14/10/17

Sull'impianto di Tortora è inaccettabile il silenzio della Regione Calabria


Oliverio la smetta di fare il gioco dello struzzo sull’impianto di Tortora (CS) e corra ai ripari ascoltando la Regione Basilicata. Già ad aprile 2016 scrissi ad Oliverio riguardo l’assenza dei requisiti di legge sull’impianto di Tortora, che sorge in prossimità di numerosi Siti d’Interesse Comunitario (Sic) e che rischia di minare pericolosamente l’ambiente di una zona che andrebbe salvaguardata.
L’assenza della Valutazione d’incidenza ambientale, rende nulli tutti gli atti emessi dalla Regione Calabria (Via ed Aia) e quindi inutilizzabile l’impianto, che invece sta funzionando. Oliverio ed il dipartimento ambiente della Regione Calabria, però, hanno fatto orecchie da mercante anche nei confronti del Ministero dell’ambiente che, a seguito delle richieste di Italia Nostra e di una mia interrogazione parlamentare, ribadì alla Regione la necessità della Valutazione d’incidenza.
La speranza è che la risposta del dipartimento ambiente non tardi ad arrivare. Se così non fosse, sarebbe opportuno un intervento immediato da parte delle autorità compenti e della Procura di Paola, già sollecitata dalla Regione Basilicata e dal Sindaco di Tortora.


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06/10/17

Un cinghiale è per sempre...


Il fenomeno della rapida espansione delle popolazioni di cinghiale ha assunto in Europa particolare rilevanza. In Italia, negli ultimi trent'anni, l'areale di distribuzione della specie è aumentato sensibilmente permettendo al cinghiale di tornare ad occupare aree dalle quali era scomparso negli ultimi secoli. A partire dal dopoguerra sono stati immessi nel nostro Paese esemplari di cinghiale di taglia maggiore di origine centro-europea (esempio ungheresi, polacchi e cecoslovacchi) e si sono diffusi cinghiali allevati in promiscuità con la forma domestica, con lo scopo di ripopolare il territorio italiano. Ne consegue che il cinghiale oggi diffuso in Italia è il risultato di esemplari di origine alloctona e loro ibridazione con esemplari autoctoni e con maiali bradi e rinselvatichiti.

Le cause dell'espansione sono quindi da ricercare in primo luogo nelle numerose immissioni a fine venatorio e ripopolamenti operati in aree demaniali, al solo scopo di incrementare la fauna locale con ceppi alloctoni, molto prolifici.
Ruolo critico è svolto anche dall'assenza di una seria gestione della fauna nel nostro Paese che, unitamente alla mancanza di una strategia di interventi, ha reso la situazione preoccupante con una maggiore incidenza sul territorio, rispetto ad altre nazioni europee. In particolare, i fenomeni di danneggiamento a carico delle colture agricole e delle biocenosi naturali causate dalle popolazioni di cinghiale stanno diventando sempre più frequenti in gran parte d'Italia.

Tale situazione è ancor più aggravata, allo stato attuale, dalla mancanza di dati omogenei e completi sullo stato della popolazione del cinghiale in Italia e da una gestione faunistico venatoria fuori controllo. Non esiste infatti una banca dati unica sui capi abbattuti complessivamente, non esiste alcun blocco reale di nuove immissioni e non vi sono informazioni sull'operato degli ambiti territoriali di caccia in materia.
Il problema della presenza eccessiva di cinghiali è principalmente relativo ai danni arrecati direttamente ai sistemi agro-silvo-pastorali e alle altre specie animali e vegetali. Infatti, per la sua versatilità e per il suo caratteristico modo di cercare il cibo, il cinghiale spesso si comporta come una ruspa o una motozappa, rivolta il terreno, elimina bulbose e le piante del sottobosco, causano danni sia alla vegetazione spontanea forestale, sia alle colture agrarie.

La gestione delle popolazioni di cinghiale ha anche una relazione diretta con la conservazione della biodiversità e delle specie minacciate. La tutela delle specie selvatiche in pericolo d'estinzione prevede infatti anche la prevenzione contro le malattie infettive, che possono compromettere la sopravvivenza di piccole popolazioni, come quella dell'orso nell'Appennino centrale. La maggior parte delle malattie infettive è interspecifica ed una specie può essere serbatoio di patogeni per altre specie. Quindi dove si verifica la convivenza del cinghiale con specie minacciate va sicuramente attuato un serio monitoraggio sanitario delle malattie pericolose (esempio la Malattia di Aujesky, patologia tipica dei suidi, risulta molto pericolosa per tutti i carnivori), vanno gestite le eventuali positività, va intensificato il monitoraggio-sanitario e vanno identificate soluzioni gestionali che possano permettere la conservazione delle specie a rischio.


Occorre ricordare infine il rischio legato agli incidenti stradali per collisione con cinghiali e l'eventualità di aggressione nei confronti dell'uomo che, sebbene ad oggi sia rappresentata da casi isolati, può divenire in prospettiva un serio problema, come ricordano le recenti cronache.


Oltre ad una nostra risoluzione presentata, la Commissione agricoltura di cui sono membro con la risoluzione conclusiva n. 8-00085 approvata in data 29 ottobre 2014, ha impegnato il Governo:

1. ad intraprendere urgentemente, secondo il principio che la tutela ambientale debba comunque conciliarsi con l'esercizio dell'attività d'impresa, tutte le iniziative tecniche, organizzative e normative, sia in sede nazionale che in sede comunitaria, per contrastare e prevenire con efficacia il problema dei danni alle colture causati dalla fauna selvatica e in particolare i danni dovuti alla proliferazione dei suidi prevedendo una maggiore sinergia con le regioni e le province autonome e con l'Ispra;

2. ad istituire, mediante il concerto tra i Ministeri competenti, Ispra, le regioni e le province autonome, un osservatorio permanente in grado di censire con puntualità, certezza e per mezzo di comprovati parametri tecnici e scientifici, i danni provocati dalla fauna selvatica su tutto il territorio nazionale e ad avviare, nell'ambito delle proprie competenze e di intesa con le regioni e le province autonome, un monitoraggio nazionale sull'applicazione dell'articolo 10 della legge n. 157 del 1992, e in particolare del comma 8, lettera f), al fine di valutare oggettivamente se siano state messe in atto tutte le misure previste dalla legislazione nazionale in materia di risarcimento dei danni da fauna selvatica agli agricoltori e di assicurarsi che si raggiungano dei risultati omogenei sul territorio nazionale così da garantire, al contempo, la tutela della fauna selvatica e il diritto degli agricoltori di essere risarciti in tempi rapidi e certi;

3. a verificare l'attuazione e la dotazione del fondo presso il Ministero dell'economia e delle finanze ai sensi dell'articolo 24 della legge n. 157 del 1992 e a constatare se siano stati istituiti fondi regionali per il risarcimento dei danni prodotti dalla fauna selvatica e dall'attività venatoria, come previsto dall'articolo 26, cagionati delle specie animali indicate negli articoli 2 e 18 e a reperire risorse adeguate per risarcire gli agricoltori dai danni causati dalla fauna selvatica a partire dalla completa attuazione alle disposizioni contenute all'articolo 66, comma 14, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, citata in premessa;

4. ad assumere ogni possibile iniziativa normativa per scorporare il risarcimento o l'indennizzo per i danni di alcune specie selvatiche o inselvatichite e in particolare dei suidi, dalla quota massima (nell'arco di tre esercizi fiscali) prevista per gli aiuti delle aziende agricole rientranti nel regolamento de minimis;

5. a valutare la possibilità di promuovere bandi per la realizzazione e la manutenzione di strumenti di prevenzione a difesa dei comprensori o di singole proprietà, con le caratteristiche stabilite dall'Ispra o dagli enti di ricerca preposti e l'applicazione dei metodi non cruenti per il controllo della fertilità nonché ad attivare strumenti e risorse finanziarie per promuovere, da parte dei soggetti pubblici e privati interessati, una reale ed efficace azione di prevenzione e la promozione di azioni sperimentali;

6. a convocare quindi in tempi brevi un tavolo tematico di concertazione con le regioni e le province autonome sul problema dei danni causati dalla fauna selvatica;

7. ad assumere iniziative per vietare ogni ulteriore introduzione per fini venatori di esemplari di cinghiali su tutto il territorio nazionale, attuando o promuovendo azioni concrete per il recupero e la successiva reintroduzione, al termine dell'emergenza, dei suidi autoctoni italiani quali il Sus scrofa majori ed il Sus scrofa meridionalis;

8. ad adottare e promuovere, per quanto di competenza, tutte le misure necessarie per prevenire l'ibridazione con i suini allevati al pascolo e quindi iniziative per la regolamentazione di queste forme di allevamento;

9. a valutare la possibilità di assumere iniziative normative, compatibilmente con le esigenze di finanza pubblica, volte ad introdurre una moratoria nei confronti dei debiti che i conduttori dei fondi hanno contratto nei riguardi della pubblica amministrazione e di tutti gli atti di pignoramento conseguenti, maturati a seguito del mancato reddito causato dal danneggiamento alle colture e ai ritardi degli indennizzi e risarcimenti dovuti;

10. ad assumere le opportune iniziative in sede europea al fine di riconoscere possibili indennizzi per i danni provocati all'agricoltura dalle specie selvatiche.

