduto in passato.
I Ministeri affiancanti hanno espresso, con parere n. 46 del 24 gennaio 2013, specifici rilievi nei confronti del contenuto del modello di Accordo approvato dal DPGRn.ll0/2012, successivamente ribaditi in sede di Tavolo di Verifica. La Regione ha, conseguentemente, proceduto alla riformulazione del modello di Accordo per renderlo coerente con le osservazioni ministeriali e, previa negoziazione con l’Università, ha trasmesso in approvazione preventiva ai Ministeri affiancanti una nuova proposta di accordo.
La nuova bozza è stata valutata con parere prot. CALABRIA-DGPROG-13/06/2014- 0000135-P; si è, pertanto, provveduto ad apportare le variazioni necessarie per superare gli ulteriori rilievi formulati dai Ministeri affiancanti, sempre previa negoziazione con la controparte universitaria.
È stata in via di massima condivisa con il Rettore una nuova bozza di Protocollo di Intesa, che si ritiene idonea a superare i rilievi precedentemente formulati dai Ministeri Vigilanti e coerente con la nuova programmazione regionale. In particolare, l’allegato n.l alla bozza di Protocollo individua la configurazione complessiva dell’A.O.U. Mater Domini, nonché le corrispondenti UU.OO.CC. attivate o da attivare a regime.
Quanto affermato nel DCA n. 9/2015 – e sopra testualmente riportato – contrasta ed omette una parte di realtà documentale, in quanto lo schema del nuovo protocollo allegato al Decreto n. 110/2012 era stato tempestivamente modificato dai Subcommissari Pezzi e D’Elia, già nel Marzo 2013, in coerenza con le osservazioni espresse dai Ministeri affiancanti con parere n. 46 del 24 Gennaio 2013. Tale modifica era stata inviata, in uno con la relativa proposta di decreto, alla firma del Commissario ad acta, esattamente in data 7 Marzo 2013. Da allora non è mai stata restituita, senza alcuna motivazione, dal Commissario ad acta. Semplicemente scomparsa, per quanto appare, ancorché redatta in rigorosa linea e coerenza alle richieste dei Ministeri.
Varie sollecitazioni formali ed informali – riassumibili chiaramente nelle note n. 133301 del 18 Aprile 2013 e n. 254080 del 31 Luglio 2013 inviate al Commissario ad acta – alla sottoscrizione del protocollo avanzate dai Subcommissari D’Elia e Pezzi al Commissario ad acta Scopelliti sono rimaste sempre senza esito.
Non v’è dubbio che, sulla base di quanto finora rappresentato, siano già ipotizzabili chiari comportamenti di favore all’Università da parte della Regione.
Ma vi è, ancora, di più.

PRECEDENTE INTERESSE DELLA PROCURA DELLA REPUBBLICA IN ORDINE AL PROTOCOLLO
Il primo protocollo Regione/Università, sottoscritto nel 2004 e scaduto nel 2008, era stato oggetto di un rinnovo/proroga, da parte della Giunta regionale, con delibera n. 863 del 29 Dicembre 2010; evidente segno, già da allora, di una volontà di prorogatio da parte della Giunta regionale. Anche se, per dirla con la Commissione Serra-Riccio, si trattava di un protocollo «eccessivamente sbilanciato a favore dell’Università» e sarebbe stato dovere degli amministratori pubblici porre rimedio a tale squilibrio a danno delle finanze regionali (ci hanno provato i due sub Commissari e l’allora dirigente del settore “Piano di rientro” ma – come si è visto – invano). Eppure il Commissario ad acta conosceva bene anche la relazione Serra-Riccio per averla citata a piene mani nella campagna elettorale delle regionali di Marzo 2010.
Con lo stesso atto citato, la Giunta deliberava di «rinviare ad un successivo provvedimento del Commissarioad acta per il piano di rientro la ridefinizione dei rapporti tra Regione Calabria-Università Magna Graecia nell’ambito del predetto protocollo, apportando modifiche e/o integrazioni a precedenti intese con l’Università e a precedenti delibere di G.R. in ordine alle predette intese», con ciò ammettendo la consapevolezza della sua sopravvenuta incompetenza a trattare la materia in virtù del commissariamento per l’attuazione del piano di rientro, tanto da rinviare la ridefinizione dei rapporti tra i due Enti al Commissario ad acta. Volutamente, però, adotta un contestuale «rinnovo del protocollo quadro d’intesa», pur sapendo che l’emanazione di tale atto apparteneva alla esclusiva competenza del Commissario ad acta.
Tale delibera di Giunta Regionale fu, ovviamente, ritenuta dai Ministeri affiancanti e dal tavolo c.d. Massicci, interferente con i poteri del Commissario ad acta, tanto che ne fu richiesto l’annullamento puntualmente avvenuto con Decreto del Commissario ad acta n. 62 del 22 Luglio 2011, sicché, a tal punto, non esisteva nemmeno una parvenza, ancorché illegittima, di prorogatio. Si sottolinea che la Delibera di Giunta n. 863 del 29 Dicembre 2010, estratta dal sito web ufficiale della Regione Calabria (www.regione.calabria.it) è priva di: firma dell’assessore proponente, firma del relatore, firma del responsabile del procedimento, firma del dirigente di servizio, firma del dirigente di settore, prenotazione impegno di spesa. Esiste la sola firma del dirigente generale del Dipartimento Tutela della salute.
Si rammenta che la Procura della Repubblica di Catanzaro ha aperto, a suo tempo, un’indagine a carico del Presidente della Giunta in ordine alla DGR n. 863/2010 in questione.

