02/08/17

Qui c'è da salvare l'umanità!


Oggi è l'Earth Overshoot Day, il giorno in cui l'umanità ha consumato tutte le risorse terrestri disponibili per il 2017, quest'anno cade il 2 agosto ed ogni anno questo drammatico giorno arriva sempre prima. Stiamo consumando il pianeta 1,7 volte più velocemente della capacità naturale dei servizi ecosistemici di rigenerarsi. Facendo un paragone con il nostro paese, per soddisfare la domanda degli italiani ci sarebbe bisogno di 4,3 "Italie".
Lo evidenzia il calcolo dell’organizzazione di ricerca internazionale Global Footprint Network. Queste frequenti informazioni scientifiche, sulla sesta estinzione di massa in corso, passano in secondo piano, mentre dovrebbe essere la priorità assoluta per gli stati ed i governi del pianeta. Questo sistema economico basato sul mero profitto e sul consumismo sfrenato non può più essere considerato! Non può esistere una crescita infinita in un pianeta con risorse finite. Accusano noi di demagogia? La loro è pura follia! Occorre invertire la rotta prima che il problema diventi irreversibile. Se si cominciassero a rispettare concretamente gli accordi sul clima, l'Overshoot Day si sposterebbe in avanti di quasi tre mesi.
Dobbiamo intraprendere la via dell'economia circolare e consumare molto meno risorse, visto che nel 2050 saremo 9,8 miliardi di persone. Abbiamo bisogno di un cambiamento netto: dai metodi peri produrre energia con fonti rinnovabili, al modo di spostarsi o di farlo meno. Per non parlare del modo di nutrire i popoli attraverso un agricoltura di prossimità e biologica, per ridurre il più possibile la CO2. Solo governi liberi possono fare scelte rivoluzionarie, non di certo personaggi che favoriscono lobbies e multinazionali del fossile. Occorrono quindi cittadini altrettanto liberi a portare avanti le giuste idee in prima persona. Noi non abbiamo un pianeta di riserva e, a dirla tutta, la priorità non è salvare il pianeta, nonostante l'indelebile ferita provocata dall'uomo continuerà a vivere e a rigenerarsi. La biodiversità della Terra è scesa al di sotto del 58%.
Qui c'è da salvare l'umanità!

La centrale termoelettrica di Simeri Crichi rispetta le direttive europee sulla strategia marina?


Il d.lgs 152/2006 TUA all'art. 5 definisce inquinamento come" l'introduzione diretta o indiretta, a seguito di attività umana, di sostanze, vibrazioni, calore o rumore o più in generale di agenti fisici o chimici, nell'aria, nell'acqua o nel suolo, che potrebbero nuocere alla salute umana o alla qualità dell'ambiente, causare il deterioramento dei beni materiali, oppure danni o perturbazioni a valori ricreativi dell'ambiente o ad altri suoi legittimi usi.

Dalla documentazione del Ministero dell’Ambiente si evince che la centrale termoelettrica a ciclo combinato di Simeri Crichi (CZ) è autorizzata a prelevare acqua di mare per un volume pari a 36 milioni di metri cubi annui, equivalente ad una media di 4.500 metri cubi oraria. Di questi, 2.300 metri cubi sono «utilizzati per il raffreddamento dell’impianto a ciclo combinato» (di cui 800 metri cubi di acqua salata dispersi in atmosfera per via di evaporazione tramite «pennacchio di vapore acqueo di lunghezza superiore a 300 metri»), e 2.200 metri cubi «per la produzione di 270 m3/h di acqua dissalata». Al termine del ciclo produttivo, la soluzione salmastra viene restituita al mare insieme all'acqua demineralizzata utilizzata per i processi industriali, impregnata di «biocidi, anticorrosivi e antialga», con una salinità di 52,5 g/l e ad una temperatura compresa tra i 29,5 gradi (inverno) e i 32,5 gradi (estate), a fronte di una temperatura media estiva compresa tra i 25,5 e i 26,5 gradi centigradi. Una quantità d’acqua impressionante, corrispondente a circa 300 autobotti che ogni ora sversano a mare un flusso continuo di acqua calda e salata, contenente biocidi, senza distinzione tra inverno e estate in grado di alterare la naturale salinità, PH, e temperatura della colonna d'acqua, soprattutto d'inverno, quando la temperatura del mare è minore. Queste informazioni dovrebbero indurre a studi più approfonditi per capire se e come l’ambiente marino e la colonna d’acqua reagiscono a queste immissioni di energia, e – in particolare – per verificare le lamentele dei pescatori locali, secondo cui la produttività del mare sia stata completamente azzerata.

Da quanto si apprende dalle rassicurazioni presenti nella documentazione tecnica ministeriale, lo scarico a mare è posto a circa 250 metri dalla costa, «la diluizione iniziale è molto elevata ed il delta termico è inferiore ad 1°C già a pochi metri dallo scarico», ma basta dare un’occhiata su Google Map per vedere che tutto il tratto di costa antistante la centrale ha un colore molto chiaro (acqua calda) e diventa blu solo (acqua fredda), segno che è in atto una stratificazione nella colonna d’acqua, ovvero manchi il naturale ricircolo delle acque profonde in superficie.

A giudicare dalle valutazioni del Ministero dell’Ambiente, supportate da perizie di parte, le interferenze indotte dal funzionamento della centrale sono «assolutamente trascurabili», sebbene nella Valutazione di Impatto Ambientale si dica pure che l’Oasi di Scolacium ospiti una specie «papaveracea molto rara» nonché la «presenza di siti di deposizione delle uova di tartarughe Caretta caretta, mentre per quanto riguarda l’area marina protetta Fondali di Stalettì si dica che essa «è stata istituita con il fine di preservare quello che rimane di un posidonieto (Posidonia Oceanica) che caratterizzava i fondali dell’area e che oggi è ridotto a sporadici frammenti relitti.» 

Al Ministro dell'ambiente Galletti attraverso un'interrogazione parlamentare ho chiesto:
"se non ritenga opportuno che vengano approfonditi gli effetti delle variazioni termiche e di salinità sulla flora e la fauna marina nel  tratto di costa antistante la centrale termoelettrica a ciclo combinato di Simeri Crichi caratterizzato della presenza di numerosi Siti di Interesse Comunitario quali l’Oasi di Scolacium, i Fondali di Stalettì, lo Steccato di Cutro e la Costa del Turchese" e "se non si ritenga opportuno assumere iniziative per rivedere la valutazione di impatto ambientale o revocare l'autorizzazione integrale ambientale alla luce dei descrittori e dei traguardi ambientali previsti dalla direttiva europea 56/2008."

Le direttive europee imporrebbero di rivedere la valutazione d’impatto ambientale o revocare l’autorizzazione integrale ambientale alla centrale. I rischi per l’ecosistema marino del territorio sono altissimi, specie alla luce della presenza nelle vicinanze di zone protette sorte allo scopo di preservare l’esistenza di specie a rischio estinzione. Il governo approfondisca gli effetti delle variazioni termiche e di salinità sulla flora e sulla fauna marina nel tratto di costa antistante la centrale termoelettrica di Simeri Crichi.

01/08/17

L'ospedale e i catanzaresi non possono più subire!


In favore del Pronto soccorso dell'ospedale Pugliese-Ciaccio di Catanzaro, ho chiesto un incontro urgente con il commissario alla sanità calabrese, Massimo Scura, al fine di sapere «se, come e quando, data la situazione attuale, voglia procedere a una più corretta redistribuzione dei posti letto nella rete assistenziale». Infatti il collo di bottiglia sta, in proposito, come rappresentatomi formalmente dal direttore generale, Giuseppe Panella, nello stazionamento dei pazienti da ricoverare nell'ambito del Dipartimento di Emergenza del Pugliese, per la mancanza di un'appropriata possibilità di collocazione dei medesimi nella struttura ospedaliera.
Ciò è dovuto alla drastica riduzione di posti letto al Pugliese-Ciaccio, che sono circa 120 in meno rispetto a quelli che l'ospedale aveva in dotazione. Non si può agire come ha fatto il sindaco Abramo, che ha accettato come un dogma l'integrazione, imposta, tra il Pugliese-Ciaccio e il policlinico universitario. La realtà è sotto gli occhi di tutti: nel primo c'è il caos e i sanitari sono carichi di lavoro, nel secondo non c'è nessuno, manca il Pronto soccorso e prevale il solito andazzo, molto comodo per i medici universitari che fanno la settimana corta. Dobbiamo avere il coraggio di intervenire in modo razionale e obiettivo, nel solo interesse dei pazienti catanzaresi. Difendo il Pugliese-Ciaccio, che non può più subire!

