20/07/17

Una soluzione a norma di legge per impedire la costruzione di centrali a biomasse



La soluzione a norma di legge per impedire la costruzione di centrali termoelettriche (biomasse incluse) esiste ed è stata praticata in altre città. La offriamo al Sindaci coraggiosi su un piatto d'argento.

Le Centrali Termoelettriche (anche quelle a biomassa!) sono classificate INDUSTRIE INSALUBRI di prima classe (dannose per la salute pubblica) che devono essere localizzate lontano dalle abitazioni (D.M. 05/09/94, elenco di cui all’art. 216 del Testo unico delle leggi sanitarie n.1265/34.). La costruzione di un impianto a biomassa implica necessariamente un peggioramento della qualità dell’aria, in contrasto quindi con la normativa europea sul “Mantenimento o miglioramento della qualità dell’aria” (Decreto Legislativo 155/2010 – 2008/50/CE). Il Sindaco per legge ha il dovere di disporre un Regolamento di Igiene del Comune, (art. 216 e 217 del R.D. 27 luglio 1934 n.1265) e per legge ha la possibilità e la responsabilità di rivedere e aggiornare il Regolamento di Igiene e Sanità pubblica per disciplinare la distanza delle industrie Insalubri dalle abitazioni e dai centri abitati e può inibirne la costruzione nell'ambito del suo comune richiamando, per esempio, il principio di precauzione, presente nel nostro ordinamento e in quello comunitario. In caso sia necessaria una conferenza dei servizi e vada acquisito il nulla osta di altre autoritá, il parere negativo del Sindaco prevale su tutti.

Ad affermarlo sono una serie di sentenze amministrative la più famosa delle quali è Tar Lazio sezione Latina sentenza n.819 del 2009. In presenza di studi scientifici che dimostrano l’esistenza di gravi rischi per la salute derivanti dalle emissioni dell’impianto e dal rischio di inquinamento microbiologico, nonché dall’analisi del possibile “effetto cumulativo”, il Sindaco è chiamato ad adottare in via precauzionale ogni possibile iniziativa di tutela, in ossequio all’omonimo principio di derivazione comunitaria, recepito espressamente nel nostro ordinamento al vertice nella gerarchia delle fonti, quale parametro di costituzionalità (“il principio di precauzione in tema di tutela della salute umana e dell’ambiente assurge addirittura a parametro di costituzionalità delle disposizioni di legge ordinaria mercé l’inclusione dello stesso nell’ambito dell’art. 191 del Trattato Ce e in considerazione della previsione di cui al primo comma dell’art. 117 della Costituzione”; v. così, ex multis, Consiglio di Stato, 12 gennaio 2011 n. 98). Con riferimento in particolare alla tutela della salute, la giurisprudenza amministrativa ha riconosciuto – in ossequio al principio di precauzione – l’esistenza di un vero e proprio “obbligo alle Autorità competenti di adottare provvedimenti appropriati al fine di prevenire taluni rischi potenziali per la sanità pubblica, per la sicurezza e per l’ambiente e, se si pone come complementare al principio di prevenzione, si caratterizza anche per una tutela anticipata rispetto alla fase dell’applicazione delle migliori tecniche previste, una tutela dunque che non impone un monitoraggio dell’attività a farsi al fine di prevenire i danni, ma esige di verificare preventivamente che l’attività non danneggia l’uomo o l’ambiente. Tale principio trova attuazione facendo prevalere le esigenze connesse alla protezione di tali valori sugli interessi economici (T.A.R. Lombardia, Brescia, n. 304 del 2005 nonché, da ultimo, TRGA Trentino-Alto Adige, TN, 8 luglio 2010 n.171) e riceve applicazione in tutti quei settori ad elevato livello di protezione, ciò indipendentemente dall’accertamento di un effettivo nesso causale tra il fatto dannoso o potenzialmente tale e gli effetti pregiudizievoli che ne derivano (Corte di Giustizia CE, 26.11.2002 T132; sentenza 14 luglio 1998, causa C- 248/95; sentenza 3 dicembre 1998, causa C-67/97, Bluhme; Cons. Stato, VI, 5.12.2002,n.6657; T.A.R. Lombardia, Brescia, 11.4.2005, n.304.); v. così’ Tar Campania, Napoli, Sez. V – 14 luglio 2011, n. 3825. La presa di posizione da parte del Sindaco nei predetti termini può essere peraltro assunta non solo in caso di vicinanza di abitazioni, scuole, asili al sito del proposto impianto, ma anche nel caso in cui l’impianto sia in aperta campagna e il digestato però venga sparso fino alle porte del paese. Ecco la soluzione.
Ma i sindaci calabresi lo adotteranno veramente? O prevarranno altri interessi sulla salute della gente? Saremo ben felici se seguiránno la strada che abbiamo indicato.

NB. Con la sentenza nr. 03565/2017 pubblicata ieri, il Consiglio di Stato ha respinto i ricorsi proposti dalla "Vitale Sud" contro le due sentenze del Tar Calabria che avevano confermato la legittimità del diniego all’autorizzazione per la realizzazione di altrettanti impianti a biomasse a Lamezia Terme (CZ) precisamente nella zona di via del Progresso.

Fonte: Lamezia 5 Stelle

18/07/17

Incendi: ecco cosa fare al più presto!



Il Sud brucia. Fiamme che hanno provocato anche due vittime: due agricoltori in Calabria.  Il Parco nazionale del Vesuvio sta bruciando da giorni insieme a tanti altri parchi nazionali come il Pollino la Sila e l'Aspromonte. Migliaia di ettari sono andati in fumo insieme ad un patrimonio inestimabile come la biodiversità, piante - anche secolari - e animali sono stati bruciati vivi e, pare, cosparsi di benzina e usati come diffusori di fuoco. Parallelamente sono scoppiati incendi, tutti di probabile origine dolosa, a Napoli e provincia e nel casertano. In Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata, Sardegna e Lazio si registrano centinaia di incendi ormai. Centinaia di persone, tra cui turisti, sono stati evacuati. E c’è un dramma nel dramma: una volta bruciato, il territorio è ancora più fragile. Senza gli alberi, le loro radici, il sottobosco, il terreno è nudo. Quando arriverà la stagione delle piogge, il rischio di dissesto idrogeologico sarà molto elevato. Dalla metà di giugno al 12 luglio, secondo Legambiente, sono andati in fumo 26000 ettari di boschi, la stessa superficie che è bruciata in tutto il 2016. Di questi, 5000 ettari sono bruciati solo in Sicilia. Dall'inizio dell'anno, inoltre, si è stabilito un altro record: la flotta dello Stato è intervenuta 769 volte, il picco massimo degli ultimi 10 anni. Le criticità principali sono tante:

1) mancanza di personale e di mezzi adeguati, soprattutto aerei, per fare fronte all’emergenza, in particolare quando le fiamme sono così alte che l’intervento a terra non è più sufficiente e serve un intervento dal cielo (come nel caso del Vesuvio);

2) questo disastro è dovuto in particolare alla distruzione - qualcuno lo chiama “riassorbimento” - del Corpo Forestale dello Stato voluto dal ministro Madia nella Riforma del 2015 di Renzi. Il Corpo Forestale è stato smembrato e accorpato a Vigili del Fuoco e Carabinieri. Abbiamo denunciato e contrastato questa decisione scellerata in ogni modo possibile e con un centinaio di atti parlamentari, ma oggi la situazione è sotto gli occhi di tutti. La Legge Madia del 2015 ha imposto lo smantellamento del Corpo Forestale per un risparmio di 100 milioni di Euro in 3 anni, risparmio che peraltro non sarà nemmeno effettivo, perché solo la spesa per il passaggio e l’accorpamento si mangerà quei 100 milioni. Senza contare che il passaggio di uomini e mezzi non è ancora stato attuato. Il risultato? I vigili del fuoco non possono garantire copertura nei boschi e parchi nazionali. Solo 360 unità su 7000 dell’ex corpo forestale, quasi tutti in età pensionabile, sono state spostate sul comparto dei Vigili del fuoco. Di 32 elicotteri degli ex forestali, 16 sono stati assegnati ai Vigili del Fuoco e 16 ai Carabinieri, ma questi sono esonerati dal servizio antincendio. Tutti gli elicotteri passati ai CC sono diventati NON impiegabili per lo spegnimento, tra questi 12 elicotteri Breda Nardi NH500, fondamentali per lo spegnimento in aree impervie. Dei sedici restanti e che si potrebbero quindi utilizzare, nei giorni scorsi solo quattro erano in volo. Gli altri quattordici sono a terra per vari motivi, tra cui manutenzione e problemi legati a mancate certificazioni tecniche.

3) sempre a causa del disastro della legge Madia, non è sparita solo la Forestale, ma anche la funzione del Dos, il Direttore operativo dello spegnimento, che aveva il compito di coordinare le operazioni anti-incendio: i 360 forestali passati ai vigili del fuoco non possono più svolgere funzioni e attività per questioni burocratiche!