PREVISIONE DEL DCA N. 33/2014
Dovendosi procedere al riparto del fondo annuale alle Aziende sanitarie ed ospedaliere della Regione per il loro funzionamento, nel Marzo 2014 veniva emanato il DCA n. 33/2014. Tale DCA in ordine al finanziamento dell’AOU “Mater Domini” stabilisce testualmente: «DATO ATTO CHE riguardo alla Azienda Ospedaliera “Mater Domini”, non essendo stato ancora sottoscritto il protocollo d’intesa con l’Università “Magna Graecia” di Catanzaro e che lo stesso è stato trasmesso al vaglio preventivo dei Ministeri competenti, in riferimento ai criteri di finanziamento e nelle more della formalizzazione dell’atto, il trasferimento delle risorse effettuato nell’anno 2013 sulla base del DPGR-CA n. 4/2013 (riparto FSR 2012) è da considerarsi qualeanticipazione, ai sensi della normativa vigente, della definitiva assegnazione che sarà determinata con successivo provvedimento, coerentemente al predetto protocollo».
Il che significa che la somma mensilmente corrisposta all’AOU “Mater Domini”, qualunque essa sia, rappresenta una «anticipazione», che dovrà, pertanto, vedere un automatico conguaglio, a favore di una delle parti, ove la somma anticipata non corrisponda precisamente al dovuto.

POSIZIONE DEL SETTORE ECONOMICO-FINANZIARIO DEL DIPARTIMENTO TUTELA DELLA SALUTE
Si rileva quanto mai opportuno riportare la posizione, in merito all’argomento, formalmente espressa dal Settore Economico-Finanziario dello stesso Dipartimento Tutela della salute in una nota dell’Agosto 2014 inviata al dirigente generale ff del Dipartimento di cui, di seguito, si riporta la parte finale.
«Poichè quanto fino ad oggi trasferito alla AO Mater Domini, pari a € 28.209.951,00 per il periodo gennaio-luglio 2014, costituisce un importo prossimo al livello di produzione mediamente reso dall’azienda negli ultimi esercizi e considerato che questo Settore sta procedendo ad erogare i ratei mensili ancora sulla base del DPGR-CA n. 4/2013 (Riparto FSR 2012), né risulta ancora sottoscritto il citato protocollo Regione-Università, si comunica che dal mese di settembre p.v. i decreti di erogazione mensile non recheranno la quota prevista per I’AO Mater Domini a meno che i trasferimenti non vengano disposti dalla S.V. il cui gruppo firma sarà apposto sulle bozze dei provvedimenti».
La sopra riportata affermazione non ha bisogno di alcun commento rappresentando, oltre che una spiegazione solare, anche la pietra tombale di tutta la vicenda.

COMPORTAMENTO DEL DIRIGENTE GENERALE ff DEL DIPARTIMENTO, ZITO.
Il dirigente generale, però, non ritiene di adottare atti consequenziali alle affermazioni del Responsabile e del vice responsabile del Settore Economioco-finanziario del Dipartimento. Tutt’altro!
Per tutta risposta, autorizza l’erogazione mensile con una nota – appunto – degna dell’interesse della Procura della Repubblica, in cui confonde «funzioni cosiddette non tariffabili» (ad es. rianimazione, pronto soccorso, etc.) con prestazioni, invece, tariffabilissime, per le quali si arroga, da solo e senza alcuna negoziazione – a che cosa valgono tutte quelle farraginosità che si chiamano «Settore economico-finanziario», «Subcommissario», «Commissario ad acta» e, soprattutto, «Presidente della Regione», che paga? –, il diritto di riconoscere all’AOU “Mater Domini” un surplus di finanziamento pari al 40%.
Lo stesso dirigente non perde occasione di trasformarsi in legislatore nazionale. Una prima volta ha già corretto a mano il decreto n. 151/2013, alterando, anche, i termini previsti da normativa nazionale per il ricorso al Capo dello Stato (passati, secondo il legislatore Zito da 120 a 60 giorni).
Questa volta, a fronte dal D.L. 95/2012 che stabilisce una percentuale di riequilibrio delle funzioni c.d. non tariffabili che «non può in ogni caso superare il 30% del limite di remunerazione assegnato» si lancia in un 40% che, oltre a sforare il tetto massimo di legge, non trova alcuna giustificazione, se non quella di continuare a favorire una somma “impropria” all’Università.
Volendo – solo per un attimo – considerare corretta e legittima questa percentuale, se ne desume che il 40% di 28.209.251, pari a 11.283.300, in aggiunta alla cifra iniziale configurerebbe una cifra complessiva di 39.492.551. Questa ultima cifra è ben lontana dalla cifra di 52 milioni “elargita” annualmente, contestata dal settore economico- finanziario dello stesso Dipartimento Tutela della salute ma autorizzata dal suo Dirigente generale ff!
In più, il Dirigente generale, oltre alla confusione sui conti, si esprime in tal modo sul protocollo scaduto: «In merito al protocollo d’Intesa Regione-UMG si ritiene che lo stesso continui a produrre gli effetti degli accordi ivi contenuti se non altro in ragione della tacita prorogatio che si intende sussistere fino alla sottoscrizione del nuovo accordo, il quale risulta ad oggi in fase di formalizzazione». Ottimo esempio di come un alto dirigente regionale rispetta le leggi e fa gli interessi della Regione. Ecco dimostrata la convenienza dell’Università alla prorogatio di un atto per la cui redazione occorrerebbero una decina di giorni e non tre anni.