LEGGI ANCHE:
- Sul caos del pronto soccorso di Catanzaro

28/07/17

Marcia per la terra e la salute in difesa della biovalle del Nikà


Fanno bene a protestare civilmente i cittadini e gli agricoltori della biovalley del Nikà, a ridosso del comune di Scala Coeli (CS) contro l’ampliamento di una discarica che rischia di compromettere il territorio. Se impegni istituzionali non mi avessero trattenuto a Roma, anche io avrei partecipato alla ‘Marcia per la terra e la salute in difesa della biovalle del Nikà’. In questi anni ho più volte visitato la discarica di Scala Coeli e diverse sono state le interrogazioni parlamentari volte alla chiusura della discarica ed alla bonifica della zona. A mio avviso è impensabile distruggere l’economia di un territorio per difendere gli interessi di pochi attraverso una discarica illegittima.
Impianti inquinanti di tale portata non possono sorgere a ridosso di territori in cui si lavorano prodotti agricoli biologici e coperti da marchi Dop o Igp. A tale scopo ho anche presentato una proposta di legge, ma il Partito Democratico, evidentemente, non può tradire chi ha interessi nella gestione dei rifiuti. Bisogna proteggere l’economia e la salute della valle del Nikà, anche impedendo che l’impianto di Scala Coeli continui a ricevere rifiuti»
Sono molteplici i casi calabresi di discariche o impianti inquinanti fatti sorgere dove non dovrebbero. Non comprendo quale scopo abbia una politica che incentiva ed incoraggia comportamenti come questo. Dobbiamo sfruttare le ricchezze del nostro territorio, non distruggerlo per difendere gli interessi dei soliti noti. Oliverio chiuda una volta per tutte questa vergognosa vicenda, anche solo per rispettare il tanto sventolato piano rifiuti in cui si prevedono discariche zero.

27/07/17

Trivelle: bene il ricorso della Regione Calabria, ora occorre promuovere il piano delle aree


Sono contento che la Regione Calabria abbia accolto la nostra richiesta e quella dei comitati No Triv. Ora serve promuovere, come hanno già fatto alcune regioni, la proposta di legge che ho già presentato in parlamento che istituisce il piano delle aree, si tratta di un importante strumento di programmazione (come prevede la Costituzione) per consentire agli enti locali di frenare le trivelle nei rispettivi territori.
La proposta del Piano delle Aree è una proposta di buon senso, richiesta a gran voce da 148 associazioni e comitati e 135 personalità del mondo della cultura, delle scienze e della politica.

Per saperne di più sul piano delle aree: https://goo.gl/8wSQsW

24/07/17

Trivelle: sollecito il governatore Oliverio a impugnare disciplinare Mise!

La sentenza 170, della Corte Costituzionale, pubblicata il 12 luglio scorso, ha dichiarato illegittimo il comma 7 dell’articolo 38 del Decreto legge 133, lo Sblocca Italia, che ribadisce che il rilascio e l’esercizio dei titoli minerari per la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in terraferma, nel mare territoriale e nella piattaforma continentale è materia concorrente tra Stato e Regioni.
Avevamo ragione nel chiedere l’impugnazione dell’articolo 38 dello ‘Sblocca Italia’ che consentiva la ricerca, la trivellazione e lo stoccaggio indiscriminati di idrocarburi sul territorio. La Corte Costituzionale ristabilisce che la materia è concorrente tra Stato e Regione, dunque sulla ricerca di idrocarburi lo Stato non può prendere decisioni per una Regione senza consultarla. Sono dunque illegittime le disposizioni contenute nel comma 7 e nel comma 10 dell’art.38 del decreto.
La stessa sentenza contiene elementi che potrebbero servire alle Regioni a disinnescare il recente e contestatissimo disciplinare-tipo del Ministero dello Sviluppo economico, che regolamenta il rilascio dei titoli per la ricerca e coltivazione degli idrocarburi. Già impugnato da Veneto e Abruzzo, il provvedimento può essere avversato davanti al presidente della Repubblica entro il primo agosto, contestando l'indebolimento del potere delle Regioni in materia di rilascio di titoli autorizzativi, l'ampia possibilità per le compagnie di modificare il programma dei lavori concessi, nonché la possibilità di costruire nuove piattaforme nel mare continentale.
Adesso il governatore calabrese Oliverio e il suo assessore Rizzo, che più volte ho invitato invano a sostenere la mia proposta di legge sul piano delle aree, potranno dimostrare se stanno dalla parte delle multinazionali oppure della salvaguardia del nostro ambiente.

22/07/17

A Catanzaro torna l'evento: "giù le mani dal nostro mare!"


Si terrà domani 23 luglio a Catanzaro, presso il Coco Beach di Località Giovino, l’evento “Giù le mani dal nostro mare” organizzato dal Meetup di Catanzaro.
L’evento durerà per tutta la giornata di domenica ed avrà un programma ricco ed articolato. Lo scopo è quello di sensibilizzare i cittadini verso una più corretta gestione del mare, quella che è a tutti gli effetti, una delle principali risorse del nostro territorio che, in quanto tale, va salvaguardata.
Sensibilizzeremo i cittadini verso quelli che sono i principali problemi per la ‘risorsa mare’, che viene spesso sfruttata male dagli imprenditori e dai cittadini, anche grazie alla complicità della politica. Dai problemi della depurazione al rischio trivelle, il mare va salvaguardato non soltanto perché è una risorsa preziosa per la nostra Regione sia in termini di attrazione turistica che per la pesca, ma anche e soprattutto perché da un mare pulito dipende anche la salute dei cittadini.


Per ulteriori info 👇

https://www.facebook.com/events/1925035217750022/?ti=cl


#DEPURIAMOLACALABRIA

www.depuriamolacalabria.it

20/07/17

Il tour #AcquaRAGGIA arriva a Reggio Calabria!

A proposito del vasto capitolo Sorical e delle falle del servizio idrico regionale, annuncio la quarta tappa di “AcquaRaggia”, organizzata dal Meetup Reggio 5 Stelle e prevista domani venerdì 21 luglio, alle ore 19 nei pressi della Stazione Lido del Lungomare Falcomatà.
Abbiamo già tenuto questo incontro informativo aperto a Catanzaro, a Pizzo Calabro e a Lamezia Terme. Stavolta rincareremo la dose sul dramma siccità in Calabria, che non preoccupa l'immobile governatore Mario Oliverio né il suo dirigente apicale Domenico Pallaria. Insisteremo pure sul peso delle tariffe illegittime applicate negli anni, sulle riduzioni d'acqua, le sospensioni nell'erogazione e i tagli ai contatori. Diremo inoltre delle anticipazioni che la Regione Calabria ha erogato per i debiti di Sorical, nel complesso pari a 30milioni, sulle cui modalità di restituzione non si ha notizia.
Ci auguriamo che il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, voglia partecipare all'appuntamento. Con una battuta, la Regione e Sorical fanno acqua da tutte le parti, perciò sono vuoti i rubinetti e le altre fonti di approvvigionamento. Allora la battaglia deve essere condotta soprattutto dai Comuni. All'evento interverranno anche la collega Federica Dieni, il legale Salvatore Gullì, l'attivista Giovanni Di Leo, dei movimenti per l'acqua pubblica, e comitati e associazioni del territorio combattivi sull'argomento.