4) dopo lo smembramento del Corpo Forestale dello Stato non sono stati emanati i decreti attuativi indispensabili e questo ha creato caos nel caos. Oggi, sul territorio, non si sa chi deve fare cosa. I Comuni, secondo la legge sull’antincendio boschivo, dovrebbero gestire un catasto delle aree percorse dal fuoco, che è la condizione essenziale per applicare la legge stessa, che impedisce per dieci anni di costruire sulle aree bruciate. La legge c’è, ma i Comuni devono censire le aree bruciate, altrimenti il divieto viene aggirato;

5) proprio le Regioni più devastate dalle fiamme – Campania, Calabria e Sicilia – non hanno approntato i piani antincendio entro i tempi previsti. Sicilia e Calabria si sono svegliate a giugno, la Campania guidata da De Luca non ha nemmeno approvato ancora il piano Anti Incendi Boschivi, né ha stipulato una Convenzione con i Vigili del Fuoco.

Di fronte a questo dramma, che si ripete ogni anno e che quindi era ed è ampiamente prevedibile, il Movimento 5 Stelle chiede:
che sia decretato immediatamente lo Stato di emergenza;
che l’Europa intervenga, fornendoci i mezzi adeguati, in particolare i Canadair. Per ora, ha risposto all’appello la Francia, che ha inviato due Canadair e un mezzo di ricognizione;
che venga istituita una vera e propria Polizia Nazionale Ambientale di tipo civile. Questa proposta servirebbe anche a semplificare la burocrazia tra ministeri in quanto la polizia ambientale sarebbe sotto il potere del ministero degli interni (non più ministero della difesa) che già coordina i vigili del fuoco;
che venga applicata pienamente la legge sugli incendi boschivi! Ad esempio bisogna istituire immediatamente il catasto con le aree percorse da fuoco, in modo che non siano più edificabile e interessanti per eventuali interessi criminali e poi chiediamo che siano sanzionati penalmente i Comuni che non istituiscono subito questo catasto, come proposto nella nostra proposta di legge.
Le regioni in base alla legge dovrebbero dotarsi di un piano anti incendi e aggiornarlo annualmente in cui si prevedono i seguenti obiettivi:
a) le cause determinanti ed i fattori predisponenti l’incendio;
b) le aree percorse dal fuoco nell’anno precedente, rappresentate con apposita cartografia;
c) le aree a rischio di incendio boschivo rappresentate con apposita cartografia tematica aggiornata, con l’indicazione delle tipologie di vegetazione prevalenti;
d) i periodi a rischio di incendio boschivo, con l’indicazione dei dati anemologici e dell’esposizione ai venti;
e) gli indici di pericolosità fissati su base quantitativa e sinottica;
f) le azioni determinanti anche solo potenzialmente l’innesco di incendio nelle aree e nei periodi a rischio di incendio boschivo di cui alle lettere c) e d);
g) gli interventi per la previsione e la prevenzione degli incendi boschivi anche attraverso sistemi di monitoraggio satellitare;
h) la consistenza e la localizzazione dei mezzi, degli strumenti e delle risorse umane nonché le procedure per la lotta attiva contro gli incendi boschivi;
i) la consistenza e la localizzazione delle vie di accesso e dei tracciati spartifuoco nonché di adeguate fonti di approvvigionamento idrico;
l) le operazioni silvicolturali di pulizia e manutenzione del bosco, con facoltà di previsione di interventi sostitutivi del proprietario inadempiente in particolare nelle aree a più elevato rischio;
m) le esigenze formative e la relativa programmazione;
n) le attività informative;
o) la previsione economico-finanziaria delle attività previste nel piano stesso.

I comuni invece, oltre ad adottare con un'ordinanza un piano per la prevenzione incendi, dovrebbero eseguire quanto prevede la legge quadro nazionale: "I comuni provvedono a censire, tramite apposito catasto, i soprassuoli già percorsi dal fuoco nell’ultimo quinquennio, avvalendosi anche dei rilievi effettuati dal Corpo forestale dello Stato. Il catasto è aggiornato annualmente. L’elenco dei predetti soprassuoli deve essere esposto per trenta giorni all’albo pretorio comunale, per eventuali osservazioni. Decorso tale termine, i comuni valutano le osservazioni presentate ed approvano, entro i successivi sessanta giorni, gli elenchi definitivi e le relative perimetrazioni..."

E per quanto riguarda i piromani? Beh, chiamiamo le cose con il loro nome. Sono terroristi! E quindi le pene per legge vanno aumentate di molto. Io non credo che la terminologia "piromane" si possa ancora usare oggi. Io non credo che i responsabili di questi incendi siano persone affette da piromania. Qui non si tratta di una malattia ma probabilmente di un organizzazione criminale radicata in modo capillare sul territorio che vuole e pretende la gestione padronale dello stesso e dei loro loschi affari. Ma per esserne certi, a provare tutto ciò dovrà essere la magistratura. Nel frattempo oltre alla cementificazione selvaggia, all'inquinamento dei suoli, al dissesto idrogeologico, ai terremoti, alla siccità e ai cambiamenti climatici in atto ci mancava anche l'annosa emergenza incendi che continua a dilagare e a crescere ogni anno, a mettere in dito nella piaga alla "sicurezza" del nostro territorio e della nostra biodiversità. Praticamente l'essenziale per la nostra sopravvivenza. Ma per questo governo, è sempre tutto apposto!

Il Movimento 5 Stelle, una volta al governo del Paese, elaborerà un decreto-legge per affrontare la drammatica piaga degli incendi, che distruggono ogni anno ettari di territorio e causano danni economici, ambientali e sanitari all’intera collettività. Il provvedimento si baserà sulle seguenti azioni ed interventi:

1. Introduzione di sanzioni per le amministrazioni comunali inadempienti rispetto all’obbligo dell’aggiornamento annuale del catasto dei terreni percorsi da incendi previsto dalla legge n. 353 del 2000, in materia di incendi boschivi, poiché, in assenza del catasto aggiornato, nei comuni inadempienti (la stragrande maggioranza) sono di fatto inapplicabili i vincoli sul cambio di destinazione d’uso stabiliti dalla norma. In tal senso il Movimento 5 Stelle ha presentato la proposta di legge n. 1564 a prima firma on. Patrizia Terzoni.
2. Dichiarazione dello «stato di emergenza» a livello nazionale ai sensi dell'articolo 2, comma 1, lettera c), della legge 24 febbraio 1992, n. 225, e successive modificazioni, per tutti i territori colpiti dagli incendi la cui gravità è determinata da parametri quali l’estensione, la prossimità ad aree protette e abitazioni civili e la presenza di sostanze tossiche.
3. Inasprimento delle pene per i responsabili degli incendi determinati dall’azione dell’uomo, con l’aumento delle pene nel caso in cui dall’incendio derivi un danno grave, esteso o persistente ovvero se derivi pericolo per l’incolumità pubblica o danno alle aree protette.
4. Potenziamento delle risorse del CCTA, Comando Carabinieri Tutela Ambientale, anche attraverso ottimizzazione del coordinamento degli interventi e utilizzo di adeguate tecnologie (ad es. i droni), al fine di individuare eventuali responsabilità umane, con particolare riferimento alle zone nelle quali gli incendi hanno causato la diffusione di sostanze tossiche e nocive, determinando un vero e proprio disastro ambientale.
5. Incremento della flotta aerea antincendi, provvedendo all’immediato acquisto di nuove unità, nonché all’avvio di un monitoraggio costante dell’efficienza dei singoli mezzi, per evitare che in caso di emergenza ve ne siano di inutilizzati.
6. Riapertura dei termini della mobilità previsti dal d.lgs. n. 177 del 2016 per consentire il transito al Corpo dei Vigili del fuoco del personale dell’ex Corpo Forestale dello Stato assorbito in altre amministrazioni.
7. Estensione ai terreni agricoli del vincolo di destinazione previsto dalla legge n. 343 del 2000 ed aumento del periodo di durata del suddetto vincolo, attualmente previsto solo per i terreni boschivi e di pascolo.
8. Previsione dell’immediato ripristino delle colture o della vegetazione distrutta dagli incendi, attraverso l’avvio di procedure pubbliche per l’affidamento delle attività di rimboschimento e di ingegneria ambientale a tal fine necessari.
9. Monitoraggio costante dell’azione delle regioni e verifica dei piani regionali per la programmazione delle attività di previsione, prevenzione e lotta attiva contro gli incendi boschivi e, in caso di inadempienza, ricorso immediato ai poteri sostitutivi e contestuale blocco dei trasferimenti statali, non solo quelli destinati alla lotta antincendio, ma anche eventuali ulteriori risorse.
10. Avvio di una campagna di informazione e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul fenomeno degli incendi boschivi e dei roghi tossici dei rifiuti e dei conseguenti danni ambientali e sanitari, eventualmente anche utilizzando a tal fine il servizio pubblico radiotelevisivo.
11. Presentazione contestuale di un disegno di legge d’iniziativa governativa per la creazione di una vera e propria direzione ambientale nell’ambito delle forze di pubblica sicurezza, così come previsto dal disegno di legge n. 1514, recante “Sistema Nazionale di controllo ambientale”, presentato al Senato dalla sen. Paola Nugnes.