POSIZIONE DEL M5S ED INCONTRO CON SCURA
INCONTRO E RICHIESTA A SCURA
Nell’incontro – dello scorso 31 marzo, presso il dipartimento regionale “Tutela della Salute” – della sottoscritta deputata M5s Dalila Nesci con l’attuale Commissario ad acta, Massimo Scura, era stato prospettato il caso del finanziamento della Regione Calabria all’Università di Catanzaro, peraltro richiamato più volte da M5s nell’ambito della campagna elettorale per le ultime regionali. Al predetto Commissario è stato richiesto se intendesse predisporre un decreto a stralcio per modificare il finanziamento de quo, riparametrandolo ad evitare ingiustificabili sprechi. Ciò è avvenuto anche alla presenza del Subcommissario Andrea Urbani e dell’assistente parlamentare (della deputata Nesci,) Emiliano Morrone. Il Commissario si è detto contrario, precisando che tutte le strutture come l’AOU “Mater Domini” hanno un finanziamento di tipo integrativo, senza il quale non potrebbero andare avanti. ad oggi, pur avendone il diritto – rectius, il dovere – di far cessare questo illecito, il predetto Commissario non ha prodotto alcun decreto, mentre si è affrettato ad emanare il contestatissimo DCA n. 9, sul quale sta promettendo a tutti revisioni su revisioni. Quindi, il Commissario Scura mette fretta nei provvedimenti che andrebbero ragionati e tralascia – volutamente, per perpetuare il finanziamento storico in prorogatio illecita – il decreto sul protocollo Regione/Università.

CONCLUSIONI
Per concludere:
  • 1)  ad oggi vengono ancora erogati, dalla Regione, finanziamenti pubblici all’Università per l’attività assistenziale erogata dall’AOU “Mater Domini” in assenza di protocollo di intesa, essendo il primo scaduto da quasi sette anni e non avendo inteso nessuna delle due parti (Regione/Università) procedere al rinnovo attraverso la sottoscrizione del nuovo protocollo pronto da tre anni, in quanto recepito con Decreto del Commissario ad acta 110 del 5 Luglio 2012 mai sospeso o revocato;
  • 2)  è in vigore un regime di prorogatio sulla cui illegittimità nella P.A non occorre prolungarsi;
  • 3)  il Presidente/Commissario ad acta giustificava tale prorogatio in virtù di un tacito rinnovo di un protocollo scaduto a fronte dell’esistenza, da oltre un anno e mezzo, del nuovo schema da sottoscrivere dimenticandosi:
– di avere sottoscritto il DCA n. 110/2012 che, fra l’altro, riporta in premessa la seguente affermazione: «Constatata la vacatio determinatasi per la scadenza del protocollo quadro d’intesa sottoscritto, per la vigenza di un quadriennio, nell’anno 2004 e mai rinnovato o prorogato con atto formale peraltro non adottabile ai sensi delle norme vigenti in materia di forniture di beni e servizi»;
– avere annullato con un altro suo stesso decreto, il DPGR n. 62/2011, la Delibera di Giunta n. 863 del 29 Dicembre 2010 che, ancorché in modo del tutto illegittimo, prorogava il protocollo scaduto in quanto la Giunta regionale non era competente in materia;
  • 4)  tale prorogatio favorisce un metodo di remunerazione delle prestazioni, basato sul dato “storico”, in aperta violazione delle norme nazionali vigenti in merito;
  • 5)  in conseguenza l’Università sta fruendo finanziamenti pubblici senza averne i presupposti di legge e nell’ambito di tale illegittimo finanziamento fruisce, viepiù, di un immotivato surplus (derivante dal finanziamento sul dato storico anziché sulla produzione) a danno delle casse erariali;
  • 6)  si rileva una evidente volontà di tutti gli organismi tecnici e politici interessati, fin dal Dicembre 2010, di perpetuare tale illecito sistema.
  • 7)  tale vicenda va avanti da anni con la complicità del sub commissario Urbani e del Dipartimento, in particolare del dirigente generale ff Zito che – a seguito di una richiesta di blocco del finanziamento espressa dal settore economico-finanziario dello stesso Dipartimento in ordine al continuo finanziamento mensile in assenza di protocollo valido ed in presenza dell’esaurimento, già ad Agosto dell’anno, del budget dell’AOU determinato sulla produzione storica – ha prodotto una incredibile nota giustificativa ed autorizzativa del pagamento;
  • 8)  il sub commissario Urbani, delegato al rinnovo del protocollo, da diciotto mesi sta negoziando con il Rettore un atto per la redazione del quale occorrono non più di diciotto giorni.
  • 9)  IL FINANZIAMENTO BASATO SULLO STORICO E’ PARI A 52 MILIONI MENTRE QUELLO DERIVANTE DALLA PRODUZIONE NON SUPEREREBBE, COME RILEVATO DALLO STESSO SETTORE ECONOMICO-FINANZIARIO DEL DIPARTIMENTO, I 30 MILIONI, PER CUI LA REGIONE STA INDEBITAMENTE EROGANDO UN SURPLUS DI FINANZIAMENTO DI CIRCA 20 MILIONI/ANNO DAL LUGLIO 2012.
Intendendo far cessare lo spreco di risorse economiche della Regione ed evidenziare, nel contempo, le responsabilità derivanti dai relazionati comportamenti tecnici e politici, finalizzati al perpetuare di una “cortesia” con fondi pubblici all’Università, di quanti avevano – ed hanno – obblighi di ufficio ed istituzionali ben differenti, esponiamo la sopra riportata vicenda alle Autorità Giudiziarie in elenco al fine di individuare, ciascuna per la propria competenza, fattispecie di natura penale e/o di danno erariale eventualmente configurabili, con richiesta di essere informati degli sviluppi delle indagini.
Con i migliori saluti,
Catanzaro, 21 maggio 2015
Dalila Nesci e Paolo Parentela

OGGETTO: ESPOSTO SULL’INTESA TRA GLI OSPEDALI “PUGLIESE-CIACCIO” DI CATANZARO E “BAMBINO GESÙ DI ROMA”.