Diffondete e partecipate!
L'ACQUA È UN BENE DI TUTTI, NON UN AFFARE DI POCHI!


Una soluzione a norma di legge per impedire la costruzione di centrali a biomasse



La soluzione a norma di legge per impedire la costruzione di centrali termoelettriche (biomasse incluse) esiste ed è stata praticata in altre città. La offriamo al Sindaci coraggiosi su un piatto d'argento.

Le Centrali Termoelettriche (anche quelle a biomassa!) sono classificate INDUSTRIE INSALUBRI di prima classe (dannose per la salute pubblica) che devono essere localizzate lontano dalle abitazioni (D.M. 05/09/94, elenco di cui all’art. 216 del Testo unico delle leggi sanitarie n.1265/34.). La costruzione di un impianto a biomassa implica necessariamente un peggioramento della qualità dell’aria, in contrasto quindi con la normativa europea sul “Mantenimento o miglioramento della qualità dell’aria” (Decreto Legislativo 155/2010 – 2008/50/CE). Il Sindaco per legge ha il dovere di disporre un Regolamento di Igiene del Comune, (art. 216 e 217 del R.D. 27 luglio 1934 n.1265) e per legge ha la possibilità e la responsabilità di rivedere e aggiornare il Regolamento di Igiene e Sanità pubblica per disciplinare la distanza delle industrie Insalubri dalle abitazioni e dai centri abitati e può inibirne la costruzione nell'ambito del suo comune richiamando, per esempio, il principio di precauzione, presente nel nostro ordinamento e in quello comunitario. In caso sia necessaria una conferenza dei servizi e vada acquisito il nulla osta di altre autoritá, il parere negativo del Sindaco prevale su tutti.

Ad affermarlo sono una serie di sentenze amministrative la più famosa delle quali è Tar Lazio sezione Latina sentenza n.819 del 2009. In presenza di studi scientifici che dimostrano l’esistenza di gravi rischi per la salute derivanti dalle emissioni dell’impianto e dal rischio di inquinamento microbiologico, nonché dall’analisi del possibile “effetto cumulativo”, il Sindaco è chiamato ad adottare in via precauzionale ogni possibile iniziativa di tutela, in ossequio all’omonimo principio di derivazione comunitaria, recepito espressamente nel nostro ordinamento al vertice nella gerarchia delle fonti, quale parametro di costituzionalità (“il principio di precauzione in tema di tutela della salute umana e dell’ambiente assurge addirittura a parametro di costituzionalità delle disposizioni di legge ordinaria mercé l’inclusione dello stesso nell’ambito dell’art. 191 del Trattato Ce e in considerazione della previsione di cui al primo comma dell’art. 117 della Costituzione”; v. così, ex multis, Consiglio di Stato, 12 gennaio 2011 n. 98). Con riferimento in particolare alla tutela della salute, la giurisprudenza amministrativa ha riconosciuto – in ossequio al principio di precauzione – l’esistenza di un vero e proprio “obbligo alle Autorità competenti di adottare provvedimenti appropriati al fine di prevenire taluni rischi potenziali per la sanità pubblica, per la sicurezza e per l’ambiente e, se si pone come complementare al principio di prevenzione, si caratterizza anche per una tutela anticipata rispetto alla fase dell’applicazione delle migliori tecniche previste, una tutela dunque che non impone un monitoraggio dell’attività a farsi al fine di prevenire i danni, ma esige di verificare preventivamente che l’attività non danneggia l’uomo o l’ambiente. Tale principio trova attuazione facendo prevalere le esigenze connesse alla protezione di tali valori sugli interessi economici (T.A.R. Lombardia, Brescia, n. 304 del 2005 nonché, da ultimo, TRGA Trentino-Alto Adige, TN, 8 luglio 2010 n.171) e riceve applicazione in tutti quei settori ad elevato livello di protezione, ciò indipendentemente dall’accertamento di un effettivo nesso causale tra il fatto dannoso o potenzialmente tale e gli effetti pregiudizievoli che ne derivano (Corte di Giustizia CE, 26.11.2002 T132; sentenza 14 luglio 1998, causa C- 248/95; sentenza 3 dicembre 1998, causa C-67/97, Bluhme; Cons. Stato, VI, 5.12.2002,n.6657; T.A.R. Lombardia, Brescia, 11.4.2005, n.304.); v. così’ Tar Campania, Napoli, Sez. V – 14 luglio 2011, n. 3825. La presa di posizione da parte del Sindaco nei predetti termini può essere peraltro assunta non solo in caso di vicinanza di abitazioni, scuole, asili al sito del proposto impianto, ma anche nel caso in cui l’impianto sia in aperta campagna e il digestato però venga sparso fino alle porte del paese. Ecco la soluzione.
Ma i sindaci calabresi lo adotteranno veramente? O prevarranno altri interessi sulla salute della gente? Saremo ben felici se seguiránno la strada che abbiamo indicato.

NB. Con la sentenza nr. 03565/2017 pubblicata ieri, il Consiglio di Stato ha respinto i ricorsi proposti dalla "Vitale Sud" contro le due sentenze del Tar Calabria che avevano confermato la legittimità del diniego all’autorizzazione per la realizzazione di altrettanti impianti a biomasse a Lamezia Terme (CZ) precisamente nella zona di via del Progresso.

Fonte: Lamezia 5 Stelle

18/07/17

Incendi: ecco cosa fare al più presto!



Il Sud brucia. Fiamme che hanno provocato anche due vittime: due agricoltori in Calabria.  Il Parco nazionale del Vesuvio sta bruciando da giorni insieme a tanti altri parchi nazionali come il Pollino la Sila e l'Aspromonte. Migliaia di ettari sono andati in fumo insieme ad un patrimonio inestimabile come la biodiversità, piante - anche secolari - e animali sono stati bruciati vivi e, pare, cosparsi di benzina e usati come diffusori di fuoco. Parallelamente sono scoppiati incendi, tutti di probabile origine dolosa, a Napoli e provincia e nel casertano. In Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata, Sardegna e Lazio si registrano centinaia di incendi ormai. Centinaia di persone, tra cui turisti, sono stati evacuati. E c’è un dramma nel dramma: una volta bruciato, il territorio è ancora più fragile. Senza gli alberi, le loro radici, il sottobosco, il terreno è nudo. Quando arriverà la stagione delle piogge, il rischio di dissesto idrogeologico sarà molto elevato. Dalla metà di giugno al 12 luglio, secondo Legambiente, sono andati in fumo 26000 ettari di boschi, la stessa superficie che è bruciata in tutto il 2016. Di questi, 5000 ettari sono bruciati solo in Sicilia. Dall'inizio dell'anno, inoltre, si è stabilito un altro record: la flotta dello Stato è intervenuta 769 volte, il picco massimo degli ultimi 10 anni. Le criticità principali sono tante:

1) mancanza di personale e di mezzi adeguati, soprattutto aerei, per fare fronte all’emergenza, in particolare quando le fiamme sono così alte che l’intervento a terra non è più sufficiente e serve un intervento dal cielo (come nel caso del Vesuvio);

2) questo disastro è dovuto in particolare alla distruzione - qualcuno lo chiama “riassorbimento” - del Corpo Forestale dello Stato voluto dal ministro Madia nella Riforma del 2015 di Renzi. Il Corpo Forestale è stato smembrato e accorpato a Vigili del Fuoco e Carabinieri. Abbiamo denunciato e contrastato questa decisione scellerata in ogni modo possibile e con un centinaio di atti parlamentari, ma oggi la situazione è sotto gli occhi di tutti. La Legge Madia del 2015 ha imposto lo smantellamento del Corpo Forestale per un risparmio di 100 milioni di Euro in 3 anni, risparmio che peraltro non sarà nemmeno effettivo, perché solo la spesa per il passaggio e l’accorpamento si mangerà quei 100 milioni. Senza contare che il passaggio di uomini e mezzi non è ancora stato attuato. Il risultato? I vigili del fuoco non possono garantire copertura nei boschi e parchi nazionali. Solo 360 unità su 7000 dell’ex corpo forestale, quasi tutti in età pensionabile, sono state spostate sul comparto dei Vigili del fuoco. Di 32 elicotteri degli ex forestali, 16 sono stati assegnati ai Vigili del Fuoco e 16 ai Carabinieri, ma questi sono esonerati dal servizio antincendio. Tutti gli elicotteri passati ai CC sono diventati NON impiegabili per lo spegnimento, tra questi 12 elicotteri Breda Nardi NH500, fondamentali per lo spegnimento in aree impervie. Dei sedici restanti e che si potrebbero quindi utilizzare, nei giorni scorsi solo quattro erano in volo. Gli altri quattordici sono a terra per vari motivi, tra cui manutenzione e problemi legati a mancate certificazioni tecniche.