13/07/17

Incendi: chiediamo lo stato di emergenza in Calabria


Oggi abbiamo scritto al governatore Mario Oliverio, ai vertici di Calabria Verde, Vigili del fuoco e Protezione civile regionali, nonché ai prefetti di tutte le province calabresi, per sapere con quali precisi rapporti istituzionali e indicazioni siano effettuati gli interventi antincendio, il coordinamento operativo e le attività di sorveglianza, date le palesi insufficienze dovute al disposto scioglimento del Corpo forestale dello Stato e alla situazione dell'azienda regionale Calabria Verde, frutto di una lunga assenza della politica.
Abbiamo sollecitato la Regione Calabria a «riorganizzare i servizi antincendio relativi alle proprie competenze e a uno specifico raccordo con il Ministero dell'Interno, che peraltro oggi ha un ministro calabrese, il senatore Marco Minniti.
Ai prefetti abbiamo invece chiesto, anche alla luce della poca considerazione istituzionale ricevuta dalla Regione Calabria, di voler agevolare con gli strumenti propri una puntuale ricognizione circa l'utilizzo delle risorse antincendio disponibili, nonché una programmazione interrelata in tema di salvaguardia del patrimonio agroforestale e di sicurezza degli abitati.
Annunciamo la presentazione alla Camera di una serie di atti anche per chiedere al governo, quali misure urgenti intende intraprendere contro gli incendi e lo stato di emergenza pure per la regione Calabria.

Chi combatte contro i piromani e il fuoco ha le armi spuntate in primis ci riferiamo alle migliaia di uomini del Corpo forestale, prezioso know-how e alleati in prima linea per combattere i crimini ambientali finiti allo sbaraglio nei vigili del fuoco o militarizzati nei carabinieri. La situazione è ancora più tragica di quanto si possa pensare: il numero dei dirigenti e di ex agenti del Corpo Forestale dello Stato transitati nei Vigili del Fuoco sarebbe stimato in circa 390 unità a fronte dei 6.754 al netto degli esodi passati ai Carabinieri e che sarebbero prossimi all’età pensionabile. Sono già centinaia i ricorrenti tra i forestali e il numero aumenta giorno dopo giorno.
Abbiamo chiesto al governo di precisare i motivi che hanno causato il ritardo nella procedura di notifica legale del provvedimento che permetteva agli operatori del Corpo Forestale dello Stato di presentare richiesta di transito presso altra amministrazione e se, di conseguenza, non sia da considerare viziato all’origine l’intero procedimento che ha visto coinvolti numerosi operatori del Corpo Forestale; vogliamo conoscere il quadro aggiornato della razionalizzazione delle spese e delle risorse umane impiegate per questa fase di integrazione e fusione tra l’Arma dei Carabinieri e il Corpo Forestale dello Stato. E poi: qual è il destino del numero 1515 per le emergenze?
I cittadini hanno sempre meno armi per denunciare gli illeciti e i roghi. Inoltre vogliamo sapere quale sia l’effettivo utilizzo dei mezzi del Corpo forestale dello Stato, con particolare riferimento agli elicotteri NH500, che rappresentano un'importante risorsa di contrasto agli incendi boschivi. Insomma: quanti ettari di boschi e di patrimonio ambientale devono prendere fuoco prima che il governo decida di agire subito?

PS. L'emergenza incendi non dà tregua nel vibonese dove purtroppo si registra una prima vittima, si tratta di un pensionato che tentava di spegnere un incendio a Favelloni, frazione del comune di Cessaniti (VV).

03/07/17

Un mare di plastica

L'inquinamento da plastica in ambiente marino è un problema di dimensioni importanti: le ultime stime parlano di 5 trilioni di pezzi di plastica presenti negli oceani, con 269000 tonnellate di plastica galleggiante in superficie, mentre nei fondali si stima la presenza di 4 miliardi di pezzi per chilometro quadrato. Ne parlammo anche attraverso un passaparola sul blog di Beppe Grillo.

Secondo uno studio pubblicato dalla rivista PLoS ONE ad aprile 2015 da un team di ricercatori spagnoli, tra le onde del Mediterraneo si trovano tra le mille e le tremila tonnellate di plastica galleggiante. Un frammento ogni quattro metri quadrati. Piccoli pezzi di plastica, che sono stati trovati anche nello stomaco di pesci, uccelli, tartarughe e balene.
Ogni anno nel mondo si producono circa 250 milioni di tonnellate di plastica. Una parte si disperde sulla Terra, ma una grande fetta finisce in mare e lì resta. Per fare qualche esempio, i frammenti di una bottiglia di plastica resteranno nell’ambiente tra i 450 e i mille anni. Quelli di una busta persistono dai 100 ai 300 anni a seconda dello spessore.

Gli scienziati hanno individuato cinque aree degli oceani in cui si concentrano i rifiuti di plastica di tutto il mondo. Le correnti oceaniche trasportano la plastica dalle coste verso le spirali (gyres) in Oceano aperto, dove si trovano chilogrammi e chilogrammi di plastica per chilometro quadrato. Cinque isole costruite di bottiglie, buste e tappi. Ma il Mediterraneo non è da meno. Va considerato che, al contrario degli oceani, è una sorta di grande baia semichiusa circondata da Paesi che fanno un usi intensivo della plastica. Sulle coste del Mare Nostrum vive il 10% della popolazione costiera globale. E il bacino è tra i più affollati di tutto il mondo da navi di ogni tipo, oltre che il luogo di sbocco di fiumi, come il Nilo o il Po, che attraversano zone molto popolate. In più, il Mediterraneo è collegato all’Oceano solo attraverso lo stretto di Gibilterra, con tempi di ristagno dell’acqua anche di centinaia di anni. Il risultato è che finisce quindi per essere una delle zone più grandi di accumulo di plastica a livello globale, proprio come il cosiddetto Great Pacific Garbage Patch nell’Oceano Pacifico.

da PLoS ONE
Il mare Mediterraneo risulta essere tra le sei zone di maggior accumulo di rifiuti galleggianti del Pianeta con evidenti rischi per l’ambiente, la salute e l’economia. Questo è il quadro tratteggiato dall'Unep nel Programma ambientale delle Nazioni Unite, confermato dalla campagna Clean Up the Med coordinata da Legambiente, che comprende anche un monitoraggio scientifico sul beach litter realizzato su 105 spiagge di 8 Paesi mediterranei (Italia, Algeria, Croazia, Francia, Grecia, Spagna, Tunisia, Turchia) monitorate tra il 2014 e il 2017.

Della plastica che finisce negli oceani il 90 per cento è costituita da microplastiche, ossia frammenti di dimensioni inferiori ai 5mm, derivanti sia dalla frammentazione di rifiuti di plastica di dimensioni maggiori, sia dalla presenza di microperle/microgranuli/microfibre negli scarichi a mare.

In particolare, come rilevato dal programma Mediterranean Endangered (2011) per il Mediterraneo, le microplastiche costituiscono il principale responsabile della contaminazione di questo mare semichiuso e già fortemente antropizzato: si sta parlando di un volume stimato tra le 1000 e 3000 tonnellate solo di plastiche galleggianti, senza considerare quelle sommerse. Non essendo biodegradabili a breve termine, microgranuli e microfibre sono inquinanti e pericolosi per la fauna marina, che spesso li assume tramite l'alimentazione. Sono ampiamente documentati dalla bibliografia scientifica gli impatti di queste microplastiche sugli stock ittici, con lesioni interne e problemi di crescita degli organismi che le hanno ingerite. Inoltre è documentato, data la natura idrofobica degli inquinanti organici persistenti (POP persistent organic pollutants, tra i quali sono famosi i PCB o il DDT) presenti nell'ambiente marino, che essi vengano assorbiti dalle microplastiche. Queste a loro volta li veicolano, una volta ingerite, agli organismi marini, causando problemi alla fertilità e al sistema immunitario degli stessi.

Microgranuli
Per quanto concerne i microgranuli, Paesi come USA e Australia, ma anche Olanda, nonché diverse aziende multinazionali hanno intrapreso campagne per eliminare queste composizioni dai prodotti, cosmetici e non, comunemente in uso. In data 4 gennaio 2016 il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato una legge che vieta, a partire da metà 2017, la vendita o la distribuzione di prodotti cosmetici contenenti micro-granuli con lo scopo di proteggere i corsi d'acqua della nazione. La legge denominata The Microbead-Free Waters Act recepisce altre leggi statali che già vietavano o eliminavano gradualmente i micro-granuli (tra queste quella della California e dell'Illinois).

Già da parte di diverse aziende multinazionali sono state intraprese campagne per eliminare queste composizioni dai prodotti, cosmetici e non, comunemente in uso.