Con DPGR n. 32 del 28 Marzo 2012 la regione Calabria – allora e sino a oggi sottoposta a piano di rientro dal debito sanitario – stipulava un «Patto d’Intesa con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù» di Roma, con l’intento di «procedere alla costituzione di un Centro Pediatrico da inserire nell’Ospedale “Pugliese” di Catanzaro».
Nel verbale della riunione del 7 novembre 2012 del cd. «Tavolo Massicci» si ribadiva che «nel corso della precedente riunione Tavolo e Comitato (per la verifica dei Lea, nda) avevano evidenziato la necessità che la Regione fornisse ulteriori elementi di valutazione in merito alla coerenza del progetto con l’attuale situazione della rete pediatrica e alle finalità specifiche che si intendono perseguire con il patto d’intesa con il Bambino Gesù». Nello stesso verbale si aggiungeva che alla Regione Calabria erano state chieste «ulteriori informazioni di dettaglio rispetto al personale, all’impatto economico, alla compatibilità con il piano di rientro e alle caratteristiche organizzative della convenzione» e che la regione aveva trasmesso una nota di chiarimenti – prot. 458_12 del 10.10.2012 – in risposta alle osservazioni, di cui alla riunione del 23/07/2012 del prefato organismo, relative al patto d’intesa con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.
Le delucidazioni fornite dalla Regione Calabria non apparivano convincenti in sede di Tavolo Massicci, tanto che, nella riunione dell’otto aprile 2013, i suddetti Tavolo e Comitato ritenevano che i DDPGR 20/2012 e 32/2012 non potessero essere valutati positivamente senza i necessari chiarimenti da parte dell’intera struttura commissariale.
In merito all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, in relazione al quale opera la legge 187/1995, i riferiti Tavolo e Comitato valutarono negativamente il Patto d’intesa, rilevando una duplicazione dei costi relativi alla pediatria ospedaliera nella città di Catanzaro e rimarcando problemi evidenti in ordine alla convenienza della citata intesa, specie per la carenza di documentazione sul versante dei costi.
Nella riunione del 4 dicembre 2013, i riferiti Tavolo e Comitato segnalarono che nel programma operativo collegato all’avanzamento del piano di rientro dal debito non vi è alcun riferimento alle criticità precedentemente rilevate, il che ribadì la giornalista Betty Calabretta in un articolo apparso su Gazzetta del Sud del 31 dicembre 2013.
Appare utile rammentare che nel verbale del Tavolo ex Massicci del 23 luglio del 2012, si evidenziava – in merito alla convenzione tra l’Azienda Pugliese Ciaccio e l’Ospedale Bambino Gesù – la necessità che la Regione Calabria fornisse ulteriori elementi di valutazione in merito alla coerenza del progetto con l’attuale situazione della rete pediatrica e alle finalità specifiche. Nel predetto verbale si chiedevano anche ulteriori informazioni di dettaglio, cioè se vi fosse la previsione d’impiego del solo personale dell’OPBG od anche dell’AO Pugliese Ciaccio, l’impatto economico col dettaglio di costi e risparmi, l’individuazione dell’organizzazione e dei livelli di responsabilità, nonché la compatibilità con quanto previsto nel Piano di rientro. Alle riferite questioni non è stata data mai risposta.
Dopo anni, curiosamente in prossimità con la data di scadenza della convenzione, nel dicembre 2014 la struttura commissariale ha inviato una corposa relazione al tavolo ex Massicci, al cui paragrafo 2.4.5.1 – relativo proprio alla convenzione tra l’Azienda Ospedaliera Pugliese Ciaccio e l’Ospedale Bambino Gesù di Roma – non si risolvono le problematiche prima elencate.
Di là dai semplici dati relativi all’abbattimento di ricoveri per mobilità passiva – peraltro fisiologica – verso l’Ospedale Bambino Gesù, non suffragati da riscontri economici, le finalità specifiche che si dovevano perseguire con la convenzione e il problema della commistione tra il personale del Bambino Gesù che opera nell’Azienda Pugliese e quello della stessa azienda sono tutt’altro che risolti.
Stando ai dati riassunti dalla Cisl, il 90% dell’attività chirurgica effettuata nel Centro catanzarese è riconducibile alla chirurgia pediatrica, già presente in loco e non ricompresa nella convenzione, mentre il solo il rimanente 10% dell’attività chirurgica è da ricondurre agli specialisti del Bambino Gesù (Ortopedia, Urologia, Oculistica, Plastica, ecc.).
Si evidenzia, pertanto, una vera e propria duplicazione di attività con la finalità di mascherare l’esiguo numero di interventi chirurgici specialistici ascrivibili al Bambino Gesù, a fronte dell’enorme esborso di denaro, il tutto – sembrerebbe agli odierni interroganti – con l’assenso degli organi Aziendali. Il servizio giornalistico «I manager del presidente», autore il giornalista Antonino Monteleone, trasmesso nel programma Rai “Report” del 28 aprile 2013, ha confermato la duplicazione di cui sopra e una gestione concreta dell’intesa ben contraria alle ragioni della sua prospettazione.
Confrontando i dati di produzione 2012-2013-2014 del Centro delle Chirurgie Pediatriche dell’Azienda Ospedaliera, si registra già nel 2013 un disavanzo di ben 280.000 euro rispetto al 2012, con un peggioramento dell’indice operatorio, che passa dal 61% del 2012 al 54% del 2013, nonché dell’indice di complessità chirurgica; i riassunti dati negativi sono stati riconfermati anche nel 2014.
L’effetto della convenzione in argomento è stato esclusivamente quello di mantenere in loco la bassa complessità, per trasferire a Roma la media e l’alta complessità; la predetta sintesi interpretativa è confermata dai dati di mobilità passiva verso l’Ospedale Bambino Gesù, riportati dalla regione Calabria.
A tale ultimo riguardo, nel 2012 i cittadini calabresi hanno pagato di mobilità passiva circa 8.200.000 euro per 3.044 ricoveri, mentre nel 2013 la mobilità passiva pagata dalla regione al Bambino Gesù è di euro 8.090.000, a fronte di 2.918 ricoveri. Parte della considerata mobilità è da ascrivere a patologie mediche, non già chirurgiche, per cui non si può dedurre corrispondente beneficio per la regione Calabria.
Ancora, l’attività operatoria svolta dai professionisti del Bambino Gesù ricomprende quella che già veniva effettuata nel presidio ospedaliero del capoluogo. La novità, per il dibattito che ne è sorto sulla stampa, è stata di far passare codesta attività chirurgica come mai stata effettuata in loco e quindi completamente ascrivibile ai professionisti esterni. Tale grottesca situazione è stata caldeggiata dall’ex Direttore Generale, Avv. Elga Rizzo, e dall’ex Direttore Amministrativo, Avv. Vittorio Prejanò, nominato dallo stesso DG come Referente unico aziendale del progetto Bambino Gesù – situazione, questa, già portata alla pubblica attenzione dalla citata trasmissione “Report”.
A parere degli scriventi parlamentari, lo stesso Preianò, Direttore Amministrativo dell’Azienda Ospedaliera Pugliese-Ciaccio, non poteva ricoprire altro incarico e tanto meno quello di Referente del “Progetto Bambino Gesù”, trovandosi in palese conflitto di interessi. Peraltro, in ordine alla gestione concreta del personale e di responsabilità del progetto venivano adottati provvedimenti anomali a opera dell’Azienda ospedaliera di Catanzaro, come denunciato da parte sindacale e – come si legge in un articolo pubblicato sul quotidiano La Gazzetta del Sud – censurato anche dal competente tribunale, che riconosceva una condotta antisindacale del predetto soggetto pubblico.
Per ultimo, gli scriventi parlamentari sono a conoscenza di ulteriori comportamenti anomali nella gestione del personale preposto all’intesa in argomento, i quali avrebbero condizionato il lavoro di un giovane medico chirurgo, cui poi – unico caso tra tutti – non è stato rinnovato il contratto, forse anche per il rigore morale del medesimo.
Intendendo far cessare lo spreco di risorse economiche della Regione Calabria, chiediamo alle Autorità in elenco di verificare, ciascuna per la propria competenza, se vi siano fattispecie di natura penale e/o di danno erariale eventualmente configurabili, con richiesta di essere informati degli sviluppi delle indagini.
Con i migliori saluti,
Catanzaro, 21 maggio 2015
Dalila Nesci Paolo Parentela