Dal rapporto Position Paper del Wwf Italia sul cinghiale del 9 settembre 2015 emerge che la situazione, dall'approvazione della risoluzione in Commissione agricoltura, non appare migliorata, al contrario, secondo le stime delle associazioni di categoria la percentuale di danneggiamento da parte dei suidi ha superato la soglia di tolleranza fissata al 4-5 per cento di perdita di prodotto, ingenerando un allarme sociale.
Tra le regioni più colpite c’è il Lazio, con circa tre milioni di euro di danni nel solo 2013, soprattutto nei comprensori di Amatrice, Vallepietra, Bracciano, nel reatino e nel viterbese, la Toscana dove quelli dei cinghiali rappresentano il 66 per cento dei danni, la Valle d'Aosta, il Piemonte, le Marche, la Calabria (nonostante diverse contraddizioni) ed il Molise.

Considerando queste criticità abbiamo interpellato il Ministro Martina chiedendogli "quali delle misure per le quali la Commissione agricoltura ha impegnato il Governo ad ottobre 2014 siano state intraprese e quali non abbiano ancora trovato attuazione e per quali ragioni" e "se non ritenga di dover adottare urgentemente tutte le iniziative non intraprese al fine di adempiere agli impegni assunti con la risoluzione conclusiva n. 8-00085 approvata in data 29 ottobre 2014.
Attendiamo ancora risposta da due anni...Ma non è finita qui!

LE NOVITA' NORMATIVE INTRODOTTE CON IL COLLEGATO AMBIENTALE


Nel frattempo arriva la legge n. 221 del 28 dicembre 2015 (Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell'uso eccessivo di risorse naturali).
L’articolo 30, dispone le sanzioni penali per le violazioni delle disposizioni della legge n. 157 e delle leggi regionali. Alla lettera l), in particolare, si prevede l'arresto da due a sei mesi o l'ammenda da lire 1.000.000 a lire 4.000.000 (da euro 516 a euro 2.065) per chi pone in commercio o detiene, a tal fine, fauna selvatica in violazione della presente legge.

L'articolo 7 del nuovo collegato ambientale, dispone norme per il contenimento della diffusione del cinghiale nelle aree protette e vulnerabili e modifiche alla legge n. 157 del 1992.
In particolare il comma 3 dispone che «fermi restando i divieti di cui ai commi 1 e 2, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, le regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano adeguano i piani faunisticovenatori di cui all'articolo 10 della legge 11 febbraio 1992, n. 157, provvedendo alla individuazione, nel territorio di propria competenza, delle aree nelle quali, in relazione alla presenza o alla contiguità con aree naturali protette o con zone caratterizzate dalla localizzazione di produzioni agricole particolarmente vulnerabili, è fatto divieto di allevare e immettere la specie cinghiale (Sus scrofa)».

Il taxon Sus scrofa raggruppa numerose sottospecie tra queste molti cinghiali come il Sus scrofa scrofa (cinghiale centro-europeo), Sus scrofa majori (cinghiale dell'Italia centrale), Sus scrofa meridionalis (cinghiale sardo) e il maiale o suino domestico (Sus scrofa domesticus) e quindi, la norma vieterebbe di fatto anche l'allevamento e l'immissione dei comuni maiali domestici.
Attraverso un ordine del giorno abbiamo impegnato il Governo "ad individuare, con apposito atto normativo, l'elenco delle specie di cinghiale alloctone di cui è fatto espressamente divieto di allevamento e immissione per fini venatori su tutto il territorio nazionale, in accordo con gli enti di ricerca pubblici in primis l'ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale."

Si fa presente che il comma 3, rinviando alle regioni l’individuazione delle aree di propria competenza nelle quali è fatto divieto di allevare i cinghiali, andrebbe coordinato con il divieto, previsto dai commi 1 e 2, di immissione e foraggiamento dei cinghiali su tutto il territorio nazionale, escluse le Aziende faunistiche venatorie e le Aziende AgriTuristico Venatorie.

Inoltre, l'articolo 7, commi 1 e 2, in materia di divieto di immissione e foraggiamento dei cinghiali sul territorio nazionale prevede un'eccezione per le aziende faunistico-venatorie e agrituristico-venatorie, che potranno così allevare nonché foraggiare i cinghiali, senza che possa essere efficacemente assicurata una precisa delimitazione con le altre aree non recintate, con pericolo di invasione e danneggiamento dei terreni coltivati.
Tale eccezione potrebbe di fatto favorire il ripopolamento della specie anche fuori dai confini delle aziende suddette, anche se adeguatamente recintate, inficiando la bontà dell'obiettivo perseguito dall'articolo 7. Per questo motivo attraverso un altro ordine del giono abbiamo impegnato il Governo "a valutare gli effetti applicativi di questa legge al fine di adottare ulteriori iniziative normative volte a revocare la facoltà concessa alle aziende faunistico-venatorie ed alle aziende agrituristico-venatorie di poter allevare e foraggiare i cinghiali."

APPROFONDIMENTI SULLA LEGGE  N. 157
(Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio.)


La materia relativa alle attività faunistico-venatorie è regolata, a livello nazionale, dalla nota legge 11 febbraio 1992, n. 157, contenente “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio” e successive modifiche e integrazioni.
Si tratta di una legge-quadro che recepisce alcune importanti direttive comunitarie, e precisamente la dir. 79/409/CEE del Consiglio del 2 aprile 1979, nonché la dir. 85/411/CEE della Commissione del 25 luglio 1985 e 91/244/CEE della Commissione del 6 marzo 1991, con i relativi allegati, concernenti la conservazione degli uccelli selvatici. Non va trascurato, inoltre che la legge citata costituisce attuazione della Convenzione di Parigi del 18 ottobre 1950, resa esecutiva con legge 24 novembre 1978, n. 812, e della Convenzione di Berna del 19 settembre 1979, resa esecutiva con legge 5 agosto 1981, n. 503.

In tema di piani faunistico-venatori, l’articolo 10 della legge 157/1992 prevede che tutto il territorio agro-silvo-pastorale nazionale sia soggetto a pianificazione faunistico-venatoria, finalizzata, per quanto riguarda le specie carnivore, alla conservazione delle effettive capacità riproduttive e al contenimento naturale di altre specie e, per quanto riguarda le altre specie, al conseguimento della densità ottimale, mediante la riqualificazione delle risorse ambientali e la regolamentazione del prelievo venatorio.
La pianificazione viene attuata dalle regioni mediante destinazione differenziata del territorio nel modo che segue:

- zone di protezione della fauna selvatica, che rappresentino dal 20 al 30% del territorio agro-silvo-pastorale, dove la caccia deve essere vietata;
- aziende faunistico-venatorie (associazioni senza fini di lucro con obiettivi naturalistici), ovvero aziende agri-turistico-venatorie (imprese agricole destinate ad ospitare fauna) per la caccia riservata a gestione privata, su di una superficie massima del 15%;
- territori di caccia sul resto dello spazio considerato, nei quali le regioni devono incoraggiare la gestione programmata della caccia. Qui le regioni provvedono a delimitare gli ambiti territoriali di caccia su base subprovinciale, possibilmente omogenei e delimitati da confini naturali.