3) sempre a causa del disastro della legge Madia, non è sparita solo la Forestale, ma anche la funzione del Dos, il Direttore operativo dello spegnimento, che aveva il compito di coordinare le operazioni anti-incendio: i 360 forestali passati ai vigili del fuoco non possono più svolgere funzioni e attività per questioni burocratiche!

4) dopo lo smembramento del Corpo Forestale dello Stato non sono stati emanati i decreti attuativi indispensabili e questo ha creato caos nel caos. Oggi, sul territorio, non si sa chi deve fare cosa. I Comuni, secondo la legge sull’antincendio boschivo, dovrebbero gestire un catasto delle aree percorse dal fuoco, che è la condizione essenziale per applicare la legge stessa, che impedisce per dieci anni di costruire sulle aree bruciate. La legge c’è, ma i Comuni devono censire le aree bruciate, altrimenti il divieto viene aggirato;

5) proprio le Regioni più devastate dalle fiamme – Campania, Calabria e Sicilia – non hanno approntato i piani antincendio entro i tempi previsti. Sicilia e Calabria si sono svegliate a giugno, la Campania guidata da De Luca non ha nemmeno approvato ancora il piano Anti Incendi Boschivi, né ha stipulato una Convenzione con i Vigili del Fuoco.

Di fronte a questo dramma, che si ripete ogni anno e che quindi era ed è ampiamente prevedibile, il Movimento 5 Stelle chiede:
che sia decretato immediatamente lo Stato di emergenza;
che l’Europa intervenga, fornendoci i mezzi adeguati, in particolare i Canadair. Per ora, ha risposto all’appello la Francia, che ha inviato due Canadair e un mezzo di ricognizione;
che venga istituita una vera e propria Polizia Nazionale Ambientale di tipo civile. Questa proposta servirebbe anche a semplificare la burocrazia tra ministeri in quanto la polizia ambientale sarebbe sotto il potere del ministero degli interni (non più ministero della difesa) che già coordina i vigili del fuoco;
che venga applicata pienamente la legge sugli incendi boschivi! Ad esempio bisogna istituire immediatamente il catasto con le aree percorse da fuoco, in modo che non siano più edificabile e interessanti per eventuali interessi criminali e poi chiediamo che siano sanzionati penalmente i Comuni che non istituiscono subito questo catasto, come proposto nella nostra proposta di legge.
Le regioni in base alla legge dovrebbero dotarsi di un piano anti incendi e aggiornarlo annualmente in cui si prevedono i seguenti obiettivi:
a) le cause determinanti ed i fattori predisponenti l’incendio;
b) le aree percorse dal fuoco nell’anno precedente, rappresentate con apposita cartografia;
c) le aree a rischio di incendio boschivo rappresentate con apposita cartografia tematica aggiornata, con l’indicazione delle tipologie di vegetazione prevalenti;
d) i periodi a rischio di incendio boschivo, con l’indicazione dei dati anemologici e dell’esposizione ai venti;
e) gli indici di pericolosità fissati su base quantitativa e sinottica;
f) le azioni determinanti anche solo potenzialmente l’innesco di incendio nelle aree e nei periodi a rischio di incendio boschivo di cui alle lettere c) e d);
g) gli interventi per la previsione e la prevenzione degli incendi boschivi anche attraverso sistemi di monitoraggio satellitare;
h) la consistenza e la localizzazione dei mezzi, degli strumenti e delle risorse umane nonché le procedure per la lotta attiva contro gli incendi boschivi;
i) la consistenza e la localizzazione delle vie di accesso e dei tracciati spartifuoco nonché di adeguate fonti di approvvigionamento idrico;
l) le operazioni silvicolturali di pulizia e manutenzione del bosco, con facoltà di previsione di interventi sostitutivi del proprietario inadempiente in particolare nelle aree a più elevato rischio;
m) le esigenze formative e la relativa programmazione;
n) le attività informative;
o) la previsione economico-finanziaria delle attività previste nel piano stesso.

I comuni invece, oltre ad adottare con un'ordinanza un piano per la prevenzione incendi, dovrebbero eseguire quanto prevede la legge quadro nazionale: "I comuni provvedono a censire, tramite apposito catasto, i soprassuoli già percorsi dal fuoco nell’ultimo quinquennio, avvalendosi anche dei rilievi effettuati dal Corpo forestale dello Stato. Il catasto è aggiornato annualmente. L’elenco dei predetti soprassuoli deve essere esposto per trenta giorni all’albo pretorio comunale, per eventuali osservazioni. Decorso tale termine, i comuni valutano le osservazioni presentate ed approvano, entro i successivi sessanta giorni, gli elenchi definitivi e le relative perimetrazioni..."

E per quanto riguarda i piromani? Beh, chiamiamo le cose con il loro nome. Sono terroristi! E quindi le pene per legge vanno aumentate di molto. Io non credo che la terminologia "piromane" si possa ancora usare oggi. Io non credo che i responsabili di questi incendi siano persone affette da piromania. Qui non si tratta di una malattia ma probabilmente di un organizzazione criminale radicata in modo capillare sul territorio che vuole e pretende la gestione padronale dello stesso e dei loro loschi affari. Ma per esserne certi, a provare tutto ciò dovrà essere la magistratura. Nel frattempo oltre alla cementificazione selvaggia, all'inquinamento dei suoli, al dissesto idrogeologico, ai terremoti, alla siccità e ai cambiamenti climatici in atto ci mancava anche l'annosa emergenza incendi che continua a dilagare e a crescere ogni anno, a mettere in dito nella piaga alla "sicurezza" del nostro territorio e della nostra biodiversità. Praticamente l'essenziale per la nostra sopravvivenza. Ma per questo governo, è sempre tutto apposto!

Il Movimento 5 Stelle, una volta al governo del Paese, elaborerà un decreto-legge per affrontare la drammatica piaga degli incendi, che distruggono ogni anno ettari di territorio e causano danni economici, ambientali e sanitari all’intera collettività. Il provvedimento si baserà sulle seguenti azioni ed interventi:

1. Introduzione di sanzioni per le amministrazioni comunali inadempienti rispetto all’obbligo dell’aggiornamento annuale del catasto dei terreni percorsi da incendi previsto dalla legge n. 353 del 2000, in materia di incendi boschivi, poiché, in assenza del catasto aggiornato, nei comuni inadempienti (la stragrande maggioranza) sono di fatto inapplicabili i vincoli sul cambio di destinazione d’uso stabiliti dalla norma. In tal senso il Movimento 5 Stelle ha presentato la proposta di legge n. 1564 a prima firma on. Patrizia Terzoni.
2. Dichiarazione dello «stato di emergenza» a livello nazionale ai sensi dell'articolo 2, comma 1, lettera c), della legge 24 febbraio 1992, n. 225, e successive modificazioni, per tutti i territori colpiti dagli incendi la cui gravità è determinata da parametri quali l’estensione, la prossimità ad aree protette e abitazioni civili e la presenza di sostanze tossiche.
3. Inasprimento delle pene per i responsabili degli incendi determinati dall’azione dell’uomo, con l’aumento delle pene nel caso in cui dall’incendio derivi un danno grave, esteso o persistente ovvero se derivi pericolo per l’incolumità pubblica o danno alle aree protette.
4. Potenziamento delle risorse del CCTA, Comando Carabinieri Tutela Ambientale, anche attraverso ottimizzazione del coordinamento degli interventi e utilizzo di adeguate tecnologie (ad es. i droni), al fine di individuare eventuali responsabilità umane, con particolare riferimento alle zone nelle quali gli incendi hanno causato la diffusione di sostanze tossiche e nocive, determinando un vero e proprio disastro ambientale.
5. Incremento della flotta aerea antincendi, provvedendo all’immediato acquisto di nuove unità, nonché all’avvio di un monitoraggio costante dell’efficienza dei singoli mezzi, per evitare che in caso di emergenza ve ne siano di inutilizzati.
6. Riapertura dei termini della mobilità previsti dal d.lgs. n. 177 del 2016 per consentire il transito al Corpo dei Vigili del fuoco del personale dell’ex Corpo Forestale dello Stato assorbito in altre amministrazioni.
7. Estensione ai terreni agricoli del vincolo di destinazione previsto dalla legge n. 343 del 2000 ed aumento del periodo di durata del suddetto vincolo, attualmente previsto solo per i terreni boschivi e di pascolo.
8. Previsione dell’immediato ripristino delle colture o della vegetazione distrutta dagli incendi, attraverso l’avvio di procedure pubbliche per l’affidamento delle attività di rimboschimento e di ingegneria ambientale a tal fine necessari.
9. Monitoraggio costante dell’azione delle regioni e verifica dei piani regionali per la programmazione delle attività di previsione, prevenzione e lotta attiva contro gli incendi boschivi e, in caso di inadempienza, ricorso immediato ai poteri sostitutivi e contestuale blocco dei trasferimenti statali, non solo quelli destinati alla lotta antincendio, ma anche eventuali ulteriori risorse.
10. Avvio di una campagna di informazione e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul fenomeno degli incendi boschivi e dei roghi tossici dei rifiuti e dei conseguenti danni ambientali e sanitari, eventualmente anche utilizzando a tal fine il servizio pubblico radiotelevisivo.
11. Presentazione contestuale di un disegno di legge d’iniziativa governativa per la creazione di una vera e propria direzione ambientale nell’ambito delle forze di pubblica sicurezza, così come previsto dal disegno di legge n. 1514, recante “Sistema Nazionale di controllo ambientale”, presentato al Senato dalla sen. Paola Nugnes.

17/07/17

Sul caos del pronto soccorso di Catanzaro


Con una nota formale ho appena chiesto al dg dell'ospedale catanzarese Pugliese-Ciaccio, Giuseppe Panella, «quale sia ad oggi l'organico effettivo del Pronto soccorso e quale il fabbisogno certificato di personale nella predetta unità operativa», nonché «quali siano i dati disponibili sull'affluenza di pazienti dall'inizio del Piano di rientro a oggi, i tempi di intervento distinti per codice e la valutazione effettuata sui relativi rischi».
Ai componenti del Collegio di direzione della medesima Azienda ospedaliera ho chiesto, invece, «quali siano le principali difficoltà riscontrate in ordine all'allocazione dei pazienti provenienti dal Pronto soccorso nelle varie unità operative».
Sul recente invio di numerose cartelle esattoriali per accessi allo stesso Pronto soccorso, ho chiesto a Panella «se sia stata compiuta una verifica, e quali ne siano i risultati, in merito alle date degli accessi, a eventuali esenzioni e ai pagamenti per le prestazioni colà erogate, oppure se una siffatta verifica non si intenda disporre al più presto, anche per le specifiche obiezioni di associazioni di difesa dei consumatori».
Il MoVimento 5 Stelle ha centrato l'attenzione, grazie alla collega deputata Dalila Nesci, sulle assunzioni di personale sanitario, che dovevano essere già concluse, sia per gli obblighi di cui alla Legge n. 161/2014, sia perché il diritto alla salute è sul piano giuridico preminente rispetto all'obbligo del pareggio di bilancio.

13/07/17

Incendi: chiediamo lo stato di emergenza in Calabria


Oggi abbiamo scritto al governatore Mario Oliverio, ai vertici di Calabria Verde, Vigili del fuoco e Protezione civile regionali, nonché ai prefetti di tutte le province calabresi, per sapere con quali precisi rapporti istituzionali e indicazioni siano effettuati gli interventi antincendio, il coordinamento operativo e le attività di sorveglianza, date le palesi insufficienze dovute al disposto scioglimento del Corpo forestale dello Stato e alla situazione dell'azienda regionale Calabria Verde, frutto di una lunga assenza della politica.
Abbiamo sollecitato la Regione Calabria a «riorganizzare i servizi antincendio relativi alle proprie competenze e a uno specifico raccordo con il Ministero dell'Interno, che peraltro oggi ha un ministro calabrese, il senatore Marco Minniti.
Ai prefetti abbiamo invece chiesto, anche alla luce della poca considerazione istituzionale ricevuta dalla Regione Calabria, di voler agevolare con gli strumenti propri una puntuale ricognizione circa l'utilizzo delle risorse antincendio disponibili, nonché una programmazione interrelata in tema di salvaguardia del patrimonio agroforestale e di sicurezza degli abitati.
Annunciamo la presentazione alla Camera di una serie di atti anche per chiedere al governo, quali misure urgenti intende intraprendere contro gli incendi e lo stato di emergenza pure per la regione Calabria.

Chi combatte contro i piromani e il fuoco ha le armi spuntate in primis ci riferiamo alle migliaia di uomini del Corpo forestale, prezioso know-how e alleati in prima linea per combattere i crimini ambientali finiti allo sbaraglio nei vigili del fuoco o militarizzati nei carabinieri. La situazione è ancora più tragica di quanto si possa pensare: il numero dei dirigenti e di ex agenti del Corpo Forestale dello Stato transitati nei Vigili del Fuoco sarebbe stimato in circa 390 unità a fronte dei 6.754 al netto degli esodi passati ai Carabinieri e che sarebbero prossimi all’età pensionabile. Sono già centinaia i ricorrenti tra i forestali e il numero aumenta giorno dopo giorno.
Abbiamo chiesto al governo di precisare i motivi che hanno causato il ritardo nella procedura di notifica legale del provvedimento che permetteva agli operatori del Corpo Forestale dello Stato di presentare richiesta di transito presso altra amministrazione e se, di conseguenza, non sia da considerare viziato all’origine l’intero procedimento che ha visto coinvolti numerosi operatori del Corpo Forestale; vogliamo conoscere il quadro aggiornato della razionalizzazione delle spese e delle risorse umane impiegate per questa fase di integrazione e fusione tra l’Arma dei Carabinieri e il Corpo Forestale dello Stato. E poi: qual è il destino del numero 1515 per le emergenze?
I cittadini hanno sempre meno armi per denunciare gli illeciti e i roghi. Inoltre vogliamo sapere quale sia l’effettivo utilizzo dei mezzi del Corpo forestale dello Stato, con particolare riferimento agli elicotteri NH500, che rappresentano un'importante risorsa di contrasto agli incendi boschivi. Insomma: quanti ettari di boschi e di patrimonio ambientale devono prendere fuoco prima che il governo decida di agire subito?

PS. L'emergenza incendi non dà tregua nel vibonese dove purtroppo si registra una prima vittima, si tratta di un pensionato che tentava di spegnere un incendio a Favelloni, frazione del comune di Cessaniti (VV).

03/07/17

Un mare di plastica

L'inquinamento da plastica in ambiente marino è un problema di dimensioni importanti: le ultime stime parlano di 5 trilioni di pezzi di plastica presenti negli oceani, con 269000 tonnellate di plastica galleggiante in superficie, mentre nei fondali si stima la presenza di 4 miliardi di pezzi per chilometro quadrato. Ne parlammo anche attraverso un passaparola sul blog di Beppe Grillo.