19/05/15

Approvata la legge sugli ecoreati

Oggi finalmente possiamo festeggiare! Abbiamo approvato la legge sugli ‪‎ecoreati‬, un grande passo per il nostro paese vittima da troppi anni di crimini contro l'ambiente! L'inquinamento, il disastro ambientale, l'impedimento dei controlli, l'omessa bonifica e il traffico di materiale radioattivo non saranno più contravvenzioni ma delitti! È una data storica perché ci sono voluti venti anni per avere finalmente nel codice penale italiano cinque tipologie di reati contro l'ambiente. Era necessario che entrasse il MoVimento 5 stelle in parlamento per ottenere una legge che nessuno prima ha avuto il coraggio di fare. Abbiamo iniziato due anni fa a lavorare in commissioni e in aula, abbiamo ascoltato associazioni, comitati, cittadini, ambientalisti, magistrati e tutti coloro che hanno potuto dare un contributo costruttivo a questa legge. L'abbiamo fatto per realizzare uno dei punti più importanti del nostro programma e oggi quello che sembrava un sogno è diventato realtà.

Agricoltura: torniamo ad un ciclo naturale del fosforo

Il fosforo, identificato nella tavola periodica degli elementi col simbolo «P» è uno dei macroelementi, insieme all'azoto (N) e al potassio (K), fondamentale per l'esistenza stessa della vita essendo presente come gruppo fosfato in numerose molecole quali il DNA, l'RNA, l'ATP (per i processi di produzione dell'energia) e nei fosfolipidi delle membrane cellulare, nonché costituente degli enzimi e basilare nei processi ossidoriduttivi.
Il corpo umano ha bisogno di alimenti contenenti circa 0,6-0,8 grammi di fosforo P al giorno.
Il fosforo presente nel terreno viene assorbito attraverso le radici e viene fissato all'interno delle piante e da queste, trasferito agli animali che incorporano il fosforo al proprio interno sia come fosforo organico che inorganico, ovvero come fosfato di calcio. Questo elemento chimico circola nel suolo prevalentemente sotto forma di fosfati di calcio di cui ne esistono tre differenti tipi con diversi rapporti tra fosforo e calcio e solo alcuni di questi, quelli solubili nelle soluzioni circolanti nel terreno, sono assimilabili dai vegetali attraverso l'apparato radicale.
Il prodotto iniziale è il fosfato tricalcico (Ca3(PO4)2), praticamente insolubile in acqua che per reazione con acidi si trasforma in fosfato bicalcico (CaHPO4), poco solubile in acqua, e in fosfato monocalcico (Ca(H2PO4)2), più solubile in acqua, e in queste due forme solubili, il fosforo viene assorbito attraverso le radici delle piante.