Per quanto concerne l'Unione europea in materia di microgranuli il riferimento è appunto il Regolamento (CE) 1123/2009 che tuttavia contiene informazioni inadeguate sul profilo di rischio di questi Microperle e microgranuli plastici, infatti, possono essere usati come materie prime o ingredienti dalle industria della cosmesi. Il Regolamento (CE) 1223/2009 sui prodotti cosmetici prevede nella composizione degli stessi anche l'uso di microperle e microgranuli ad uso esfoliante per la cute. Microperle e microgranuli sono, in alcuni casi, prodotti in polietilene (-C2H4-)n.  Questo polimero non è biodegradabile. Per quanto riguarda le dimensioni, sono spesso usate in dimensioni che possono variare dai 50 μm ai 5 mm.materiali, non considerando la loro dannosità a livello ambientale.

Le microplastiche sono definite dalla comunità scientifica internazionale come particelle di polimeri sintetici con un diametro inferiore ai 5 mm. Tale definizione include le particelle nanoplastiche (con dimensione delle ordine dei nanometri) che possono derivare dalla nanotecnologia oppure dalla degradazione delle microplastiche dovuta alla permanenza in ambiente.
Resta aperto il fronte delle microfibre, la cui presenza nelle acque marine è anche, essa documentata a livello scientifico. In un campione di acqua marina si possono trovare microfibre di poliestere, nylon, acrilico e altre fibre sintetiche, principalmente della dimensione di 1 mm. La loro principale provenienza è dai tessuti sintetici dei vestiti che abitualmente vengono lavati: un singolo capo di abbigliamento può perdere in un lavaggio fino a 1900 fibre, fibre per le quali non sono previsti filtri nelle lavatrici.

Le microplastiche sono un parametro importante nella direttiva quadro sulla strategia per l'ambiente marino 2008/56/CE; uno degli obiettivi di tale direttiva è che gli Stati membri prendano provvedimenti per raggiungere o mantenere un buono stato ecologico dell'ambiente marino entro il 2020. Uno degli undici descrittori qualitativi per la determinazione di un buono stato ecologico, nell'allegato è il punto 10). Le proprietà e le quantità di rifiuti marini non provocano danni all'ambiente costiero e marino: tale definizione, include le microparticelle, in particolare le microplastiche. Tuttavia, gli indicatori per il descrittore qualitativo 10) devono essere ulteriormente sviluppati e usati nelle valutazioni effettuate dagli Stati membri.

LE PROPOSTE DEL MOVIMENTO 5 STELLE
Alla luce di questo gravissimo problema che sta aumentando a livello esponenziale abbiamo rivolto al governo diversi impegni attraverso mozioni e risoluzioni parlamentari in cui abbiamo impegnato l'esecutivo ad assumere iniziative per prevedere, nell'ambito della normativa vigente sull'uso delle plastiche in Italia e per quanto consentito presso le competenti sedi europee, la dismissione della produzione e dell'uso di plastiche biopersistenti e l'incentivo all'uso di plastiche biodegradabili e compostabili secondo lo standard europeo (Uni-En13432).
Inoltre abbiamo chiesto di ridurre progressivamente l'uso di microgranuli e microperle in tutti i contesti dove, a seguito del loro utilizzo, finiscano dispersi nell'ambiente marino, fino a giungere al definitivo divieto nel nostro paese.

Bisogna promuovere, con il coinvolgimento del mondo dell'industria, incluse le imprese tessili e le compagnie di abbigliamento, la ricerca di tessuti sintetici costituiti da fibre biocompatibili e biodegradabili e, ove non fosse possibile, promuovere l'uso di fibre riciclate o che contengano la minima quantità possibile di microfibre non biodegradabili.

Occorre una seria e concreta campagna d'informazione sui danni ambientali e per la salute di suddetti micro-granuli, contestualmente promuovendo l'uso di materiali sostenibili (ad esempio, plastiche biodegradabili anche in forma micrometrica, purché biodegradabili) segnatamente nel settore dell'abbigliamento e della cosmesi, così come in quei settori industriali che tipicamente producono una ingente quantità di questi rifiuti (ad esempio, industria di imballaggio, costruzioni, automotive ed, infine, pesca e cosmesi).

Presso le competenti sedi comunitarie occorrono iniziative finalizzate:
  • allo sviluppo, nell'ambito della decisione della Commissione del 1o settembre 2010 sui criteri e gli standard metodologici relativi al buono stato ecologico delle acque marine, dell'indicatore 10) relativamente al criterio 10.1.3 – Tendenze nella quantità, nella distribuzione e, se possibile, nella composizione di microparticelle (in particolare microplastiche) – per l'aspetto relativo agli impatti biologici e alla loro tossicità potenziale; 
  • all'ammodernamento dell'impianto di filtraggio delle lavabiancheria, anche sollecitando l'inserimento delle microfibre nelle sostanze oggetto della direttiva 2011/65/UE, comunemente conosciuta come RoHS Restriction of Hazardous Substances Directive; 
  • alla revisione dell'utilizzo di nanomateriali in ogni prodotto cosmetico, assicurando un livello elevato di protezione dell'ambiente e della salute umana, anche alla luce dell'articolo 16, paragrafo 11, del regolamento (CE) 1223/2009. 

Un passo in avanti è stato fatto il 25 ottobre 2016 in cui abbiamo approvato all'unanimità un testo unificato alla Camera dei Deputati dal titolo: "Disposizioni concernenti la certificazione ecologica dei prodotti cosmetici."
Questo progetto di legge istituisce un marchio italiano di qualità ecologica dei cosmetici e prescrive che ogni prodotto abbia un ‘dossier ecologico’ in cui sia specificata la composizione e la quantità di sostanze non biodegradabili o che possano avere impatto su acqua e ambiente e tipo di imballaggio.
Sono inoltre indicate le sostanze dannose per la salute o l’ambiente che non possono essere presenti in un prodotto per poter ottenere la certificazione ecologica. Il fine di questo provvedimento è quello di arrivare ad avere dei prodotti cosmetici che siano sia dermocompatibili che ecocompatibili e allo stesso tempo di tutelare la sicurezza dei consumatori, attraverso l’immissione in commercio di prodotti controllati e sicuri per la salute del consumatore. Sono inoltre indicate le sostanze dannose per la salute o l’ambiente che non possono essere presenti in un prodotto per poter ottenere la certificazione ecologica.
Si tratta di una proposta che va in direzione di una maggiore tutela dell’ambiente e della salute e punta a rafforzare una filiera virtuosa, che puntando su ricerca e innovazione, potrebbe diventare uno dei nuovi campi di azione della green economy e della chimica verde.
Il documento finale andrà quindi a coprire una lacuna normativa sentita nel nostro paese. Infatti la sensibilità dell’opinione pubblica verso il biologico e il naturale, anche per quanto riguarda la cosmesi, è in continuo aumento e questo fa avvertire maggiormente il vuoto legislativo. La proposta di legge sulla cosmesi sostenibile adeguerebbe l’Italia ai Paesi più avanzati dell’Unione Europea in questo settore.