Attraverso lo strumento dell'Ambito territoriale di caccia si realizza in concreto la programmazione dell'attività venatoria, per cui il regime della caccia programmata si caratterizza, quindi, per una predeterminata presenza di cacciatori legati al territorio e coinvolti nella sua gestione.

Ai sensi dell'articolo 14, della legge n. 157, il MIPAAF stabilisce con periodicità quinquennale, sulla base di dati censuari, l'indice di densità venatoria minima per ogni ambito territoriale di caccia (comma 3). Tale indice è costituito dal rapporto fra il numero dei cacciatori e il territorio agro-silvo-pastorale nazionale. Ogni cacciatore ha il diritto di accedere ad uno o più ambiti territoriali della provincia di residenza, nei limiti numerici posti dai regolamenti di attuazione dei piani faunisticovenatori.
Le province, sulla base degli orientamenti impartiti dall'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, predispongono tali piani, definendo le oasi di protezione destinate al rifugio alla protezione e alla sosta della fauna selvatica, le zone di ripopolamento e di cattura, le zone di addestramento per i cani, i luoghi destinati agli appostamenti fissi. I piani provinciali sono coordinati a livello regionale.

La domanda nasce spontanea: le province e le regioni hanno fatto il loro "dovere"?
Se siamo arrivati a parlare di emergenza cinghiali in molte zone del paese tanto da condurre un'indagine conoscitiva in Parlamento, sicuramente la risposta è NO! E la responsabilità è tutta della mala politica che negli anni ha generato cattivi amministratori che in complicità con le lobbies dei cacciatori, importante bacino di voti, o per la non corretta applicazione dei piani faunistico-venatori o semplicemente per non aver vigilato a sufficienza, hanno permesso l'irragionevole introduzione nel nostro ambiente di esemplari di cinghiali provenienti dal centro Europa.


Per il contenimento dei danni causati dai cinghiali ci sono numerosi metodi non cruenti, in primis la prevenzione che passa anche attraverso una corretta informazione dei cittadini. Non lo dice il Movimento 5 Stelle ma il mondo della ricerca scientifica che da almeno un quinquennio ha analizzato il fenomeno trovando soluzioni che mettessero d'accordo le esigenze delle attività umane e il rispetto degli animali (si vedano i documenti dell'ISPRA).
Stupisce come tutti questi studi pagati coi soldi dei contribuenti vengano puntualmente snobbati dalla politica che preferisce ogni volta seguire l'approccio demagogico del "partito delle doppiette" che non risolverebbe affatto il problema anzi lo aggraverebbe.
Purtroppo, dopo tre anni dall'approvazione della Risoluzione congiunta della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, il Governo e il Ministro dell'Agricoltura Martina non hanno fatto nulla per la prevenzione della proliferazione dei suidi e per il risarcimento dei danni ai cittadini, quindi la responsabilità degli ultimi gravissimi fatti di cronaca è di questo esecutivo per non parlare dell'inattività delle regioni.

LA SITUAZIONE NELLA REGIONE CALABRIA.

La legge quadro del 1992, come risulta dall’art. 1, comma 3, ha affidato alle Regioni a Statuto ordinario (come la Calabria), il compito di emanare norme relative alla gestione e tutela di tutte le specie della fauna selvatica.
Nella pianificazione faunistico-venatoria la Regione interviene in tre modi diversi, ai sensi dell’art. 10, comma 10, ovvero:

a) tramite il coordinamento dei piani provinciali di cui al comma 7 dello stesso art.10, secondo criteri dei quali l’Istituto nazionale per la fauna selvatica garantisce l’omogeneità e la congruenza, a norma dell’art. 11;
b) tramite l’esercizio dei poteri sostitutivi ove le Province non adempiano ai loro obblighi inerenti la pianificazione;
c) con la redazione del cd. piano faunistico Regionale di cui all’art. 10, comma 12, nonché di cui all’art. 14 della citata legge quadro n. 157/1992. Tale piano determina i criteri per l’individuazione dei territori da destinare alla costituzione di aziende faunistico-venatorie e di centri privati di riproduzione della fauna selvatica allo stato naturale.
In via eccezionale e ove ricorrano specifiche necessità ambientali, le Regioni possono disporre la costituzione coattiva di oasi di protezione e di zone di ripopolamento e cattura, e l’attuazione di piani di miglioramento ambientale di cui al comma 7° dell’art.10.

In particolare, la Regione Calabria è intervenuta con la Legge Regionale 17 maggio 1996, n. 9, contenente “Norme per la gestione e tutela della fauna selvatica e l’organizzazione del territorio ai fini della disciplina programmata dell’esercizio venatorio” (Legge Regionale n. 9/1996, come modificata dall’art. 47. comma 5 L.R. 14 luglio 2003, n. 10).
In quest’ambito, di particolare interesse è l’art. 5 che prevede che il territorio agro-silvo-pastorale regionale è soggetto a pianificazione faunistico-venatoria finalizzata, per quanto attiene alle specie carnivore, alla conservazione delle effettive capacità riproduttive delle loro popolazioni e, per le altre specie, al conseguimento delle densità ottimali ed alla loro conservazione, mediante la riqualificazione delle risorse ambientali e la regolamentazione del prelievo venatorio.

Il piano faunistico-venatorio regionale è predisposto dalla Giunta regionale mediante il coordinamento dei piani faunistici-venatori provinciali. Il piano faunistico-venatorio regionale è approvato dal Consiglio regionale su proposta della Giunta regionale, sentita la Consulta Faunistica Venatoria Regionale. Il piano faunistico-venatorio regionale ha durata quinquennale e può essere aggiornato anche prima della scadenza su richiesta di una o più province se le situazioni ambientali e faunistiche sulla base delle quali è stato elaborato subiscano sensibili variazioni.

Attraverso la L.R. 30 maggio 2013, n. 26. è stato aggiunto il comma 4 bis che permette (a mio parere) in modo inappropriato e incostituzionale al piano faunistico-venatorio regionale, di conservare la propria efficacia anche dopo la scadenza del termine quinquennale sino all’approvazione del nuovo piano. Con questa modifica normativa la Regione Calabria non aggiorna il proprio piano dal 2003 incidendo in modo negativo proprio sui livelli minimi di tutela dell ambiente, materia riservata allo Stato.

Ciò consente alla Regione Calabria di non aggiornare il piano regionale e i piani provinciali anche secondo quanto previsto dal nuovo collegato ambientale, in particolare il comma 1 dell'articolo 7 che prevede il divieto di immissione di cinghiali su tutto il territorio nazionale, ad eccezione delle Aziende Faunistico Venatorie e delle Aziende AgriTuristico Venatorie adeguatamente recintate, mentre al comma 2 si prevede il divieto del foraggiamento di cinghiali, ad esclusione di quello finalizzato alle attività di controllo.
Per la violazione dei due divieti in esame, le due disposizioni prevedono la sanzione dell'art. 30, comma 1, lettera l) della Legge 157/92.
Inoltre, il comma 3 prevede che, fermo restando i divieti sopra esaminati al comma 1 e 2, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano adeguano i piani faunistico-venatori previsti all'articolo 10 della legge 157/1992, individuando nel territorio di propria competenza le aree nelle quali, in relazione alla presenza o alla contiguità con aree naturali protette o con zone caratterizzate dalla localizzazione di produzioni agricole particolarmente vulnerabili, viene fatto divieto di allevare e introdurre la specie cinghiale (Sus scrofa).

Il piano faunistico-venatorio regionale risulta superato da troppi anni, anche alla luce dei recenti fenomeni naturali e umani che sono intervenuti a modificare lo stato dei luoghi e la presenza di tutta la fauna selvatica, come siccità, grossi incendi boschivi ed altro. Per garantire la tutela della biodiversità animale e vegetale occorre programmare le azioni da intraprendere, come ad esempio, la reale consistenza della specie e la diffusione nelle diverse aree del territorio, altrimenti, a differenza di quanto sostiene il Dipartimento Agricoltura della Regione, ogni decisione intrapresa risulterà vanificata.

Per questo motivo con un'interrogazione parlamentare ho chiesto al Ministro dell'Ambiente e dell'Agricoltura "se non ritenga opportuno intervenire per quanto di competenza affinché la Regione Calabria possa aggiornare il piano faunistico venatorio al fine di scongiurare l'emergenza cinghiali che sta arrecando ingenti danni alle coltivazioni ed evitando, al contempo, che l'inosservanza delle norme comunitarie possa comportare l'avvio di una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia con conseguente danno erariale."