Il ciclo del fosforo fino al XIX secolo è stato sostanzialmente chiuso, ovvero senza l'apporto di fosfati al terreno, visto che la frazione assorbita dai vegetali ritorna nel suolo a seguito della degradazione di spoglie e residui, mentre quello fissato negli animali torna disponibile grazie agli escrementi e alla decomposizione delle carcasse.
La «rottura» del ciclo naturale del fosforo è effetto dell'allontanamento della popolazione agricola dai campi, con la crescita delle città e della popolazione e conseguentemente, con l'aumento della domanda di alimenti vegetali e animali che determina il diffondersi delle coltivazioni intensive che sottraggono fosforo al terreno senza restituirlo.
Per far fronte alla diminuzione delle rese agricole, diretta conseguenza dell'impoverimento fosforico dei suoli, ebbe inizio proprio nel XIX secolo lo studio delle correlazioni fra agricoltura e chimica i cui i prodromi sono evidenti nel «Trattato che mostra il legame fra agricoltura e chimica» (Archibald Cochrane, nono conte di Dundonald – 1795).

Nel testo, si rilevava che cospargendo il terreno dipolvere di ossa, contenente fosfato tricalcico, si aiutava la crescita delle piante e che le ossa erano più efficaci come concimi se venivano prima calcinate. A seguito di tale scoperta aumentò in tutta Europa la richiesta di ossa da usare come concime, al punto che nei primi anni dell'Ottocento l'Inghilterra ne doveva addirittura importarle dal continente alcune decine di migliaia di tonnellate all'anno.
Justus von Liebig in Germania nel 1842 scoprì che le ossa erano più efficaci come concimi se venivano prima trattate con acido solforico che rendeva il fosforo più solubile in acqua, quindi nelle soluzioni presenti nel terreno, mentre nel 1842 l'inglese John Bennett Lawes brevettò il processo di trattamento sia delle ossa, sia di minerali fosfatici, di cui esistevano giacimenti sotto forma di coprolite in Inghilterra, con acido solforico, dapprima in camere di piombo poi nella «torre di Glover».
A seconda della proporzione di acido solforico impiegato nel trattamento dei fosfati naturali si possono ottenere in diverse proporzioni i «perfosfati», miscele di fosfato monocalcico e di fosfato bicalcico, con diverso grado di solubilità in acqua, insieme a solfato di calcio e con un «titolo», l'indicatore del contenuto in fosforo espresso come anidride fosforica P2O5, variabile dal 14 al 20 per cento.
A partire dall'esperienza di cui al punto precedente, si propagò in tutto il mondo la diffusione di perfosfati e nel 1854 in Inghilterra esistevano 14 fabbriche di perfosfati ottenuti trattando con acidi l'apatite e la fosforite, i minerali del fosforo più diffusi, costituiti essenzialmente da fosfato tricalcico, mentre nel 1859 cominciarono a sorgere fabbriche di concimi fosfatici negli Stati Uniti.
Percy Gilchrist nel 1878 brevettò la sostituzione del rivestimento refrattario acido siliceo del convertitore (di ghisa in acciaio) Bessemer con un rivestimento refrattario basico di calcare sul quale il fosforo veniva fissato dal rivestimento calcareo sotto forma di fosfato di calcio che trovò ben presto impiego come concime fosfatico sotto il nome di «scorie Thomas», costituite da silicofosfati di calcio con un titolo di circa il 16 per cento di P2O5.
Per più di un secolo il perfosfato minerale semplice, con un titolo del 16-20 % è stato il principale concime fosfatico, relativamente poco costoso e con il vantaggio di contenere solfato di calcio in ragione di circa il 12 per cento di zolfo, fino all'avvento del «superfosfato» più concentrato a seguito del trattamento dei minerali fosfatici con acido fosforico anziché solforico, con un titolo intorno al 40-45 % di P2O5, come il Ca(H2PO4)2 che ha un titolo teorico del 47 per cento, la cui produzione è cominciata nel 1934 da parte della Tennessee Valley Authority (TVA), la società statale creata dopo la I guerra mondiale per la produzione di energia idroelettrica, di concimi e di prodotti chimici.
A partire dagli anni ’50 viene introdotto in commercio il concime da fosfato di ammonio ottenuto per reazione fra l'acido fosforico e l'ammoniaca anidra, ovvero il fosfato biammonico ((NH4)2HPO4), contenente i due elementi fertilizzanti fosforo e azoto (concime misto).
Nei concimi misti il titolo è indicato con tre cifre che corrispondono al contenuto «per cento» di azoto (N), di fosforo (P2O5) e in potassio (K2O); ad esempio il fosfato biammonico ha un titolo 18-46-0 e viene prodotto anche il fosfato monoamnnonico ((NH4)H2PO4) con titolo 11-52-0.