SINTESI DEL PROVVEDIMENTO
Il testo in esame è frutto di una iniziativa trasversale di diversi gruppi parlamentari per intervenire in una materia piuttosto delicata relativa alle sostanze contenute nei prodotti cosmetici di comune utilizzo, al fine di garantire  la tutela della salute e l'informazione dei consumatori, la qualità dell’ambiente nonché la vigilanza sulla composizione e sull'etichettatura dei prodotti.
L'articolo 1 chiarisce l'ambito di applicazione del provvedimento riferendolo ai prodotti cosmetici, rinviando espressamente al Regolamento (CE) 30 novembre 2009, n. 1223. Il regolamento stabilisce, inter alia, il divieto degli esperimenti sugli animali.
L'articolo 2 dispone  l'istituzione del marchio collettivo denominato marchio italiano di qualità ecologica. Si ricorda che il marchio collettivo è un segno distintivo che svolge principalmente la funzione di garantire particolari caratteristiche qualitative di prodotti e servizi di più imprese e serve a contraddistinguerli per la loro specifica provenienza, natura o qualità. Si dispone, inoltre, che l'uso del marchio italiano di qualità ecologica viene concesso, su richiesta del produttore, per i prodotti cosmetici individuati ai sensi dell'articolo 1, che soddisfano i parametri ecologici di cui all'articolo 3 e che presentano un impatto ambientale inferiore alla media dei prodotti in commercio.
L'articolo 3 stabilisce i parametri ecologici per ciascuna tipologia di prodotto cosmetico, nonchè i connessi criteri di valutazione e calcolo applicabili ai prodotti cosmetici ai fini dell'attribuzione del marchio di qualità ecologica che dovranno essere definiti dal Ministero dell’Ambiente, della salute con il supporto tecnico dell’Ispra e dell’Istituto superiore di sanità.
A tale riguardo si evidenzia che nelle commissioni riunite VIII e X sono stati approvati degli emendamenti del gruppo M5S finalizzati a:
·    -  introdurre un termine per l’esercizio da parte del Governo per la definizione specifica dei limiti, dei metodi di prova, nonché dello strumento di calcolo
·    -  estendere la definizione dei suddetti parametri all’intero ciclo di vita del prodotto così da garantire in maniera rafforzata la salute del consumatore nonché la qualità dell’ambiente
·    -  estendere il calcolo dell’impatto tossicologico anche sulla qualità delle acque oltre che sulla flora e fauna acquatica
L’articolo 4 prevede la procedura per la concessione dell'uso del marchio. Infatti si dispone che  il produttore, al momento della richiesta del marchio di qualità ecologica, deve dichiarare:la composizione del prodotto, con la denominazione, gli elementi identificativi, la quantità e la concentrazione di ciascun componente, compresi gli additivi, la funzione di ciascun componente nel preparato e la scheda informativa o di sicurezza relativa al prodotto medesimo. Per ciascun componente che non deve essere testato sugli animali, il produttore fornisce la documentazione necessaria ai fini della certificazione, la quale può provenire anche dai fornitori del produttore La richiesta è trasmessa al Comitato, che verifica la conformità della domanda e dei prodotti rispetto ai criteri indicati nei regolamento di cui all'articolo 3. 
L'articolo 5 prevede che l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e dell'Istituto superiore di sanità (ISS) diano il proprio supporto tecnico, logistico e funzionale a favore del Comitato  per il marchio comunitario di qualità ecologica dei prodotti (Comitato per l'Ecolabel e per l'Ecoaudit istituito presso il Ministero dell'ambiente), di cui al D.M. n. 413/1995, organismo competente, come detto, all'assegnazione del marchio in esame.
L'articolo 6 chiarisce che i controlli indicati dalla legge sono finalizzati a promuovere segnatamente: la riduzione dell'inquinamento idrico, la riduzione al minimo della produzione di rifiuti, la riduzione o la prevenzione dei potenziali rischi per l'ambiente connessi all'uso di sostanze pericolose, la prevenzione dei potenziali rischi per la salute connessi all'uso di sostanze pericolose, nonché la coerenza dell'etichettatura rispetto ai contenuti del prodotto.
L’art.7 enumera le fonti di finanziamento del Comitato di cui all’art. 2 e 5 della legge, sostanzialmente riferendosi agli oneri connessi allle spese di istruttoria, all’utilizzazione annuale del marchio nonché ogni altra attività di controllo e certificazione richiesta dal privato.
L’articolo 8  sanziona la contraffazione o l'alterazione del marchio italiano di qualità ecologica o la sua utilizzazione in violazione della legge, a tal fine richiamando alcune disposizioni del codice penale nonché l'art. 127 del Codice della proprietà industriale. Come ha osservato anche la Commissione Giustizia nel parere che espresso bisogna individuare espressamente le condotte oggetto di sanzione penale o, in alternativa, siano specificamente indicate le disposizioni di cui allibro secondo, titolo VII, capo II, del codice penale.
L'articolo 9 prevede una sorta di “tagliando” dell’intervento normativo stabilendo che il Ministero dell'ambiente provvede, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, alla revisione del decreto del Ministero dell'ambiente del 2 agosto 1995, n. 413, per adeguare, tra l’altro,  le norme sul funzionamento del Comitato alle disposizioni di cui alla presente legge.

Il disegno di legge approvato alla Camera è stato trasmesso al Senato il 28 ottobre 2016 e giace ancora lì in attesa di essere approvato da quasi un anno. Provate ad immaginare come mai...
Oggi, meno del 5% della plastica viene riciclata, il 40 per cento finisce in discarica e un terzo direttamente negli ecosistemi naturali, quali gli oceani. E se all’inquinamento si aggiunge la continuativa emissione di gas serra e la pesca intensiva i dati peggiorano ancora: gli scienziati hanno valutato infatti che l’impatto del cambiamento climatico sugli ecosistemi marini e sulla fauna porterà a un’estinzione di massa entro il 2050. E’ tempo di invertire questa rotta e di prenderci le nostre responsabilità.


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30/06/17

NO ai rifiuti SI al distretto agroalimentare

Venga impedita la concessione per la costruzione di una piattaforma per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti in Località Cammarata, nel comune di Castrovillari. A riguardo ho depositato un’interrogazione parlamentare ai ministri dell’ambiente e dell’agricoltura. La richiesta di autorizzazione è per un impianto che sarebbe pronto ad ospitare una quantità rifiuti pari ad oltre la metà di quelli prodotti dall’intera regione Calabria nel 2015. Un mega impianto, che sorgerebbe nel cuore del Distretto Agro-alimentare di Qualità (DAQ) di Sibari, istituito con specifica legge regionale. Da tale distretto, che ho visitato insieme ai produttori la scorsa settimana, dipende il 45% della produzione agroalimentare di tutta la Calabria e vi trovano lavoro circa 5 mila addetti. Non è assolutamente opportuno calpestare questa importantissima realtà che nonostante la crisi riesce a garantire occupazione rispettando la vera vocazione del territorio. Se la mia proposta, che vieta la costruzione di impianti inquinanti nei pressi di colture di pregio fosse legge, questo impianto non si potrebbe costruire a prescindere.
La realizzazione di questo impianto nel DAQ di Sibari sarebbe una grave miopia politica e può diventare un pericoloso boomerang destinato ad affossare l’economia e le attività imprenditoriali agricole già esistenti, oltre che a costituire un danno d’immagine anche solo in fase di progetto. Inoltre, sappiamo bene che in Calabria la gestione dei rifiuti è spesso infiltrata dalla criminalità organizzata, per questo motivo sarebbe necessario costruire impianti di piccola portata in luoghi più idonei, in cui i rifiuti possano essere tracciabili e riconoscibili e non mega-impianti come quello di Cammarata.
Nella mia interrogazione ho chiesto al governo di intervenire al più presto per opporsi alla eventuale concessione dell'autorizzazione e di tutelare la vera economia del territorio. Il progetto, infatti, è palesemente inammissibile perché aperto alla ricezione di rifiuti provenienti da altre regioni italiane, in evidente violazione con i principi nazionali ed europei. La regione Calabria non può rimanere ancora indifferente, invito il Presidente Oliverio e l'assessore Rizzo a bloccare subito questa ennesima porcata.






Siccità: il Governo annuncia oltre 700 mln euro ma senza piano. Occorre migliorare rete irrigua e sistema assicurazioni.

Il Governo annuncia un pacchetto di investimenti per complessivi 700 milioni di euro nei prossimi anni ma senza spiegare come intenda verificare a livello nazionale, e in via preliminare, le opere irrigue esistenti e l'operato dei diversi consorzi né ha spiegato con quale cronoprogramma intenda realizzare la riprogettazione della rete idrica e di quella consortile.
Questo è quanto abbiamo appreso a seguito della risposta del Ministero delle Politiche Agricole al nostro question time sulle ripercussioni della siccità nel settore agricolo.
Il Ministro Martina si è soffermato sulla dotazione finanziaria che da sola non è sufficiente a garantire una corretta gestione della risorsa idrica in agricoltura, vista soprattutto la situazione a macchia di leopardo che ad oggi ne caratterizza la gestione. Da un lato infatti ci sono opere per le quali i soldi tardano ad arrivare e dall'altro, i consorzi che non garantiscono una trasparenza nella gestione dei fondi per gli interventi necessari. Inoltre il ministro dice che 'proprio in questi giorni pervengono le proposte progettuali per l'efficientamento nell'uso dell'acqua in agricoltura con investimenti mirati atti a migliorare la capacità di accumulo delle acque e le modalità di gestione della risorsa idrica a fini irrigui'. Una questione nota da tempo e che testimonia come non ci sia ancora un cronoprogramma per la prevenzione della siccità ma che si è ancora alla fase embrionale della presentazione dei progetti. Senza pianificazione si rischia di replicare la cattiva gestione della risorsa idrica e dei soldi pubblici affidandosi all'onestà delle singole realtà territoriali. Chiediamo inoltre l'introduzione di un Piano Nazionale degli Invasi per poter trattenere le acque di pioggia, creando riserve utili e limitando il rischio idrogeologico per le comunità, visto che attualmente riusciamo a preservarne solo l'11%.
Migliorare la rete irrigua e il funzionamento del sistema di assicurazioni per gli agricoltori per prevenire l'emergenza idrica legata alla siccità e le relative conseguenze negative sui raccolti è, in sintesi, il contenuto di una nostra risoluzione presentata in Commissione Agricoltura alla Camera dei Deputati.
Ad oggi le anomalie legate al cambiamento climatico, in particolare l'incremento della temperatura e la scarsità di pioggia, hanno provocato danni al comparto che, secondo le prime stime di alcune associazioni di categoria, si attestano intorno al miliardo di euro. Un fenomeno ormai noto da tempo che andrebbe riconosciuto e prevenuto, innanzitutto come una crisi ecologica oltre che produttiva, prima di trovarsi a fronteggiare l'ennesima emergenza. Stando alla situazione attuale, chiediamo che quindi sia promosso il sistema assicurativo agevolato, anche tramite i servizi Ismea e Rete Rurale per potenziarne la struttura informativa, e migliorato ulteriormente attraverso una più efficace organizzazione delle procedure, prevedendo che il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, rediga il Piano Assicurativo annuale e predisponga la possibilità di presentare la Manifestazione di interesse o il Piano Assicurativo Individuale nel corso del mese di ottobre al fine di consentire la sottoscrizione delle coperture assicurative già dai primi giorni di novembre e a prevedere la possibilità di validazione dei criteri di risarcimento delle polizze da parte del Ministero evitando il silenzio-assenso al fine di avere polizze assicurative chiare e in tempo per i periodi più critici.
Tra gli interventi proposti per migliorare l'approvvigionamento idrico: velocizzare il completamento delle opere irrigue, pubblicare ed aggiornare costantemente l'avanzamento dei lavori al fine di registrare i progressi compiuti; promuovere ed incentivare l'uso di sistemi irrigui di precisione e della rete IRRIFRAME e ad aggiornare i dati presenti nel SIGRIAN.