Anche in questo caso attendiamo risposta, nel frattempo nonostante la siccità e i grossi incendi che hanno devastato soprattutto il patrimonio boschivo della regione, la caccia è già iniziata a tutto spiano e il problema cinghiale sembra servire solo per fare becera propaganda dai soliti partiti che hanno causato il problema. A nulla è servito il nostro appello attraverso una nostra lettera al Prefetto di Vibo Valentia, le istituzioni stanno a guardare come se fossero incantate dal fenomeno. Dopotutto anche un cinghiale è per sempre...


MATERIALE UTILE:
Biologia e gestione del cinghiale (Fonte ISPRA 1993)
- Linee guida per la gestione del cinghiale (Fonte ISPRA 2003)
Linee guida per la gestione del cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette (Fonte ISRPA 2001)
Linee guida per la gestione del Cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette - 2a edizione - (Fonte ISPRA 2010)

05/10/17

'Ndrangheta, Metauros: "Governo e Regione accertino pericoli per ambiente e salute"


Non possono lasciare inermi le istituzioni, a partire dal governo nazionale e regionale, i fatti ricostruiti nell'inchiesta Metauros dalla Dda di Reggio Calabria, per cui in Calabria i rifiuti erano cosa del clan di 'ndrangheta Piromalli e i fanghi industriali da smaltire venivano venduti a imprese compiacenti per la trasformazione in fertilizzanti.
Ci potrebbero essere conseguenze terribili per l'ambiente e la popolazione, per cui ho subito provveduto a presentare una specifica interrogazione, che si aggiunge a una prima, firmata all'inizio della legislatura insieme ai colleghi parlamentari calabresi del MoVimento 5 Stelle, sul sistema rifiuti della Calabria e sull'impressionante giro di soldi che il governo mandò per l'emergenza ambientale della regione.
Il tema dello smaltimento di rifiuti e scorie è sempre stato sottovalutato, riguardo alla Calabria. Manca una coscienza del potere, non di rado supino, che non ha saputo accertare fino in fondo, in modo trasparente, i correlati rischi di inquinamento nei territori. Adesso devono attivarsi intanto le Prefetture. Nell'immediato ci aspettiamo iniziative serie e concrete dal presidente della Regione, Mario Oliverio, e dal governo nazionale, che chiamiamo espressamente in causa.
La magistratura sta facendo saltare progetti criminali di gravità inaudita. Le istituzioni politiche devono invece chiarire quanto sia in pericolo l'ambiente e la salute dei calabresi.

04/10/17

Sulla discarica di San Calogero (VV) bisogna intervenire al più presto!


Il governo adotti iniziative atte a verificare lo stato d’inquinamento dell’area della Discarica di San Calogero di Località Tranquilla, nel comune di San Calogero (VV) al fine di pervenire ad una efficace messa in sicurezza e la bonifica del territorio.
È quanto ho scritto in un’interrogazione parlamentare rivolta al Presidente del Consiglio Gentiloni ed ai ministri dell’ambiente e della salute. La discarica di San Calogero è ritenuta la più pericolosa d’Europa in quanto contiene oltre 130mila tonnellate di rifiuti provenienti da centrali termoelettriche a carbone. Si tratta di rifiuti molto pericolosi, che possono compromettere irrimediabilmente la salute del territorio e dei propri cittadini, visto che lo smaltimento potrebbe avere effetti devastanti se si considera la presenza di due corsi d’acqua nei pressi dell’ex fornace oggi teatro della discarica.
La magistratura non è riuscita a consegnare alla giustizia i 14 imputati ritenuti responsabili di ‘avvelenamento colposo’ in quanto il reato è andato prescritto. Con l’entrata in vigore della legge sugli ecoreati promossa dal MoVimento 5 Stelle, i tempi della prescrizione per questo tipo di reati verrà raddoppiato. Anche se, nel nostro programma di governo in tema di giustizia, ci impegniamo ad eliminare definitivamente l’intervento della prescrizione.
La discarica è al centro di un giro di affari di diversi milioni di euro. È evidente che tutti questi soldi non hanno portato alcun beneficio ai cittadini di San Calogero che, al contrario, rischiano la propria salute a causa dell’immobilismo della politica.

27/09/17

La Calabria non può continuare ad essere "impalata"


Nel 2007, la Trazzani Energy srl ha chiesto e ottenuto il via libera dalla Soprintendenza archeologica della Calabria per la realizzazione di un parco eolico costituito da 11 aerogeneratori, per una potenza prevista di 9,35 mw, a Tiriolo, piccolo centro della Sila piccola, in provincia di Catanzaro, le cui antiche origini sono ben testimoniate dal parco archeologico di Gianmartino.

A partire dal marzo 2012, sono stati realizzati alcuni saggi di scavo, ai quali, nel 2014, sono seguiti degli approfondimenti che hanno portato alla scoperta, prima di “evidenze strutturali riconducibili ad una probabile cinta muraria” e poi di “evidenze strutturali pertinenti ad almeno due edifici di fine IV-inizio III sec. a. C. e resti murari riconducibili a due differenti contesti di età medievale.
Ad aprile 2016, con la dichiarazione d’interesse culturale e l’apposizione del vincolo sull’area, la Soprintendenza ha, di fatto, impedito la prosecuzione dei lavori.

La Trazzani è ricorsa al Tar che, in data 20 luglio 2017, ha annullato gli atti di divieto della Soprintendenza, colpevole di aver cambiato idea nel 2016, dopo che nel 2008 aveva autorizzato il progetto con i ritrovamenti archeologici già oggetto di valutazioni confluite poi nel parere positivo reso dalla Conferenza dei servizi.


Le principali fonti di ricchezza del territorio sono costituite dall'agricoltura e dal turismo. La realizzazione del parco, oltre ad oscurare la splendida visione che offre Tiriolo del tramonto sulle Isole Eolie (con lo Stromboli fumante) e sull’Etna, fa venir meno la vocazione turistica dell’area con conseguenze disastrose per l’economia di imprese agricole, turistiche e agrituristiche.
Il proliferare di parchi eolici in Calabria altro non fa se non deturpare luoghi incontaminati svendendo il territorio ed ipotecandone lo sviluppo futuro all'insegna della mera speculazione mascherata da progresso tecnologico ad emissioni zero. In Calabria oltretutto si continuano ad installare grandi parchi eolici e grosse centrali inquinanti, nonostante ogni anno il bilancio energetico calabrese segnala (dati Terna 2016) un grosso surplus GWh +9.916,6 (+156,9%).

Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo ho chiesto attraverso un'interrogazione parlamentare "quali iniziative intenda assumere al fine di salvaguardare le aree di elevato valore archeologico e paesaggistico."
La Calabria non può continuare ad essere "impalata". Il nostro paesaggio e i nostri beni culturali non possono subire l'ennesima ingiustizia.
Su Change.org è partita una petizione popolare per sollecitare il Ministro Franceschini che vi invito a sottoscrivere.

13/09/17

Ottenuta indagine conoscitiva su incendi boschivi

Abbiamo chiesto e ottenuto in ufficio di presidenza della commissione Ambiente della Camera che possa partire un'indagine conoscitiva sugli incendi boschivi che quest'estate hanno devastato il nostro bel Paese.
Inizieremo con una serie di audizioni per cercare di far luce su una pagina che non avremmo mai voluto vedere nel nostro territorio: mezzi insufficienti, mancanza di coordinamento nelle operazioni di spegnimento, anche a causa della cancellazione del Corpo forestale dello Stato, la spartizione dei mezzi dell'ex Cfs tra vigili del fuoco e carabinieri, diverse matrici dolose negli incendi, su cui occorre fare chiarezza. Vorremmo inoltre far emergere le proposte che possano arrivare dalle audizione per aiutare a migliorare il coordinamento a tutti i livelli, dagli enti locali al governo nazionale.