I minerali fosfatici (fosforiti e apatiti), da cui si ricavano i concimi fosfatici, contengono anche vari altri elementi, come il fluoro, che viene estratto e usato come materia prima per i composti fluorurati, e l'uranio in concentrazione fra lo 0,010 e il 0,020 per cento, risultando perciò blandamente radioattivi, come anche i fosfogessi, in cui si concentrano anche altri elementi inquinanti originariamente presenti nei minerali fosfatici, con ovvie ripercussioni di carattere ambientale. Si citi ad esempio uno studio effettuato in Germania che ha quantificato in 14.000 tonnellate il quantitativo di uranio sparso sui suoli agricoli tedeschi dal 1951 al 2011, vale a dire un quantitativo cumulativo di 1 chilogrammo di uranio per ettaro.

I fosfati naturali, ovvero la materia prima da cui si ricavano i concimi fosfatici, sono una risorsa non rinnovabile e che le stime parlano di una riserva di 15.000 milioni di tonnellate.
Alcune analisi degli scienziati del Global Phosphorus Research Initiative hanno stimato che il fosforo che si sta estraendo dalle miniere basterà per soddisfare le nostre esigenze alimentari solo per i prossimi 30/40 anni.

Le riserve mondiali di minerali fosfatici nel mondo (90 per cento) sono concentrate in pochi Paesi prevalentemente la Cina, Stati Uniti, Marocco e nel Sahara occidentale (quest'ultima terra appartenente al popolo Saharawi), e pochi altri, la cui domanda in continuo aumento (170 milioni di tonnellate nel 2008) potrebbe innescare tensioni geo-politiche che secondo Foreign Policy (autorevole rivista statunitense dedicata alle relazioni internazionali), minaccia di inaugurare un'era di competizione per lo sfruttamento di questa risorsa.

Dopo la seconda guerra mondiale l’estrazione di minerali fosfatici ha costituito la fonte principale di fosforo per l’agricoltura; si è trattato della cosiddetta “rivoluzione verde”; gli effetti non si sono fatti attendere perchè con un incremento estremamente grande del weathering del fosfato (da 2 a 4 volte almeno secondo varie stime o perfino di più) rispetto alla situazione precedente si è avuto un aumento dei flussi di fosforo sia verso il terreno, con accumulo che ne ha ridotto o perfino distrutto la componente organica, sia verso il mare; il sistema della biosfera non è stato in grado di assorbire l’enorme incremento di nutrienti senza una modifica sostanziale della sua composizione.

Sempre Foreign Policy, in un suo articolo, la definisce come «la più grave carenza di risorse naturali di cui avete mai sentito parlare» visto che gran parte degli agricoltori a livello mondiale utilizzano concimi ricchi di fosforo per incrementare la rendita dei loro raccolti, causando il problema del suo ricambio ed interrompendo di fatto il fenomeno conosciuto come «ciclo del fosforo».
Oltre che come concimi (che ne assorbono circa il 90 per cento), i composti del fosforo hanno applicazioni commerciali in molti campi, dai detersivi, alla metallurgia, all'industria alimentare.
L'analisi di laboratorio ci consente di determinare la quantità di fosforo assimilabile presente nel terreno in base alle caratteristiche chimiche fisiche del suolo, potendone così determinarne la dotazione (scarsa, media, buona ed elevata) e di indicare in funzioni di altre variabili (pH, calcare) se parte del fosforo è soggetto a immobilizzazione o retrogradazione.

La situazione attuale, che comporta l'accumulo di rifiuti e provoca grandi perdite in ogni fase del ciclo del fosforo, desta preoccupazioni sui futuri approvvigionamenti nonché sull'inquinamento dell'acqua e del suolo, sia nell'Unione europea che nel resto del mondo.
Le prevedibili conseguenze della probabile futura scarsità del fosforo potrebbero comportare innalzamenti, anche speculativi, del prezzo come accadde nel 2008 dove si ebbe l'innalzamento del prezzo della fosforite del 700 per cento in poco più di un anno, contribuendo all'impennata dei prezzi
dei fertilizzanti.

Dal punto di vista economico, la diversificazione dell'approvvigionamento di fosfato per le imprese dell'Unione europea che sono dipendenti da questa sostanza, migliorerebbe la loro resilienza nei confronti di future instabilità dei prezzi o di altre tendenze che potrebbero aggravare la loro dipendenza dalle importazioni.
I benefici, in termini di ambiente e di uso delle risorse, derivanti dalla maggiore efficienza e dalle minori perdite sarebbero significativi, visto che attualmente l'uso del fosforo si rivela inefficiente nelle diverse fasi del suo impiego, provocando un grave inquinamento idrico e lo spreco di un'ampia gamma di risorse associate.
Indipendentemente dal volume totale del fosfato estratto disponibile e dalla sicurezza degli aspetti dell'approvvigionamento, questi benefici giustificherebbero il riutilizzo e il riciclo del fosforo in modo più efficiente e porterebbero ad avere una migliore gestione del suolo che recherebbe benefici in termini di clima e di biodiversità.

Nei paesi dell'Unione europea gli allevamenti intensivi si concentrano in aree specifiche vicino alle vie di comunicazione e ai grandi centri abitati, portando un'eccessiva concentrazione degli effluenti in queste aree, con un graduale accumulo del contenuto di fosfato nei terreni e un maggior rischio di inquinamento idrico.
L'uso sostenibile del fosforo è divenuto negli ultimi anni, materia di ampie ricerche e studi, lo dimostra l'ultimo lavoro svolto per il Ministero dell'ambiente, dell'alimentazione e degli affari rurali del Regno Unito che individua nel reperimento del fosforo, un fattore di forte criticità nell'ambito dell'approvvigionamento delle risorse agricole e molte pubblicazioni scientifiche evidenziano i rischi legati all'aumento dei prezzi.