28/06/17

Maladepurazione: il commissario unico sostituisce i precedenti commissari regionali

Il 10 marzo scorso è entrata in vigore la legge 27 febbraio 2017, n.18, di conversione in legge del decreto-legge 29 dicembre 2016, n.243, recante «Interventi urgenti per la coesione sociale e territoriale, con particolare riferimento a situazioni critiche in alcune aree del Mezzogiorno».
L'articolo 2 è intervenuto nuovamente sulla gestione degli interventi necessari all'adeguamento dei sistemi di collettamento, fognatura e depurazione delle acque reflue, oggetto di sentenze di condanna della Corte di giustizia dell'Unione europea in ordine all'applicazione della direttiva 91/271/CEE e di procedure di infrazione in corso, promettendo, con tale disposizione, di superare la grave inefficacia delle misure sinora adottate dallo Stato italiano, a fronte dei preoccupanti rilievi della Commissione europea, affidando i compiti di coordinamento e realizzazione degli interventi ad un unico commissario straordinario del Governo che, a far data dal decreto di nomina, agirà in sostituzione dei commissari straordinari già nominati.
Secondo quanto previsto dalla legge di cui sopra, «il Commissario presenta annualmente al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare una relazione sullo stato di attuazione degli interventi di cui al presente articolo e sulle criticità eventualmente riscontrate». 
Considerato che la Commissione europea, sulla procedura di infrazione n. 2004/2034, ha nuovamente deferito l'Italia alla Corte di giustizia, ai sensi dell'articolo 260 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, sarebbe opportuno che il commissario unico trasmettesse con cadenza semestrale una relazione alle commissioni parlamentari competenti sullo stato dell'arte e sugli obiettivi raggiunti in riferimento agli agglomerati urbani oggetto delle procedure di infrazione.
Nonostante la legge n. 18 del 2017 sia entrata in vigore il 1o marzo 2017 e considerata l'urgenza degli interventi, il commissario straordinario è stato nominato solo con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.128 del 5 giugno 2017.
L'insufficiente depurazione e gli scarichi inquinanti rappresentano, secondo il rapporto di Legambiente 2016, il reato più contestato e in crescita rispetto al 2015 e rappresentano il 31,7 per cento delle infrazioni contestate.
La settimana scorsa durante il question time alla Camera dei Deputati abbiamo rivolto questa domanda al Ministro dell'ambiente Galletti:
"se intenda comunicare quali provvedimenti sono stati assunti negli oltre 4 mesi intercorsi tra l'entrata in vigore del decreto-legge sul Mezzogiorno e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale della nomina del commissario, contestualmente comunicando quali provvedimenti urgenti il commissario intenderà assumere per garantire le operazioni di collettamento, fognatura e depurazione delle acque reflue anche in relazione alla qualità delle acque di balneazione."

Di seguito vi riporto testualmente la sua risposta:
"Grazie, Presidente. Ringrazio l’onorevole Daga per l’interrogazione che ci dà la possibilità di fare il punto su una situazione molto importante. Con riferimento alle criticità dei sistemi di collettamento, fognature e depurazione delle acque reflue nelle aree del Mezzogiorno, occorre innanzitutto premettere che le competenze per la realizzazione degli interventi necessari erano state assegnate, nella quasi totalità dei casi, ai commissari straordinari. Per superare le problematiche riscontrate e per riportare a unitarietà la situazione commissariale, si è optato per una scelta di good governance auspicata formalmente dalla Commissione europea.
Al riguardo si fa presente, comunque, che le attività di adeguamento promosse dai precedenti commissari, in accordo con il commissario straordinario unico subentrante, si sono svolte con continuità sino alla data di registrazione del decreto di nomina dello stesso, avvenuta il 18 maggio 2017. Dal suo subentro ad oggi, oltre a svolgere incontri e sopralluoghi, l’attività del nuovo commissario si è focalizzata principalmente sulla definizione dei necessari strumenti organizzativi e operativi.
In particolare, sono stati definiti i contenuti delle convenzioni: con Sogesid, quale centrale di committenza per incarichi di progettazione e direzione dei lavori e che svolgerà la necessaria assistenza tecnico-amministrativa e legale; con Invitalia, che fungerà da centrale di committenza per l’affidamento dei lavori di realizzazione delle opere. Si è inoltre provveduto alla predisposizione del regolamento per l’istituzione di un albo di professionisti ai quali affidare incarichi di progettazione e direzione dei lavori. È stata inoltre definita una convenzione per regolare i rapporti con il comune di Catania per il completamento della rete fognaria del depuratore e della condotta a mare e un’altra convenzione con ENEA per incentivare il riutilizzo delle acque dei fanghi ed affiancare il commissario nella ricerca di soluzioni sostenibili in contesti ambientalmente vulnerabili.
Va, infine, evidenziato che si stanno valutando ulteriori misure normative volte a semplificare ed accelerare la realizzazione degli interventi e l’adeguamento del sistema di collettamento fognature e depurazione sul territorio. Per quanto di competenza, rassicuro gli onorevoli interroganti che il Ministero continuerà a svolgere la propria attività mantenendo alto il livello di attenzione sulla questione."

Come volevasi dimostrare alla fine, da quattro mesi ad oggi non è stato fatto niente, ovvero sono state fatte le operazioni preliminari che avevano fatto i quattro commissari che avevano messo prima. Chi li aveva scelti quei quattro commissari? Proprio questo governo! Quindi, alla fine è una reale presa in giro. Ad oggi siamo ai primi giorni d’estate e, come le estati passate ci troviamo con depuratori che scaricano a mare l’impossibile.
La risposta del Ministro non ci soddisfa assolutamente perché sono le classiche
procedure che deve fare un commissario: vedere come organizzare il proprio lavoro e,
quindi, in pratica la stessa cosa, come dicevo prima, che hanno fatto i quattro commissari. Oggi abbiamo un commissario unico che sostituisce i quattro commissari regionali. Un commissariamento superlativo insomma...e nel frattempo gli stronzi a mare continuano a galleggiare...e non solo quelli!



Crolli sulla statale 106: i nostri allarmi inascoltati

Statale 106 - tratta catanzarese

All'inizio del 2015 lanciammo l'allarme sulla pericolosità di tratti catanzaresi della nuova statale 106. Interrogammo anche il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, ancora silente. Le iniziative della Procura di Catanzaro sui recenti crolli nei punti all'epoca segnalati confermano l'indifferenza della politica, che ora dovrà risponderne, a Roma come in Calabria. Nella mia interrogazione avevo evidenziato le conclusioni negative della commissione sui lavori. Lo stesso organismo di verifica ritenne dunque opportuno non assegnare alcun punteggio alle proposte di variante. Adesso possiamo soltanto consolarci ripetendoci che l'avevamo detto. Resta il dato incontestabile, cioè l'immobilismo complice di una politica che da Scopelliti a Oliverio agisce con miopia e irresponsabilità, tacendo sino a quando non capita la tragedia. Questo è uno dei tanti casi di sottovalutazione dei moniti che, come MoVimento 5 Stelle, abbiamo lanciato con gli strumenti parlamentari a nostra disposizione. Come sempre, la magistratura è costretta a esercitare un ruolo, prezioso, di supplenza dei governanti di destra e sinistra. Oggi lo sanno tutti i calabresi, che non hanno strade efficienti e nemmeno sicure.

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27/06/17

Siderno: bonificare con urgenza l'area ex laboratorio BP

Il governo si mobiliti con urgenza per poter garantire la bonifica dell’area di Località Panizzi, nel comune di Siderno, presso il ‘Laboratorio BP Srl’. E' quando ho chiesto in un’interrogazione parlamentare rivolta ai ministri dell’ambiente e della salute ed al Presidente del Consiglio Gentiloni. 
Il sindaco di Siderno ha chiamato i calabresi a presenziare ad una manifestazione indetta per sabato 8 luglio per sensibilizzare il governo al fine di inserire l’area di località Palizzi tra i Siti d’Interesse Nazionale. Sarò presente alla manifestazione, anche al fine di porre l’attenzione sulle continue emergenze ambientali della nostra regione.
Incredibilmente la politica ha dimenticato Siderno per più di 20 anni. È infatti dal 1994, a seguito dell’esplosione di un reattore, che l’area sidernese è in una situazione di vera e propria emergenza. Non è pensabile immaginare che un comune possa farsi carico di una bonifica di questa portata, che interessa 900 fusti che si stanno deteriorando, causando problemi di salute ai cittadini.
La messa in sicurezza del territorio deve essere la priorità per la Calabria. La nostra regione deve ripartire dai temi ambientali, non solo per potersi rilanciare sotto il profilo strettamente turistico, ma innanzitutto per garantire la salvaguardia della salute dei propri cittadini.