Secondo uno studio pubblicato dalla rivista PLoS ONE ad aprile 2015 da un team di ricercatori spagnoli, tra le onde del Mediterraneo si trovano tra le mille e le tremila tonnellate di plastica galleggiante. Un frammento ogni quattro metri quadrati. Piccoli pezzi di plastica, che sono stati trovati anche nello stomaco di pesci, uccelli, tartarughe e balene.
Ogni anno nel mondo si producono circa 250 milioni di tonnellate di plastica. Una parte si disperde sulla Terra, ma una grande fetta finisce in mare e lì resta. Per fare qualche esempio, i frammenti di una bottiglia di plastica resteranno nell’ambiente tra i 450 e i mille anni. Quelli di una busta persistono dai 100 ai 300 anni a seconda dello spessore.

Gli scienziati hanno individuato cinque aree degli oceani in cui si concentrano i rifiuti di plastica di tutto il mondo. Le correnti oceaniche trasportano la plastica dalle coste verso le spirali (gyres) in Oceano aperto, dove si trovano chilogrammi e chilogrammi di plastica per chilometro quadrato. Cinque isole costruite di bottiglie, buste e tappi. Ma il Mediterraneo non è da meno. Va considerato che, al contrario degli oceani, è una sorta di grande baia semichiusa circondata da Paesi che fanno un usi intensivo della plastica. Sulle coste del Mare Nostrum vive il 10% della popolazione costiera globale. E il bacino è tra i più affollati di tutto il mondo da navi di ogni tipo, oltre che il luogo di sbocco di fiumi, come il Nilo o il Po, che attraversano zone molto popolate. In più, il Mediterraneo è collegato all’Oceano solo attraverso lo stretto di Gibilterra, con tempi di ristagno dell’acqua anche di centinaia di anni. Il risultato è che finisce quindi per essere una delle zone più grandi di accumulo di plastica a livello globale, proprio come il cosiddetto Great Pacific Garbage Patch nell’Oceano Pacifico.

da PLoS ONE
Il mare Mediterraneo risulta essere tra le sei zone di maggior accumulo di rifiuti galleggianti del Pianeta con evidenti rischi per l’ambiente, la salute e l’economia. Questo è il quadro tratteggiato dall'Unep nel Programma ambientale delle Nazioni Unite, confermato dalla campagna Clean Up the Med coordinata da Legambiente, che comprende anche un monitoraggio scientifico sul beach litter realizzato su 105 spiagge di 8 Paesi mediterranei (Italia, Algeria, Croazia, Francia, Grecia, Spagna, Tunisia, Turchia) monitorate tra il 2014 e il 2017.

Della plastica che finisce negli oceani il 90 per cento è costituita da microplastiche, ossia frammenti di dimensioni inferiori ai 5mm, derivanti sia dalla frammentazione di rifiuti di plastica di dimensioni maggiori, sia dalla presenza di microperle/microgranuli/microfibre negli scarichi a mare.

In particolare, come rilevato dal programma Mediterranean Endangered (2011) per il Mediterraneo, le microplastiche costituiscono il principale responsabile della contaminazione di questo mare semichiuso e già fortemente antropizzato: si sta parlando di un volume stimato tra le 1000 e 3000 tonnellate solo di plastiche galleggianti, senza considerare quelle sommerse. Non essendo biodegradabili a breve termine, microgranuli e microfibre sono inquinanti e pericolosi per la fauna marina, che spesso li assume tramite l'alimentazione. Sono ampiamente documentati dalla bibliografia scientifica gli impatti di queste microplastiche sugli stock ittici, con lesioni interne e problemi di crescita degli organismi che le hanno ingerite. Inoltre è documentato, data la natura idrofobica degli inquinanti organici persistenti (POP persistent organic pollutants, tra i quali sono famosi i PCB o il DDT) presenti nell'ambiente marino, che essi vengano assorbiti dalle microplastiche. Queste a loro volta li veicolano, una volta ingerite, agli organismi marini, causando problemi alla fertilità e al sistema immunitario degli stessi.

Microgranuli
Per quanto concerne i microgranuli, Paesi come USA e Australia, ma anche Olanda, nonché diverse aziende multinazionali hanno intrapreso campagne per eliminare queste composizioni dai prodotti, cosmetici e non, comunemente in uso. In data 4 gennaio 2016 il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato una legge che vieta, a partire da metà 2017, la vendita o la distribuzione di prodotti cosmetici contenenti micro-granuli con lo scopo di proteggere i corsi d'acqua della nazione. La legge denominata The Microbead-Free Waters Act recepisce altre leggi statali che già vietavano o eliminavano gradualmente i micro-granuli (tra queste quella della California e dell'Illinois).

Già da parte di diverse aziende multinazionali sono state intraprese campagne per eliminare queste composizioni dai prodotti, cosmetici e non, comunemente in uso.

Per quanto concerne l'Unione europea in materia di microgranuli il riferimento è appunto il Regolamento (CE) 1123/2009 che tuttavia contiene informazioni inadeguate sul profilo di rischio di questi Microperle e microgranuli plastici, infatti, possono essere usati come materie prime o ingredienti dalle industria della cosmesi. Il Regolamento (CE) 1223/2009 sui prodotti cosmetici prevede nella composizione degli stessi anche l'uso di microperle e microgranuli ad uso esfoliante per la cute. Microperle e microgranuli sono, in alcuni casi, prodotti in polietilene (-C2H4-)n.  Questo polimero non è biodegradabile. Per quanto riguarda le dimensioni, sono spesso usate in dimensioni che possono variare dai 50 μm ai 5 mm.materiali, non considerando la loro dannosità a livello ambientale.

Le microplastiche sono definite dalla comunità scientifica internazionale come particelle di polimeri sintetici con un diametro inferiore ai 5 mm. Tale definizione include le particelle nanoplastiche (con dimensione delle ordine dei nanometri) che possono derivare dalla nanotecnologia oppure dalla degradazione delle microplastiche dovuta alla permanenza in ambiente.
Resta aperto il fronte delle microfibre, la cui presenza nelle acque marine è anche, essa documentata a livello scientifico. In un campione di acqua marina si possono trovare microfibre di poliestere, nylon, acrilico e altre fibre sintetiche, principalmente della dimensione di 1 mm. La loro principale provenienza è dai tessuti sintetici dei vestiti che abitualmente vengono lavati: un singolo capo di abbigliamento può perdere in un lavaggio fino a 1900 fibre, fibre per le quali non sono previsti filtri nelle lavatrici.

Le microplastiche sono un parametro importante nella direttiva quadro sulla strategia per l'ambiente marino 2008/56/CE; uno degli obiettivi di tale direttiva è che gli Stati membri prendano provvedimenti per raggiungere o mantenere un buono stato ecologico dell'ambiente marino entro il 2020. Uno degli undici descrittori qualitativi per la determinazione di un buono stato ecologico, nell'allegato è il punto 10). Le proprietà e le quantità di rifiuti marini non provocano danni all'ambiente costiero e marino: tale definizione, include le microparticelle, in particolare le microplastiche. Tuttavia, gli indicatori per il descrittore qualitativo 10) devono essere ulteriormente sviluppati e usati nelle valutazioni effettuate dagli Stati membri.

LE PROPOSTE DEL MOVIMENTO 5 STELLE
Alla luce di questo gravissimo problema che sta aumentando a livello esponenziale abbiamo rivolto al governo diversi impegni attraverso mozioni e risoluzioni parlamentari in cui abbiamo impegnato l'esecutivo ad assumere iniziative per prevedere, nell'ambito della normativa vigente sull'uso delle plastiche in Italia e per quanto consentito presso le competenti sedi europee, la dismissione della produzione e dell'uso di plastiche biopersistenti e l'incentivo all'uso di plastiche biodegradabili e compostabili secondo lo standard europeo (Uni-En13432).
Inoltre abbiamo chiesto di ridurre progressivamente l'uso di microgranuli e microperle in tutti i contesti dove, a seguito del loro utilizzo, finiscano dispersi nell'ambiente marino, fino a giungere al definitivo divieto nel nostro paese.