Contro la Corruzione #FuoriLaVoce


Da seicento giorni la legge per la tutela di quanti segnalano episodi di corruzione aspetta di essere discussa in Senato. Un'attesa incomprensibile e inaccettabile, vista l'urgenza del provvedimento. È inaccettabile che il Parlamento italiano ignori l'importanza di tutelare e incentivare i cittadini onesti a denunciare la corruzione. Per questo oggi siamo in piazza del Pantheon a Roma: un flash mob che mostrerà a tutti, attraverso un 'uomo in gabbia', quali sono le attuali condizioni dei whistleblower (questo e' il nome tecnico per indicare chi segnala reati dall'interno di una realtà) in Italia. 
Sono presenti i cittadini che hanno sostenuto attivamente questa legge, tra cui di reti associative come 'Riparte il futuro' e 'Transparency Italia'.
Non possiamo rischiare che questa legislatura finisca senza intervenire su un tema cosi' importante e attuale, come ci ricorda del resto la cronaca quasi quotidianamente. Siamo presenti perchè la lotta alla corruzione è per noi un tema centrale che non può essere ricordato solo in occasioni delle grandi inchieste. La corruzione uccide il futuro del nostro Paese ed è necessario approvare la legge sul Whistleblowing quanto prima, una legge che non può essere ostaggio del Partito Democratico e della sua volontà di lotta alla corruzione che va a giorni alterni.

11/09/17

Si faccia trasparenza sulla ferrovia jonica


È assurda la possibilità che la Regione Calabria affidi 500 milioni di euro ad RFI per i lavori di ammodernamento della ferrovia ionica senza neanche conoscere il progetto.
Sull'argomento ho scritto al Governatore della Regione Calabria Mario Oliverio ed al Dirigente del Dipartimento regionale alle infrastrutture Domenico Pallaria, chiedendo copia del progetto e di altra documentazione relativa all'affidamento dei lavori.
Qualche giorno fa diverse associazioni calabresi hanno denunciato pubblicamente la mancata risposta ad una richiesta di accesso agli atti indirizzata alla Regione Calabria, dalla quale sarebbe venuta a galla la notizia secondo cui la Regione non sarebbe in possesso del progetto inerente i lavori di ammodernamento.
Vogliamo vederci chiaro perché riteniamo impensabile che le risorse pubbliche della comunità calabrese siano state attribuite ad RFI senza che venisse reso pubblico il progetto delle opere. Ad oggi non si conoscono neanche le procedure di affidamento dei lavori alle imprese e le forme di monitoraggio della loro esecuzione a regola d'arte. Insomma, la consueta approssimazione di Oliverio e della sua amministrazione a cui, però, non vogliamo rassegnarci. I calabresi hanno bisogno di una politica che pensi soprattutto alla condivisione con tutti i cittadini, che sappia essere trasparente davvero e non solo a parole. Ho anche interrogato i Ministri dei trasporti e dello sviluppo economico allo scopo di ottenere maggiore trasparenza per i cittadini calabresi ed anche per valutare se sia veramente giustificato il costo di 500 milioni per l'ammodernamento della tratta ionica. Da quanto ci risulta, infatti, rischiamo che il tutto si riduca ad una mera manutenzione della strada ferrata. Un rischio che la Calabria non può correre.

08/09/17

Quello strano bando per diventare guida ufficiale del Parco Nazionale della Sila

Bisogna annullare la graduatoria definitiva e rifare il recente bando per il corso di guida ufficiale. E' quanto ho chiesto il 6 settembre scorso attraverso una lettera-esposto al direttore facente funzioni del Parco Nazionale della Sila, Giuseppe Luzzi. Al fine di accertare i fatti ho interessato anche la Procura della Repubblica e i sindaci dei Comuni del Parco per l'adozione delle iniziative di competenza. Secondo noi, la selezione pubblica in questione è stata caratterizzata da modifiche inusuali, che, lette in successione, meritano, proprio nella dichiarata ottica della maggiore inclusione possibile, un obiettivo ripensamento. In particolare, mi sono soffermato sull'eliminazione per avviso del limite di età a 35 anni, avvenuta dopo due giorni dall'uscita del bando, e sulle improvvise dimissioni dell'avvocato Vincenzo Filippelli dalla commissione giudicatrice, a cavallo tra la prova scritta e la prova orale. Inoltre ho posto l'accento anche sul successivo ampliamento della graduatoria dei vincitori e sulla mancata proroga, abolito il limite di età, del termine per la presentazione delle domande. In quella lettera ho annunciato anche la presentazione di un'interrogazione parlamentare al ministro Galletti se i vertici del Parco nazionale della Sila avessero taciuto, come avvenuto per la vicenda del precedente direttore dell'ente, Michele Laudati, inabile al lavoro ma rimasto al suo posto fino al pensionamento.

La risposta dell'ente parco non si è fatta attendere, ma purtroppo non dice proprio nulla, è apodittica e soprattutto non chiarisce il perché della mancata proroga dei termini per la presentazione delle domande.
Per questo motivo oggi ho presentato un'integrazione di esposto sul corso per il rilascio del titolo di guida del Parco nazionale della Sila, replicando all'ente, cui ho chiesto copia delle “numerosissime richieste” di cancellazione dell'originario limite di età previsto dal bando del 19 giugno scorso, nonché delle domande pervenute sino alla data del 21 giugno u. s., di modificazione del medesimo. Stando ai fatti narrati, l'Ente Parco nazionale della Sila ha compiuto una scelta, lato sensu, di tipo politico, abolendo il limite di età dopo aver ricevuto le prime domande di ammissione al corso e “numerosissime richieste” di cancellazione di quel limite, di cui l'Ente avrà – logicamente – avuto i riferimenti nominativi. Per quanto mi riguarda, «al termine del corso sarà rilasciato un titolo esclusivo» e per questo, modificato il bando in corso d'opera, era necessario prorogare la scadenza del termine per la presentazione delle domande. La precisazione dell'ente che la prova scritta era a risposta multipla con correzione automatica nulla dice sulla vicenda della prova orale, rispetto alla quale la Commissione ha in concreto avuto altra composizione. Nella procedura vi sono alcune casualità, che mi riservo di riferire alla Procura della Repubblica, anche informandone il ministro dell'Ambiente.

04/09/17

Cercasi piano di monitoraggio pesticidi in Calabria


Da quando abbiamo messo piede in Parlamento insieme ai miei colleghi della commissione Agricoltura alla Camera dei deputati, ci siamo occupati di un tema fondamentale per il nostro settore primario e per la sostenibilità ambientale nonché per la nostra salute, mi riferisco alla necessaria riduzione dell'utilizzo di prodotti chimici di sintesi in agricoltura.
A partire dal PAN (Piano di azione nazionale) che regola l’uso dei fitofarmaci in agricoltura con tutte le sue criticità, alla battaglia politica anche attraverso una nostra mozione parlamentare approvata, per vietare il famoso glifosato, erbicida riconosciuto dalla IARC come probabile cancerogeno per l'uomo.

Tema spinoso sono anche i monitoraggi che annualmente l'ISPRA relaziona attraverso un dossier nazionale per fare il punto della situazione e per consigliare i vari enti preposti ad intervenire. Dai dati trasmessi fino al 2013 emerge un netto aumento della presenza di pesticidi rispetto agli anni precedenti. Le analisi sono fondamentali per comprendere lo stato di inquinamento delle nostre acque, che registrano dati allarmanti. Il 64% delle acque superficiali sono contaminate dalla presenza di pesticidi utilizzati in agricoltura, sotto accusa sono soprattutto gli erbicidi, ma anche fungicidi e insetticidi. Tra le sostanze più presenti nelle acque superficiali, glifosate e acido aminometilfosforico, un prodotto di degradazione del glifosate, metolaclor, triciclazolo, oxadiazon, terbutilazina e il suo principale prodotto di degradazione, desetil-terbutilazina. Ma i dati relativi al 2013 sono ancora incompleti a causa della mancata trasmissione delle analisi da parte delle Agenzie regionali in Calabria e Molise.

Su questa gap che si ripete ogni anno, ho chiesto al Ministro dell'Ambiente e al Ministro dell'Agricoltura di adoperarsi affinché ArpaCal e Arpa Molise trasmettano all'ISPRA i dati necessari a completare il Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque.


Nell'atto di sindacato ispettivo ho chiesto al Ministro Galletti affinché si adoperi per creare un percorso che consenta all'Istituto ISPRA di ricevere obbligatoriamente ed in maniera completa ed esaustiva i dati sulla contaminazione delle acque da parte di tutte le regioni italiane al fine di avere un quadro chiaro che permetta di agire tempestivamente al fine di proteggere le nostre acque e la salute degli esseri viventi.