Di seguito il testo dell'interrogazione parlamentare:

Al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute - Per sapere - premesso che:

nel 1994, in località Pantanizzi, nel comune di Siderno (Reggio Calabria), è esploso un reattore del Laboratorio/BP – intermedi organici farmaceutici. Sarebbero, da notizie di stampa, ben 77 le sostanze cancerogene, genotossiche, teratogene, ecotossiche, irritanti e corrosive contenute all’interno di centinaia di bidoni, a tutt’oggi, abbandonati a Siderno (RC). Due sono i principali rischi: l’emissione di veleni nell’aria (l'idrazina ed il diclorobenzene arrecano danni cronici anche a bassissime concentrazioni ) e lo sversamento nel terreno e dunque l’infiltrazione nelle falde acquifere con danni irreparabili per l’ambiente e per la salute umana;

con Ordinanza del Commissario n° 2467 del 5 maggio 2003 è stata disposta ed eseguita una prima parziale bonifica con la quale sono state smaltite 549 tonnellate di rifiuti tossici, ben al di sopra delle 300 inizialmente previste dal piano dei lavori. Ciononostante sarebbero 900 le tonnellate ancora da smaltire a soli 50 metri dalle case e non molto lontano dal centro cittadino che verrebbe coinvolto in caso di imprevisti, 

molti dei fusti contenenti i rifiuti sono detoriorati e si assiste alla fuoriuscita di materiale e la conseguente propagazione nell’atmosfera delle sopra esposte sostanze tossiche;

a Siderno sono in aumento tumori e morti per leucemia ed il sindaco, in più occasioni, ha chiesto, senza ahimè ottenerlo, un intervento urgente della Regione Calabria e del Governo e sta informando - l’ultima nota è del 20 giugno scorso – sui danni per l’ambiente e la salute dei cittadini che vi abitano;

negli ultimi tredici anni negli archivi del Dipartimento Ambiente della Regione Calabria non vi è traccia di alcuna domanda formale di inserimento nei piani di bonifica della suddetta area -:

se con urgenza non ritenga di promuovere iniziative atte ad effettuare una efficace quanto urgente bonifica dell’area citata nelle premesse che i cittadini attendono da ben 13 anni.

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20/06/17

Discarica di Celico: sospesa l'AIA

L' AIA sulla vergognosa discarica di Celico è stata finalmente sospesa! Grazie al Comitato Ambientale Presilano che non ha mai mollato abbiamo vinto una battaglia ma la guerra contro chi specula sul business dei rifiuti e sulla nostra salute ancora è lunga! Il MoVimento 5 Stelle continuerà a stare al fianco dei cittadini liberi che vogliono portare avanti una vera battaglia di civiltà per lo sviluppo di un'economia sana e circolare.

19/06/17

Designazione di un primario all'ospedale di Soverato: "ritardi ingiustificabili"

Senza ulteriori lungaggini, l'Asp di Catanzaro concluda la comparazione dei curricula per assegnare l'incarico di primario di Chirurgia generale nell'ospedale di Soverato.
Non si comprende la ragione per cui l'Asp di Catanzaro non abbia concluso la pratica, che doveva definire già prima del pensionamento del primario del reparto, in quiescenza dal primo gennaio 2017. A riguardo ricordiamo che, solo a seguito delle nostre iniziative di sindacato ispettivo parlamentare dei mesi scorsi, il dg dell'Asp di Catanzaro, Giuseppe Perri, aveva garantito l'attivazione di una procedura pubblica, assicurando tempi rapidi e rispetto delle regole, a fronte del nostro dubbio, non peregrino ed esposto alla Procura di Catanzaro, di anomalie e possibili condizionamenti di tipo politico.
Ad oggi l'Asp di Catanzaro non ha mantenuto quelle promesse. Non vorremmo che l'imminenza del ballottaggio a Catanzaro pesasse su una scelta che deve restare lontana dai giochi della politica. Nello specifico, i gravi ritardi cumulati non trovano alcuna giustificazione, perché al massino servono due giorni per la comparazione dei curricula degli aspiranti.
Il dg Perri sia coerente con i propositi annunciati, per ora soltanto a parole. Nell'interesse pubblico e della tutela del diritto alla salute, vigileremo sulle determinazioni dell'Asp di Catanzaro, che abbiamo sollecitato ancora una volta per iscritto, informando anche la Procura guidata da Nicola Gratteri.

Paolo Parentela e Dalila Nesci

13/06/17

La schiforma della giustizia penale

La riforma del processo penale voluta dal ministro Orlando e da Renzi, arriva per la sua terza lettura alla Camera.
Al Senato è passata con la fiducia; anche alla Camera hanno appena posto la questione di fiducia. Molti i punti in discussione nella riforma: oltre quaranta articoli confluiti in un maxi emendamento di 95 commi.
Se pensiamo a come è stata scritta la legittima difesa dal PD, possiamo ben immaginare i disastri che questa riforma comporterà, anche in considerazione del fatto che è frutto di compromesso con Alfano, che arriva dove Berlusconi non era riuscito ad arrivare. Ecco alcuni punti particolarmente delicati del testo:

Divieto di pubblicare intercettazioniUno dei punti più gravi è lo stralcio e il divieto di pubblicazioni delle intercettazioni non rilevanti per un processo. Hanno deciso di mettere mano alle intercettazioni dopo le indagini di Mafia Capitale, l'inchiesta nella quale è finito dentro tutto il PD romano, e anche dopo l’inchiesta Consip, che ha visto coinvolti Renzi padre e il ministro renziano Lotti.
Sostanzialmente, vogliono inserire un meccanismo che renda più difficile far uscire i testi delle intercettazioni all’esterno (azione già vietata oggi), ma non si sa se vogliono inserire anche sanzioni nei confronti dei giornalisti che le pubblicano (il governo su questo ha delega in bianco). Infatti il giornalista ha il dovere/diritto di pubblicare intercettazioni - seppur uscite illecitamente - che riguardano la vita pubblica del Paese, ad esempio per amministratori pubblici, imprenditori, politici. I nostri emendamenti miravano a sopprimere questa possibilità e ad escludere sanzioni per i giornalisti, ma sono sempre stati bocciati. Alcune procure si sono già organizzate in modo da restringere la possibilità di far uscire queste notizie; in ogni caso resta difficile capire chi le ha fatte uscire perché sono in possesso di giudici, avvocati, personale amministrativo.

Utilizzo del “trojan” facilitato solo per reati di mafia e terrorismo
Mentre una commissione ministeriale sta tentando di creare una serie di norme “ad hoc” per i virus che possono essere utilizzati per intercettazioni, intercettazioni ambientali, captazione di flussi informatici e dati presenti nei pc ecc., il Governo interviene per normare l’utilizzo di questo strumento solo per la fattispecie di intercettazioni ed intercettazioni ambientali, ma con facilitazioni solo e unicamente per gravi reati di mafia e terrorismo, e quindi non per altri gravi reati come quelli di corruzione . I nostri emendamenti proponevano che queste facilitazioni si applicassero anche a uno dei reati più gravi per il nostro Paese attualmente: la corruzione, che manda in fumo decine di miliardi ogni anno. Al momento le semplici intercettazioni ed intercettazioni ambientali sono possibili a fronte di particolari requisiti stabiliti dal giudice. In questo modo quindi, l’utilizzo del trojan che oggi è al servizio delle esigenze delle indagini, sarà del tutto ristretto.

Tagli alle intercettazioni
Non contenti, PD e Governo, con la complicità di Alfano e Verdini, hanno addirittura previsto un taglio netto di circa 80 milioni di euro per i prossimi tre anni al budget per l’utilizzo delle  intercettazioni.
Esistono aziende che noleggiano gli strumenti per le intercettazioni: in alcuni casi, alcune Procure contattano sempre le solite aziende amiche. Con la scusa di “razionalizzare” le risorse, ed evitare clientelismi, il Governo taglia in maniera netta senza criterio, e la cosa bella è che lo farà a prescindere dalle modalità: ci deve essere un taglio del 50% delle spese per le intercettazioni, senza stabilire il come e il quando… pazienza se poi questo vincolo andrà a danno del più importante strumento di indagine per scovare corruzione e mafia!
 Il Governo prevarica il potere giudiziarioIl Governo prevede, inoltre, che i Magistrati non saranno più liberi di utilizzare i sistemi informatici che ritengono più idonei per procedere con le intercettazioni ambientali informatiche, ma dovranno attenersi scrupolosamente alle indicazioni che fornirà il Ministero della Giustizia. Cioè, sarà il Ministero a comunicare ogni anno con una circolare l'applicazione informatica che deve essere utilizzata dai Magistrati, dando così modo ai delinquenti, corrotti e corruttori di dotarsi preventivamente delle giuste contromisure in grado di annullare l'effetto delle indagini a loro carico. E se il Ministero tardasse ad emanare la circolare che succederà alle intercettazioni? I Magistrati potranno procedere oppure no?