Bisogna promuovere, con il coinvolgimento del mondo dell'industria, incluse le imprese tessili e le compagnie di abbigliamento, la ricerca di tessuti sintetici costituiti da fibre biocompatibili e biodegradabili e, ove non fosse possibile, promuovere l'uso di fibre riciclate o che contengano la minima quantità possibile di microfibre non biodegradabili.

Occorre una seria e concreta campagna d'informazione sui danni ambientali e per la salute di suddetti micro-granuli, contestualmente promuovendo l'uso di materiali sostenibili (ad esempio, plastiche biodegradabili anche in forma micrometrica, purché biodegradabili) segnatamente nel settore dell'abbigliamento e della cosmesi, così come in quei settori industriali che tipicamente producono una ingente quantità di questi rifiuti (ad esempio, industria di imballaggio, costruzioni, automotive ed, infine, pesca e cosmesi).

Presso le competenti sedi comunitarie occorrono iniziative finalizzate:
  • allo sviluppo, nell'ambito della decisione della Commissione del 1o settembre 2010 sui criteri e gli standard metodologici relativi al buono stato ecologico delle acque marine, dell'indicatore 10) relativamente al criterio 10.1.3 – Tendenze nella quantità, nella distribuzione e, se possibile, nella composizione di microparticelle (in particolare microplastiche) – per l'aspetto relativo agli impatti biologici e alla loro tossicità potenziale; 
  • all'ammodernamento dell'impianto di filtraggio delle lavabiancheria, anche sollecitando l'inserimento delle microfibre nelle sostanze oggetto della direttiva 2011/65/UE, comunemente conosciuta come RoHS Restriction of Hazardous Substances Directive; 
  • alla revisione dell'utilizzo di nanomateriali in ogni prodotto cosmetico, assicurando un livello elevato di protezione dell'ambiente e della salute umana, anche alla luce dell'articolo 16, paragrafo 11, del regolamento (CE) 1223/2009. 

Un passo in avanti è stato fatto il 25 ottobre 2016 in cui abbiamo approvato all'unanimità un testo unificato alla Camera dei Deputati dal titolo: "Disposizioni concernenti la certificazione ecologica dei prodotti cosmetici."
Questo progetto di legge istituisce un marchio italiano di qualità ecologica dei cosmetici e prescrive che ogni prodotto abbia un ‘dossier ecologico’ in cui sia specificata la composizione e la quantità di sostanze non biodegradabili o che possano avere impatto su acqua e ambiente e tipo di imballaggio.
Sono inoltre indicate le sostanze dannose per la salute o l’ambiente che non possono essere presenti in un prodotto per poter ottenere la certificazione ecologica. Il fine di questo provvedimento è quello di arrivare ad avere dei prodotti cosmetici che siano sia dermocompatibili che ecocompatibili e allo stesso tempo di tutelare la sicurezza dei consumatori, attraverso l’immissione in commercio di prodotti controllati e sicuri per la salute del consumatore. Sono inoltre indicate le sostanze dannose per la salute o l’ambiente che non possono essere presenti in un prodotto per poter ottenere la certificazione ecologica.
Si tratta di una proposta che va in direzione di una maggiore tutela dell’ambiente e della salute e punta a rafforzare una filiera virtuosa, che puntando su ricerca e innovazione, potrebbe diventare uno dei nuovi campi di azione della green economy e della chimica verde.
Il documento finale andrà quindi a coprire una lacuna normativa sentita nel nostro paese. Infatti la sensibilità dell’opinione pubblica verso il biologico e il naturale, anche per quanto riguarda la cosmesi, è in continuo aumento e questo fa avvertire maggiormente il vuoto legislativo. La proposta di legge sulla cosmesi sostenibile adeguerebbe l’Italia ai Paesi più avanzati dell’Unione Europea in questo settore.

SINTESI DEL PROVVEDIMENTO
Il testo in esame è frutto di una iniziativa trasversale di diversi gruppi parlamentari per intervenire in una materia piuttosto delicata relativa alle sostanze contenute nei prodotti cosmetici di comune utilizzo, al fine di garantire  la tutela della salute e l'informazione dei consumatori, la qualità dell’ambiente nonché la vigilanza sulla composizione e sull'etichettatura dei prodotti.
L'articolo 1 chiarisce l'ambito di applicazione del provvedimento riferendolo ai prodotti cosmetici, rinviando espressamente al Regolamento (CE) 30 novembre 2009, n. 1223. Il regolamento stabilisce, inter alia, il divieto degli esperimenti sugli animali.
L'articolo 2 dispone  l'istituzione del marchio collettivo denominato marchio italiano di qualità ecologica. Si ricorda che il marchio collettivo è un segno distintivo che svolge principalmente la funzione di garantire particolari caratteristiche qualitative di prodotti e servizi di più imprese e serve a contraddistinguerli per la loro specifica provenienza, natura o qualità. Si dispone, inoltre, che l'uso del marchio italiano di qualità ecologica viene concesso, su richiesta del produttore, per i prodotti cosmetici individuati ai sensi dell'articolo 1, che soddisfano i parametri ecologici di cui all'articolo 3 e che presentano un impatto ambientale inferiore alla media dei prodotti in commercio.
L'articolo 3 stabilisce i parametri ecologici per ciascuna tipologia di prodotto cosmetico, nonchè i connessi criteri di valutazione e calcolo applicabili ai prodotti cosmetici ai fini dell'attribuzione del marchio di qualità ecologica che dovranno essere definiti dal Ministero dell’Ambiente, della salute con il supporto tecnico dell’Ispra e dell’Istituto superiore di sanità.
A tale riguardo si evidenzia che nelle commissioni riunite VIII e X sono stati approvati degli emendamenti del gruppo M5S finalizzati a:
·    -  introdurre un termine per l’esercizio da parte del Governo per la definizione specifica dei limiti, dei metodi di prova, nonché dello strumento di calcolo
·    -  estendere la definizione dei suddetti parametri all’intero ciclo di vita del prodotto così da garantire in maniera rafforzata la salute del consumatore nonché la qualità dell’ambiente
·    -  estendere il calcolo dell’impatto tossicologico anche sulla qualità delle acque oltre che sulla flora e fauna acquatica
L’articolo 4 prevede la procedura per la concessione dell'uso del marchio. Infatti si dispone che  il produttore, al momento della richiesta del marchio di qualità ecologica, deve dichiarare:la composizione del prodotto, con la denominazione, gli elementi identificativi, la quantità e la concentrazione di ciascun componente, compresi gli additivi, la funzione di ciascun componente nel preparato e la scheda informativa o di sicurezza relativa al prodotto medesimo. Per ciascun componente che non deve essere testato sugli animali, il produttore fornisce la documentazione necessaria ai fini della certificazione, la quale può provenire anche dai fornitori del produttore La richiesta è trasmessa al Comitato, che verifica la conformità della domanda e dei prodotti rispetto ai criteri indicati nei regolamento di cui all'articolo 3. 
L'articolo 5 prevede che l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e dell'Istituto superiore di sanità (ISS) diano il proprio supporto tecnico, logistico e funzionale a favore del Comitato  per il marchio comunitario di qualità ecologica dei prodotti (Comitato per l'Ecolabel e per l'Ecoaudit istituito presso il Ministero dell'ambiente), di cui al D.M. n. 413/1995, organismo competente, come detto, all'assegnazione del marchio in esame.
L'articolo 6 chiarisce che i controlli indicati dalla legge sono finalizzati a promuovere segnatamente: la riduzione dell'inquinamento idrico, la riduzione al minimo della produzione di rifiuti, la riduzione o la prevenzione dei potenziali rischi per l'ambiente connessi all'uso di sostanze pericolose, la prevenzione dei potenziali rischi per la salute connessi all'uso di sostanze pericolose, nonché la coerenza dell'etichettatura rispetto ai contenuti del prodotto.
L’art.7 enumera le fonti di finanziamento del Comitato di cui all’art. 2 e 5 della legge, sostanzialmente riferendosi agli oneri connessi allle spese di istruttoria, all’utilizzazione annuale del marchio nonché ogni altra attività di controllo e certificazione richiesta dal privato.
L’articolo 8  sanziona la contraffazione o l'alterazione del marchio italiano di qualità ecologica o la sua utilizzazione in violazione della legge, a tal fine richiamando alcune disposizioni del codice penale nonché l'art. 127 del Codice della proprietà industriale. Come ha osservato anche la Commissione Giustizia nel parere che espresso bisogna individuare espressamente le condotte oggetto di sanzione penale o, in alternativa, siano specificamente indicate le disposizioni di cui allibro secondo, titolo VII, capo II, del codice penale.
L'articolo 9 prevede una sorta di “tagliando” dell’intervento normativo stabilendo che il Ministero dell'ambiente provvede, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, alla revisione del decreto del Ministero dell'ambiente del 2 agosto 1995, n. 413, per adeguare, tra l’altro,  le norme sul funzionamento del Comitato alle disposizioni di cui alla presente legge.