Nel frattempo a livello regionale mi sono rivolto al governatore Oliverio attraverso una formale lettera, in cui ho descritto i rischi per la salute e per l’ambiente rappresentati dall’utilizzo di diserbanti chimici in agricoltura. Sulla lettera scrivevo anche: "si lavori seriamente per arrivare ad una conversione bioecologica dell’agricoltura calabrese, escludendo le pratiche del diserbo con prodotti chimici come il glifosate a vantaggio di sistemi agroecologici preventivi." Inoltre avevo chiesto interventi urgenti per sollecitare la regione Calabria proprio a trasmettere i dati del monitoraggio sui pesticidi all'Ispra, cosa che anche quest'anno non è avvenuta.

Oliverio ha accolto solo in parte tale richiesta, che proveniva anche dal forum delle associazioni ambientaliste calabresi. Oliverio infatti, nelle varie note stampa afferma di aver abolito il Glifosato in Calabria. La delibera regionale non prevede, però, l’eliminazione del Glifosato dall’agricoltura calabrese, poiché riguarda solamente i disciplinari di produzione integrata attraverso un’adesione volontaria delle aziende del settore che, per questo, percepiscono fondi europei.
Si può parlare quindi di un piccolo passo in avanti, ma non di totale abolizione del famoso pesticida.
Mi sono chiesto: anche se questa delibera regionale venisse applicata dai produttori, quale garanzia abbiamo noi cittadini sulla limitazione del glifosato sul territorio regionale? Quale garanzia abbiano noi cittadini se non è stato nemmeno rispettato il "Piano di Tutela delle Acque" approvato nel 2009? Come possiamo controllare l'operato degli agricoltori, considerato che in Calabria non si hanno notizie sui monitoraggi dei pesticidi sulle acque di superficie e profondità?

Abbiamo rivolto questa richiesta specifica al dipartimento competente regionale che ci risponde (senza firma) attraverso l'assessorato alla tutela dell'ambiente delle Regione Calabria, qui di seguito trovate l'intera risposta fornita al MoVimento 5 Stelle:

ASSESSORATO TUTELA DELL'AMBIENTE

1) Gestione della rete delle acque superficiali e delle acque sotterranee:

Come noto l’attuale assetto normativo in materia di tutela delle acque, prevede l’obbligo in capo a questa Regione di aggiornare il Piano di Tutela (PTA del 2009) del proprio territorio, che, costituendo uno specifico piano di settore (art. 121 del D.Lgs. 152/06 norme in materia ambientale), rappresenta un imprescindibile riferimento per la redazione del Piano di Gestione (art. 117), stralcio del Piano di Bacino Distrettuale in carico all’Autorità di Bacino. Il Piano di Tutela delle Acque, da adeguare secondo le specifiche di cui alla parte B allegato 4 alla parte III del suddetto decreto, introducendo norme ed azioni per la razionale gestione ed il controllo qualitativo e quantitativo delle acque superficiali e sotterranee, rappresenterà lo strumento tecnico e programmatico attraverso cui realizzare gli obiettivi di tutela quali-quantitativa sulla base della classificazione della acque, fissando gli obiettivi e le misure di intervento per la loro riqualificazione. Pertanto, in seguito all’intervenuto D.lgs 152/2006 e ss.mm.ii., di recepimento della Direttiva 2000/60/CE), questo Dipartimento ha inteso, non solo completare, ma anche adeguare la Pianificazione del 2009 rispetto alle intervenute modifiche normative laddove ogni corpo idrico sarà caratterizzato attraverso un’analisi delle pressioni esistenti e dello stato di qualità, al fine di valutare il rischio di non raggiungimento degli obiettivi di qualità previsti dalla Water Framework Direcive (WFD).
Per delineare un primo quadro conoscitivo, di analisi e valutazione preliminare, che conduca alla classificazione dello stato di qualità per i corpi idrici, a partire da gennaio 2011, è stato quindi necessario costruire un quadro di riferimento tecnico attraverso la tipizzazione dei corsi d’acqua e dei laghi, la definizione dei corpi idrici superficiali e sotterranei.
Definito il quadro di riferimento, è stato possibile ridisegnare la rete di monitoraggio delle acque superficiali e sotterranee sull’intero territorio regionale e pianificare le attività di monitoraggio, quale strumento di convalida dell’analisi delle pressioni, secondo la direttiva europea.
Proprio il ricorso alle risorse comunitarie, tenuto conto delle complesse procedure di selezione delle operazioni, conformemente a quanto previsto dal Sistema di Gestione e Controllo per l’attuazione delle operazioni del POR FESR 2007-2013, ha determinato un allungamento dei tempi di approvazione del progetto, sottoposto alla valutazione del Nucleo Regionale di Valutazione e Verifica degli Investimenti Pubblici (NRVVIP).
Completata la fase di valutazione, con DDG n. 12730 del 13/09/2013 questo Dipartimento regionale
ha approvato un complesso e articolato “Progetto per il Monitoraggio quali-quantitativo dei corpi idrici superficiali e sotterranei della regione Calabria ai sensi del d.lgs. 152/06 s.m.i.”, per un importo complessivo pari a € 6.304.880,66 (di cui € 457.154,42 sul POR FESR 2007/2013 ed €
5.847.726,24 sul POR FESR FSE 2014/2020).
La procedura di gara per l’affidamento del servizio si è conclusa con l’aggiudicazione definitiva ad
operatore economico nel mese di agosto 2014, ma, a causa di un ritardo imputabile ad un ricorso, la stipula del contratto con l’ATI aggiudicataria del servizio è avvenuta solo in data 15/06/2015.
Terminato la durata contrattuale del servizio di monitoraggio, è plausibile che questa Regione,
previo rafforzamento delle capacità tecnico-professionali, proceda con l’internalizzazione del servizio a regime nell’apparato pubblico regionale con il supporto dell’ARPACAL.
Tra l’altro il buon esito, l'ottimizzazione e il corretto svolgimento di attività complesse, prolungate nel tempo e che richiedono grande disponibilità di risorse e strumentazioni, quali quelle ad oggi
esternalizzate, dipendono da un costante monitoraggio di tutti gli elementi coinvolti mediante la
condivisione dell'impostazione tecnica e metodologica, dei risultati da raggiungere e della fruibilità degli stessi.
Il bagaglio di competenze tecniche specialistiche della stessa ARPACAL, legittimerebbe questo Dipartimento ad avvalersi della professionalità della medesima Agenzia per la prosecuzione delle attività connesse alla gestione della rete di monitoraggio.

2) Le motivazioni che hanno determinato la mancata comunicazione dei dati ad ISPRA.

Le attività del monitoraggio, ad oggi in corso di espletamento e la cui conclusione è prevista il
24/02/2018, permetteranno di rendere disponibili i risultati, in modo approfondito e completo,
anche mediante un sistema informativo geografico di ausilio su scala regionale che consenta anche
di interloquire con il SINTAI, Sistema Informativo per la Tutela delle Acque in Italia realizzato da
ISRPA, ed attraverso il quale tutte le attività relative alla gestione, trasmissione, standardizzazione e
certificazione delle informazioni verranno espletate.
Per tale aspetto finalizzato ad un rapido interscambio dei dati, questo Dipartimento sta definendo un
Piano Operativo in condivisione con SOGESID al fine di poter potenziare e rendere operativo tale
sistema informativo congiuntamente al processamento dei dati scaturenti dalle attività di
monitoraggio territoriale ad oggi in corso.

3) Primo monitoraggio per le analisi di glifosate e Ampa (su metabolita) e in quali punti è stato
effettuato:

Il monitoraggio comprende anche le analisi:
a) chimiche di laboratorio sui campioni d’acqua per la determinazione delle sostanze dell’elenco di
priorità di cui alla tabella 1/A Allegato 1 – D.M. 260/2010 e dei relativi standard di qualità;
b) chimiche di laboratorio sui campioni d’acqua per la determinazione delle sostanze non
appartenenti all’elenco di priorità di cui alla tabella 1/B Allegato 1 D.M. 260/2010.
Con riguardo all’erbicida glifosate e al metabolita glifosate AMPA, si rileva che il relativo
monitoraggio non è eseguito nella Regione Calabria.
Relativamente al glifosate, appare utile evidenziare che la Calabria, prima regione in Italia, ne ha
abolito l'uso nell'ambito dei “Disciplinari di produzione Integrata” il cui rispetto è obbligatorio per
accedere a specifici sostegni a carico del FEASR.