A livello nazionale sono già state adottate alcune misure, soprattutto per far fronte ai problemi di inquinamento idrico provocati dal fosforo e per ridurre i rifiuti alimentari o altri rifiuti biodegradabili che contengono fosfati, tuttavia tali azioni sono state concepite al solo scopo di scongiurare l'inquinamento idrico o con altri obiettivi di natura politica, piuttosto che con la vera intenzione di riciclare e risparmiare il fosforo.
Le fonti organiche del fosforo sono spesso materiali pesanti e voluminosi come gli effluenti o i fanghi di depurazione che non possono essere facilmente trasportati su lunghe distanze e che gli approvvigionamenti potrebbero essere distribuiti meglio a livello regionale e la disponibilità del materiale potrebbe essere migliorata sia a livello quantitativo che qualitativo. Per avere una produzione agricola efficiente è necessario disporre, nel suolo, di una quantità di fosforo sufficiente (livello critico) per soddisfare il fabbisogno delle piante durante tutto lo sviluppo, per questo l'UE ha promosso con varie iniziative, una maggiore efficienza nell'uso del fosforo con perdite ridotte in agricoltura, tra queste ricordiamo i codici di comportamento, i programmi di azione ai sensi della direttiva sui nitrati (Direttiva 91/676/CEE) e i regimi agroambientali nell'ambito della politica per lo sviluppo rurale.

L'accresciuto interesse per la protezione del suolo stimolato dalla strategia tematica per la protezione del suolo, insieme alla sezione relativa al suolo delle buone condizioni agronomiche e ambientali (BCAA) nell'ambito della condizionalità prevista dalla politica agricola comune, servono a migliorare la gestione del suolo e a ridurre il declino e l'erosione della materia organica, due elementi che contribuiscono alla perdita del fosforo, ma rimane un considerevole margine di miglioramento per quanto concerne efficienza nell'utilizzo dei fosfati a livello di azienda agricola.
Il consumo umano produce inevitabilmente rifiuti, ma varie tecnologie consentono di recuperare il fosforo dagli impianti per il trattamento delle acque reflue e che negli ultimi anni queste tecniche hanno registrato un notevole sviluppo con l'avvio di numerosi progetti pilota, e ora anche di iniziative su scala commerciale nell'Europa occidentale e settentrionale.

L'articolo 5 della direttiva 91/271/CEE del Consiglio concernente il trattamento delle acque reflue urbane imponga l'eliminazione del fosforo dalle acque reflue, non imponendo tuttavia l'estrazione del fosforo in forma utilizzabile.
Esistono tecniche per l'estrazione del fosforo come la rimozione dello stesso dalle acque reflue sotto forma di struvite o l'applicazione diretta dei fanghi di depurazione sui campi dopo opportuno trattamento.
Molte tecnologie industriali per il recupero del fosforo (da effluenti, acque reflue e rifiuti biodegradabili) sono già state varate quindi giunte a varie fasi di utilizzo, tuttavia non esiste una strategia comune per promuovere l'uso di queste fonti rinnovabili da parte degli agricoltori.

Nella nostra risoluzione presentata in Commissione Agricoltura alla Camera dei Deputati, a prima firma Massimiliano Bernini, abbiamo impegnato il Governo a:

- promuovere e a sostenere a livello europeo, iniziative anche di carattere normativo, volte al recupero del fosforo e dei fosfati dagli effluenti, dalle acque reflue e dai rifiuti biodegradabili delle varie attività antropiche, con l'obiettivo dell'utilizzo nella concimazione del suolo agrario, al fine di ridurre progressivamente la dipendenza nell'approvvigionamento da parte dei principali produttori mondiali di minerali fosfatici, in un'ottica di salvaguardia e sostenibilità ambientale, di minimizzazione della contaminazione da uranio e di tutela della sovranità alimentare;
- coinvolgere tutte le istituzioni pubbliche competenti in materia, ad intraprendere un'indagine conoscitiva sullo stato dell'arte dell'approvvigionamento dei concimi fosforici da parte del nostro Paese, sugli attuali consumi, soprattutto del settore primario, e dei trend futuri in termini di impiego della risorsa fosforo;
- assumere iniziative normative e in accordo con le regioni e le provincie autonome, al fine di promuovere il recupero del fosforo dalle varie attività umane (ad esempio le deiezioni animali del comparto zootecnico) al fine di reimpiegarlo quale materia prima per il settore agricolo oltre che di incoraggiare un uso razionale e sostenibile dei concimi fosforici;
- avviare una campagna informativa sulla tematica al fine di informare correttamente i comuni e gli agricoltori sulle prassi e procedure consigliate per il recupero del fosforo e l'impiego sostenibile dello stesso.

Crediamo opportuno intraprendere un'indagine conoscitiva sullo stato dell'approvvigionamento dei concimi fosforici da parte del nostro Paese, sugli attuali consumi, soprattutto del settore primario, e dei trend futuri in termini di impiego della risorsa fosforo e di intervenire a livello normativo, in accordo con le regioni e le provincie autonome, al fine di promuovere il recupero del fosforo dalle varie attività umane (ad esempio le deiezioni animali del comparto zootecnico).
In merito all'importanza della materia in oggetto riteniamo che sia necessario avviare una campagna informativa per comunicare correttamente ai Comuni e agli agricoltori sulle prassi e procedure consigliate per il recupero del fosforo ed il suo impiego sostenibile.

M5S Commissione Agricoltura