Il disegno di legge approvato alla Camera è stato trasmesso al Senato il 28 ottobre 2016 e giace ancora lì in attesa di essere approvato da quasi un anno. Provate ad immaginare come mai...
Oggi, meno del 5% della plastica viene riciclata, il 40 per cento finisce in discarica e un terzo direttamente negli ecosistemi naturali, quali gli oceani. E se all’inquinamento si aggiunge la continuativa emissione di gas serra e la pesca intensiva i dati peggiorano ancora: gli scienziati hanno valutato infatti che l’impatto del cambiamento climatico sugli ecosistemi marini e sulla fauna porterà a un’estinzione di massa entro il 2050. E’ tempo di invertire questa rotta e di prenderci le nostre responsabilità.


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30/06/17

NO ai rifiuti SI al distretto agroalimentare

Venga impedita la concessione per la costruzione di una piattaforma per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti in Località Cammarata, nel comune di Castrovillari. A riguardo ho depositato un’interrogazione parlamentare ai ministri dell’ambiente e dell’agricoltura. La richiesta di autorizzazione è per un impianto che sarebbe pronto ad ospitare una quantità rifiuti pari ad oltre la metà di quelli prodotti dall’intera regione Calabria nel 2015. Un mega impianto, che sorgerebbe nel cuore del Distretto Agro-alimentare di Qualità (DAQ) di Sibari, istituito con specifica legge regionale. Da tale distretto, che ho visitato insieme ai produttori la scorsa settimana, dipende il 45% della produzione agroalimentare di tutta la Calabria e vi trovano lavoro circa 5 mila addetti. Non è assolutamente opportuno calpestare questa importantissima realtà che nonostante la crisi riesce a garantire occupazione rispettando la vera vocazione del territorio. Se la mia proposta, che vieta la costruzione di impianti inquinanti nei pressi di colture di pregio fosse legge, questo impianto non si potrebbe costruire a prescindere.
La realizzazione di questo impianto nel DAQ di Sibari sarebbe una grave miopia politica e può diventare un pericoloso boomerang destinato ad affossare l’economia e le attività imprenditoriali agricole già esistenti, oltre che a costituire un danno d’immagine anche solo in fase di progetto. Inoltre, sappiamo bene che in Calabria la gestione dei rifiuti è spesso infiltrata dalla criminalità organizzata, per questo motivo sarebbe necessario costruire impianti di piccola portata in luoghi più idonei, in cui i rifiuti possano essere tracciabili e riconoscibili e non mega-impianti come quello di Cammarata.
Nella mia interrogazione ho chiesto al governo di intervenire al più presto per opporsi alla eventuale concessione dell'autorizzazione e di tutelare la vera economia del territorio. Il progetto, infatti, è palesemente inammissibile perché aperto alla ricezione di rifiuti provenienti da altre regioni italiane, in evidente violazione con i principi nazionali ed europei. La regione Calabria non può rimanere ancora indifferente, invito il Presidente Oliverio e l'assessore Rizzo a bloccare subito questa ennesima porcata.






Siccità: il Governo annuncia oltre 700 mln euro ma senza piano. Occorre migliorare rete irrigua e sistema assicurazioni.

Il Governo annuncia un pacchetto di investimenti per complessivi 700 milioni di euro nei prossimi anni ma senza spiegare come intenda verificare a livello nazionale, e in via preliminare, le opere irrigue esistenti e l'operato dei diversi consorzi né ha spiegato con quale cronoprogramma intenda realizzare la riprogettazione della rete idrica e di quella consortile.
Questo è quanto abbiamo appreso a seguito della risposta del Ministero delle Politiche Agricole al nostro question time sulle ripercussioni della siccità nel settore agricolo.
Il Ministro Martina si è soffermato sulla dotazione finanziaria che da sola non è sufficiente a garantire una corretta gestione della risorsa idrica in agricoltura, vista soprattutto la situazione a macchia di leopardo che ad oggi ne caratterizza la gestione. Da un lato infatti ci sono opere per le quali i soldi tardano ad arrivare e dall'altro, i consorzi che non garantiscono una trasparenza nella gestione dei fondi per gli interventi necessari. Inoltre il ministro dice che 'proprio in questi giorni pervengono le proposte progettuali per l'efficientamento nell'uso dell'acqua in agricoltura con investimenti mirati atti a migliorare la capacità di accumulo delle acque e le modalità di gestione della risorsa idrica a fini irrigui'. Una questione nota da tempo e che testimonia come non ci sia ancora un cronoprogramma per la prevenzione della siccità ma che si è ancora alla fase embrionale della presentazione dei progetti. Senza pianificazione si rischia di replicare la cattiva gestione della risorsa idrica e dei soldi pubblici affidandosi all'onestà delle singole realtà territoriali. Chiediamo inoltre l'introduzione di un Piano Nazionale degli Invasi per poter trattenere le acque di pioggia, creando riserve utili e limitando il rischio idrogeologico per le comunità, visto che attualmente riusciamo a preservarne solo l'11%.
Migliorare la rete irrigua e il funzionamento del sistema di assicurazioni per gli agricoltori per prevenire l'emergenza idrica legata alla siccità e le relative conseguenze negative sui raccolti è, in sintesi, il contenuto di una nostra risoluzione presentata in Commissione Agricoltura alla Camera dei Deputati.
Ad oggi le anomalie legate al cambiamento climatico, in particolare l'incremento della temperatura e la scarsità di pioggia, hanno provocato danni al comparto che, secondo le prime stime di alcune associazioni di categoria, si attestano intorno al miliardo di euro. Un fenomeno ormai noto da tempo che andrebbe riconosciuto e prevenuto, innanzitutto come una crisi ecologica oltre che produttiva, prima di trovarsi a fronteggiare l'ennesima emergenza. Stando alla situazione attuale, chiediamo che quindi sia promosso il sistema assicurativo agevolato, anche tramite i servizi Ismea e Rete Rurale per potenziarne la struttura informativa, e migliorato ulteriormente attraverso una più efficace organizzazione delle procedure, prevedendo che il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, rediga il Piano Assicurativo annuale e predisponga la possibilità di presentare la Manifestazione di interesse o il Piano Assicurativo Individuale nel corso del mese di ottobre al fine di consentire la sottoscrizione delle coperture assicurative già dai primi giorni di novembre e a prevedere la possibilità di validazione dei criteri di risarcimento delle polizze da parte del Ministero evitando il silenzio-assenso al fine di avere polizze assicurative chiare e in tempo per i periodi più critici.
Tra gli interventi proposti per migliorare l'approvvigionamento idrico: velocizzare il completamento delle opere irrigue, pubblicare ed aggiornare costantemente l'avanzamento dei lavori al fine di registrare i progressi compiuti; promuovere ed incentivare l'uso di sistemi irrigui di precisione e della rete IRRIFRAME e ad aggiornare i dati presenti nel SIGRIAN.