Questa è la risposta della regione. A voi i commenti...

La verità è che in Calabria il Glifosato viene attualmente utilizzato anche nella pulizia delle strade e delle aree pubbliche. A subirne le conseguenze negative sono anche i conduttori di aziende agricole biologiche che sono costretti a distruggere parte del raccolto quando questo viene contaminato dall’uso di sostanze chimiche utilizzate per le operazioni di ripulitura dei cigli stradali.
Altro che #STOPGLIFOSATO in Calabria. La mia preoccupazione è che non essendoci dei controlli concreti e dei monitoraggi puntuali, chiunque è libero di utilizzare qualsiasi pesticida o erbicida.

Se Mario Oliverio volesse veramente tutelare la qualità dell'agricoltura "Made in Calabria", dovrebbe intervenire in modo concreto per rimuovere l’erbicida glifosate da tutti i disciplinari di produzione che lo contengono ed escludendo da qualsiasi premio le aziende che ne facciano uso. Bisogna garantire che nei bandi di gara emanati dalla Regione per gli appalti pubblici riguardanti gli interventi di contenimento delle infestanti e nel settore della manutenzione delle strade, venga indicato come unica tipologia di intervento possibile quello di tipo meccanico.
Inoltre, occorre avviare una concreta campagna d'informazione attraverso incontri e comunicazioni scritte rivolte ai rivenditori sul territorio regionale e ai coltivatori diretti, sui rischi per l’ambiente e per la salute umana nell’utilizzo e nella vendita di prodotti diserbanti. Ancora, bisogna attivare una volta per tutte un monitoraggio costante ed approfondito sulla contaminazione di tutti i pesticidi nelle acque di superficie e profondità trasmettendo puntualmente i risultati all'ISPRA.
Infine, Oliverio dovrebbe convincere i vertici del suo partito (in particolare il Ministro Martina) a condurre veramente una battaglia insieme a noi, a livello nazionale ed europeo, per bandire il glifosato su tutto il territorio nazionale. Cosa che purtroppo non è accaduta soprattutto nei tavoli che contano a Bruxelles, nonostante le nostre continue richieste. Del resto c'era da aspettarselo. Quindi, occhio alla falsa propaganda!

24/08/17

Calabria: biomasse e 'ndrangheta, l'allarme di Parentela (M5S) e Tansi

Paolo Parentela, portavoce M5S
La centrale a biomasse di Parenti (Cs) non aiuta affatto il territorio, che invece può sviluppare turismo di nicchia e agricoltura di qualità, nonché utilizzare al meglio l'acqua del posto, che ha caratteristiche uniche. Lo affermo, in una nota stampa dopo aver partecipato ieri a un'iniziativa pubblica sui danni alla salute e all'ambiente di simili impianti, organizzata da comitati e associazioni contrari all'avvio di quella centrale. Il MoVimento 5stelle ha ribadito con chiarezza i rischi correlati all'attività delle centrali a biomasse, che disperdono materiali inquinanti, pericolosi per la salute pubblica, per le acque e i terreni. Oltretutto non c'è trasparenza sulle forniture di legname per le biomasse e vi sono indagini in corso su possibili interessi mafiosi nei tagli boschivi, che potrebbero riguardare anche la vicenda degli incendi estivi in Calabria. Lo stesso Carlo Tansi, presente alla partecipatissima iniziativa a Parenti, ha evidenziato a titolo personale questo specifico aspetto, che non va sottovalutato. In definitiva è necessario ripensare con onestà intellettuale e morale allo sviluppo delle aree interne della Calabria, partendo dai sindaci, che devono trovare il coraggio di opporsi a scelte imposte dall'alto, le quali non hanno significative ricadute economiche, se non per pochi e a tutto discapito delle comunità.

Il convegno del 23 agosto a Parenti (CS)


11/08/17

STOP ai tagli boschivi in Calabria!


In via ufficiale oggi ho chiesto al governatore della Calabria, Mario Oliverio, di voler sospendere le autorizzazioni ai tagli di piante da legno nelle aree protette e limitrofe insistenti nel territorio della regione Calabria, al fine di agevolare il ripristino degli equilibri alterati dai recenti, gravissimi incendi che hanno distrutto tanta parte del patrimonio boschivo della Calabria.
Il presidente della Regione ha il dovere di intervenire subito in questo senso, poiché centinaia di ettari di bosco dei parchi nazionali e dintorni sono andati in fumo, perché sui tagli non vi sono controlli efficaci, si verificano abusi, pendono inchieste serie e non sono noti i fornitori delle centrali a biomasse sul territorio regionale né le precise modalità di raccolta, consegna e completa tracciabilità della materia prima.
A riguardo ho dovuto presentare un'interrogazione parlamentare, in quanto Biomasse Italia spa si è rifiutata, come del resto Enel per la centrale del Mercure, di trasmettermi i riferiti elementi, nonostante la necessità di un comportamento del tutto opposto, a garanzia della trasparenza e pulizia.
Compito della politica è vigilare a salvaguardia del patrimonio boschivo, proteggendolo dai criminali piromani, da infiltrazioni mafiose nell'utilizzo del legname e dal depauperamento conseguente ai roghi.

07/08/17

Il depuratore di Lamezia scarica in un sito d’interesse comunitario?


In Calabria esiste un problema di depurazione, troppo spesso carente o del tutto assente. Solo pochi giorni fa, il dirigente regionale Pallaria, nel corso di una intervista tv alla RAI Calabria, ha affermato che: in Calabria «siamo ancora all’anno zero» in fatto di depurazione. Nonostante siano stati spesi ben 900 milioni di euro in opere tampone, non si assiste ancora alla realizzazione di quegli interventi strutturali, cui peraltro siamo obbligati per via della procedura di infrazione comunitaria del 2004 e della relativa sentenza di condanna della Corte di giustizia europea del 2007 (Causa C-135/05).

Nel piano d'ambito della regione, si legge che, su 409 comuni calabresi, esistono 765 impianti di depurazione censiti. Di questi, ben il 13 per cento «richiede adeguamenti tecnologici». Inoltre, ben 29 comuni «risultano sprovvisti di impianti per il trattamento di acque reflue», mentre 18 agglomerati urbani sono oggetto della citata infrazione. Per quanto riguarda invece i collettori, esiste una rete di 597 chilometri, con un'età media di 20 anni, e occorre realizzare ulteriori 893 chilometri di condotte per adeguare la realtà calabrese alla normativa prevista dal decreto legislativo n. 152 del 1999. In totale, è stato calcolato che la spesa per gli interventi necessari al mantenimento e la realizzazione delle nuove condotte è di circa 326 milioni di euro. Si ha dunque una rete vecchia, complicata da gestire (fatta di pozzi di sollevamento, condotte sottomarine), ma soprattutto fragile e costosa (se si considera che basta un blocco elettrico o una mareggiata per mandarli in tilt), e questi costi vengono traslati sui contribuenti che già oggi si vedono addebitare costi elevati per un servizio pessimo.

L'attenzione pubblica è concentrata sugli scarichi illegali e finora poco o nulla si è detto sulla presenza di scarichi legali, autorizzati ma con livelli non compatibili con la presenza di aree naturalisticamente sensibili o protette: questo è il caso del canale di scolo del depuratore di Lamezia Terme (CZ) che attraversa, in maniera evidente il Sito di interesse comunitario (SIC IT9330089) «Dune dell'Angitola» prima di sfociare in mare, ed è ubicato all'interno di un'area già dichiarata dalla regione Calabria ad «alta vulnerabilità da nitrati» e ad «alta vulnerabilità degli acquiferi». Il canale di scolo dell'impianto di Lamezia Terme che è tarato per più di 100.000 abitanti equivalenti (fonte Asicat) – non risulta segnalato in maniera chiara né nella cartografia ufficiale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, né in quella della regione Calabria; inoltre in base ai limiti di legge per fosforo totale e azoto totale, nell'area in questione questi dovrebbero essere rispettivamente minori o uguali a 1 mg/l e minori o uguali a 10 mg/l.


Considerata l'interferenza ecologica del depuratore sul confinante sito Sic «dune dell'Angitola», a norma del decreto legislativo n. 152 del 2006 il depuratore dovrebbe attenersi ai valori limite disposti dalla tabella 2 dell'allegato 5 alla parte terza del decreto legislativo n. 152 del 2006, ed invece sorprendentemente l'impianto è autorizzato dalla provincia di Catanzaro ad attenersi alla tabella 1 e alla tabella 3.

Al ministro dell'ambiente Galletti attraverso un'interrogazione parlamentare ho chiesto: "per quale motivo il canale di scolo dell'impianto di Lamezia Terme non risulti segnalato in maniera chiara nella cartografia ufficiale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e come ciò si concili con le prescrizioni imposte dalla direttiva 56/2008" e "quali iniziative il Ministro interrogato intenda assumere, per quanto di competenza, per garantire la tutela di un'area che si trova all'interno del perimetro del Sito di interesse comunitario «Dune dell'Angitola», per il quale valgono gli obblighi previsti dalla Direttiva «Habitat» e che potrebbe essere danneggiata dalle presenza di acque reflue provenienti dal depuratore di cui in premessa."

02/08/17

Qui c'è da salvare l'umanità!


Oggi è l'Earth Overshoot Day, il giorno in cui l'umanità ha consumato tutte le risorse terrestri disponibili per il 2017, quest'anno cade il 2 agosto ed ogni anno questo drammatico giorno arriva sempre prima. Stiamo consumando il pianeta 1,7 volte più velocemente della capacità naturale dei servizi ecosistemici di rigenerarsi. Facendo un paragone con il nostro paese, per soddisfare la domanda degli italiani ci sarebbe bisogno di 4,3 "Italie".
Lo evidenzia il calcolo dell’organizzazione di ricerca internazionale Global Footprint Network. Queste frequenti informazioni scientifiche, sulla sesta estinzione di massa in corso, passano in secondo piano, mentre dovrebbe essere la priorità assoluta per gli stati ed i governi del pianeta. Questo sistema economico basato sul mero profitto e sul consumismo sfrenato non può più essere considerato! Non può esistere una crescita infinita in un pianeta con risorse finite. Accusano noi di demagogia? La loro è pura follia! Occorre invertire la rotta prima che il problema diventi irreversibile. Se si cominciassero a rispettare concretamente gli accordi sul clima, l'Overshoot Day si sposterebbe in avanti di quasi tre mesi.
Dobbiamo intraprendere la via dell'economia circolare e consumare molto meno risorse, visto che nel 2050 saremo 9,8 miliardi di persone. Abbiamo bisogno di un cambiamento netto: dai metodi peri produrre energia con fonti rinnovabili, al modo di spostarsi o di farlo meno. Per non parlare del modo di nutrire i popoli attraverso un agricoltura di prossimità e biologica, per ridurre il più possibile la CO2. Solo governi liberi possono fare scelte rivoluzionarie, non di certo personaggi che favoriscono lobbies e multinazionali del fossile. Occorrono quindi cittadini altrettanto liberi a portare avanti le giuste idee in prima persona. Noi non abbiamo un pianeta di riserva e, a dirla tutta, la priorità non è salvare il pianeta, nonostante l'indelebile ferita provocata dall'uomo continuerà a vivere e a rigenerarsi. La biodiversità della Terra è scesa al di sotto del 58%.
Qui c'è da salvare l'umanità!

La centrale termoelettrica di Simeri Crichi rispetta le direttive europee sulla strategia marina?


Il d.lgs 152/2006 TUA all'art. 5 definisce inquinamento come" l'introduzione diretta o indiretta, a seguito di attività umana, di sostanze, vibrazioni, calore o rumore o più in generale di agenti fisici o chimici, nell'aria, nell'acqua o nel suolo, che potrebbero nuocere alla salute umana o alla qualità dell'ambiente, causare il deterioramento dei beni materiali, oppure danni o perturbazioni a valori ricreativi dell'ambiente o ad altri suoi legittimi usi.

Dalla documentazione del Ministero dell’Ambiente si evince che la centrale termoelettrica a ciclo combinato di Simeri Crichi (CZ) è autorizzata a prelevare acqua di mare per un volume pari a 36 milioni di metri cubi annui, equivalente ad una media di 4.500 metri cubi oraria. Di questi, 2.300 metri cubi sono «utilizzati per il raffreddamento dell’impianto a ciclo combinato» (di cui 800 metri cubi di acqua salata dispersi in atmosfera per via di evaporazione tramite «pennacchio di vapore acqueo di lunghezza superiore a 300 metri»), e 2.200 metri cubi «per la produzione di 270 m3/h di acqua dissalata». Al termine del ciclo produttivo, la soluzione salmastra viene restituita al mare insieme all'acqua demineralizzata utilizzata per i processi industriali, impregnata di «biocidi, anticorrosivi e antialga», con una salinità di 52,5 g/l e ad una temperatura compresa tra i 29,5 gradi (inverno) e i 32,5 gradi (estate), a fronte di una temperatura media estiva compresa tra i 25,5 e i 26,5 gradi centigradi. Una quantità d’acqua impressionante, corrispondente a circa 300 autobotti che ogni ora sversano a mare un flusso continuo di acqua calda e salata, contenente biocidi, senza distinzione tra inverno e estate in grado di alterare la naturale salinità, PH, e temperatura della colonna d'acqua, soprattutto d'inverno, quando la temperatura del mare è minore. Queste informazioni dovrebbero indurre a studi più approfonditi per capire se e come l’ambiente marino e la colonna d’acqua reagiscono a queste immissioni di energia, e – in particolare – per verificare le lamentele dei pescatori locali, secondo cui la produttività del mare sia stata completamente azzerata.

Da quanto si apprende dalle rassicurazioni presenti nella documentazione tecnica ministeriale, lo scarico a mare è posto a circa 250 metri dalla costa, «la diluizione iniziale è molto elevata ed il delta termico è inferiore ad 1°C già a pochi metri dallo scarico», ma basta dare un’occhiata su Google Map per vedere che tutto il tratto di costa antistante la centrale ha un colore molto chiaro (acqua calda) e diventa blu solo (acqua fredda), segno che è in atto una stratificazione nella colonna d’acqua, ovvero manchi il naturale ricircolo delle acque profonde in superficie.

A giudicare dalle valutazioni del Ministero dell’Ambiente, supportate da perizie di parte, le interferenze indotte dal funzionamento della centrale sono «assolutamente trascurabili», sebbene nella Valutazione di Impatto Ambientale si dica pure che l’Oasi di Scolacium ospiti una specie «papaveracea molto rara» nonché la «presenza di siti di deposizione delle uova di tartarughe Caretta caretta, mentre per quanto riguarda l’area marina protetta Fondali di Stalettì si dica che essa «è stata istituita con il fine di preservare quello che rimane di un posidonieto (Posidonia Oceanica) che caratterizzava i fondali dell’area e che oggi è ridotto a sporadici frammenti relitti.» 

Al Ministro dell'ambiente Galletti attraverso un'interrogazione parlamentare ho chiesto:
"se non ritenga opportuno che vengano approfonditi gli effetti delle variazioni termiche e di salinità sulla flora e la fauna marina nel  tratto di costa antistante la centrale termoelettrica a ciclo combinato di Simeri Crichi caratterizzato della presenza di numerosi Siti di Interesse Comunitario quali l’Oasi di Scolacium, i Fondali di Stalettì, lo Steccato di Cutro e la Costa del Turchese" e "se non si ritenga opportuno assumere iniziative per rivedere la valutazione di impatto ambientale o revocare l'autorizzazione integrale ambientale alla luce dei descrittori e dei traguardi ambientali previsti dalla direttiva europea 56/2008."

Le direttive europee imporrebbero di rivedere la valutazione d’impatto ambientale o revocare l’autorizzazione integrale ambientale alla centrale. I rischi per l’ecosistema marino del territorio sono altissimi, specie alla luce della presenza nelle vicinanze di zone protette sorte allo scopo di preservare l’esistenza di specie a rischio estinzione. Il governo approfondisca gli effetti delle variazioni termiche e di salinità sulla flora e sulla fauna marina nel tratto di costa antistante la centrale termoelettrica di Simeri Crichi.