Carcere per i cittadini che registrano
Il Governo ha anche previsto, con un’ulteriore delega, il carcere addirittura fino a 4 anni per tutti coloro (esclusi i giornalisti e soggetti coinvolti in un processo) che diffondono riprese audiovisive o registrazioni di conversazioni, anche telefoniche, svolte in presenza del soggetto registrato ed eseguite fraudolentemente. Proprio questa è la parola chiave, “fraudolentemente”: è un avverbio troppo generico, pieno di incertezze e che darà adito a mille dubbi interpretativi. Tradotto: carcere per chi fa informazione. Questa norma rappresenta davvero un bavaglio per tutti i cittadini (come i nostri attivisti) che non potranno più compiere registrazioni di incontri, riunioni, consigli comunali, ecc. considerato che potrebbero essere incarcerati, limitando di fatto la partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese e al controllo delle istituzioni.
Infatti saranno perseguiti i cittadini che faranno registrazioni e ne diffonderanno il contenuto per documentare e denunciare fatti che si scontrano contro l’etica o la morale, o del tutto irregolari, riguardanti politici, imprenditori, pubblici amministratori. Noi siamo fortemente contrari e vogliamo che il rischio carcere sia scongiurato. Dopo le nostre denunce alla Camera è stata tolta la punibilità per giornalisti e per l’utilizzo processuale: per noi è comunque insufficiente, perché chiunque, anche se non giornalista, ha diritto a documentare e diffondere fatti che ritiene incresciosi. Un cittadino registra un illecito, ma se la magistratura decide di non procedere, cosa succede? Si metterà in galera il cittadino? E se volesse registrare e diffondere quelle informazioni senza affrontare un processo?
Abbiamo ovviamente presentato emendamenti convintamente soppressivi di questo vero e proprio bavaglio, e faremo di tutto per fare approvare almeno alcune nostre proposte per escludere la punibilità quando le riprese o le registrazioni riguardano eventi o situazioni di carattere istituzionale, o nel caso le registrazioni siano utilizzate per denunciare pubblicamente irregolarità.
 Prescrizione
Sulla prescrizione l’attuale testo fa un passo indietro rispetto alla versione Camera. Infatti sparisce l’emendamento Ferranti che raddoppiava il termine di prescrizione per alcuni reati contro la pubblica amministrazione come la corruzione, ed inserisce la sospensione di un anno e mezzo dalla sentenza di primo grado a quella di secondo, ed un altro anno e mezzo dalla sentenza di secondo grado fino a quella di Cassazione. Tanto più che questa sospensione della prescrizione dopo le sentenze di primo e secondo grado per un solo anno e mezzo, rischia di favorire ulteriori comportamenti dilatori da parte del condannato appellante o ricorrente in Cassazione.
Il comma 14 modifica il secondo comma dell’articolo 161 c.p. che prevede che l'interruzione della prescrizione non può in nessun caso comportare l'aumento di più della metà del tempo necessario a prescrivere una serie di reati contro la P.A. Questa modifica è solo un timido ‘passo avanti’, se si considera che oggi, per quei reati, l’aumento per interruzione è possibile solo fino a un quarto del tempo necessario a prescrivere.
Il Movimento ha un’idea chiara e semplice: fermare la prescrizione o al rinvio a giudizio o alla sentenza di primo grado, come richiesto da ANM e Direzione Nazionale Antimafia. Questa riforma risulta quindi una vera e propria presa in giro, anche perché le sospensioni e le interruzioni della prescrizione nel nostro codice hanno un limite, una norma quindi puramente di facciata utile solo per dire all’Europa di averla fatta, quando ben altro veniva richiesto, ovvero almeno l’interruzione della prescrizione dopo la condanna di primo grado.
 Delega sull'odinamento penitenziario e certezza della pena
Nella riforma penale è presente un allentamento, attraverso la solita delega in bianco a firma PD, delle condizioni di restrizione anche per i detenuti in Alta Sicurezza (bracci destri dei boss), che passa anche dall’utilizzo di Skype o altri strumenti di comunicazione con l’esterno. E’ allarmante questa volontà, perché dopo Alta Sicurezza c’è solo il 41bis: ciò significa che in Alta Sicurezza sono presenti i sotto capi delle organizzazioni mafiose. Inoltre, se a un detenuto viene tolto il regime di massima sorveglianza, potrebbe accedere a misure più blande e comunicare all’esterno ordini dei boss. Questa intenzione ipotesi di annacquamento della detenzione a nostro avviso va controllata e non ci possiamo fidare di questo Governo. È allora indispensabile che i reclusi in Alta Sicurezza, come chiediamo con appositi emendamenti, debbano essere espressamente esclusi da questa sciagurata delega, compreso anche il punto sulle misure alternative al carcere, che risulta estremamente generico ma molto chiaro nelle intenzioni: estenderle il più possibile e quindi violare il principio di certezza della pena.
 Riduzione dei tempo di chiusura delle indagini
L’altro scempio presente nel testo governativo, è rappresentato dalla forte riduzione dei tempi di chiusura delle indagini preliminari. Il Magistrato inquirente, alla fine del periodo di indagine, avrà un termine di soli 3 mesi (es. per reati legati alla corruzione, che sono molto difficili da accertare) prorogabile una sola volta (15 mesi invece per strage, mafia e terrorismo): successivamente si può decidere se chiedere l’archiviazione o esercitare l’azione penale attraverso il rinvio a giudizio, pena l’avocazione obbligatoria dell’indagine ed il trasferimento del fascicolo al procuratore generale in Corte d’Appello (che attualmente ha organico limitato).
Questa misura, contenente tempi ristrettissimi per i PM, comporterà inevitabilmente che per la maggior parte delle indagini, anche delicate, il PM sarà indirizzato a richiedere il rinvio a giudizio in modo frettoloso per evitare avocazione e quindi eventuali ripercussioni a livello professionale, che vuol dire anche un intasamento del sistema perché le richieste di rinvio a giudizio aumenteranno, e anche le archiviazioni saranno meno ponderate, il tutto sulla base di uno scarso approfondimento e accertamento di situazioni anche molto delicate. Insomma, il caos. 

12/06/17

In bocca al lupo ai nuovi consiglieri comunali calabresi del M5S!



Sul territorio è davvero difficile. È una lotta ad armi impari. Noi non promettiamo nulla e non facciamo coalizioni con accozzaglie di liste civiche. Sappiamo benissimo che ai partiti piace vincere facile, tutto fa brodo pur di raccogliere voti. Come una rete a strascico, il voto di opinione viene intrappolato in logiche ormai note a tutti.
La maggior parte delle città sono state conquistate da ammucchiate di liste civiche, capitanate da foglie di fico, fatte ad hoc per accaparrarsi voti sul territorio nascondendo il vero volto dei partiti.

Questo modus operandi a noi è del tutto estraneo perchè riteniamo questa rivoluzione culturale più importante di una semplice competizione elettorale. Noi ci presentiamo soli con un unica lista e i nostri candidati non vengono scelti in base al pacchetto di voto in loro possesso. I nostri candidati non sono politici di professione e vengono scelti dagli attivisti in base ad un processo di selezione democratico dal basso. Chi partecipa attivamente nei meetup decide. Nessuno fa calcoli o strategie su chi può portarci più voti legati alla famiglia o amici. Per noi sono più importanti le idee e i contenuti non i contenitori. E chi decide con coraggio di esporsi in prima persona con il m5s sa di non avere una vita facile sul territorio.

È dura, noi parlamentari ce la stiamo veramente mettendo tutta e sarebbe stupido combattere questo sistema con la stesso metodo che usano i partiti. Questa rivoluzione culturale purtroppo si scontra con una triste realtà. Noi chiediamo un voto libero. Un voto coraggioso e di partecipazione in prima persona che spezza veramente le catene dal sistema clientelare. E invece la risposta che spesso abbiamo sul territorio va più o meno verso questa direzione: "io sono con voi a livello nazionale ma per il comune il mio voto purtroppo è già impegnato". Oppure addirittura: "io voto m5s ma mi sono dovuto candidare in una lista civica..."
Non basta lamentarsi e commentare dietro una tastiera. La politica vera sia fa sul campo con costanza e coerenza. E per farla sul campo bisogna esporsi fisicamente sul territorio con più coraggio e determinazione. Perchè nonostante le macerie che lasciano i partiti nei comuni e i dati allarmanti sull'emigrazione giovanile, i calabresi hanno troppa paura di spezzare quelle maledette catene e di cambiare veramente lo status quo.

Ne prendiamo atto ma non ci arrendiamo. Non molliamo di un centimentro. È SEVERAMENTE VIETATO CALPESTARE I SOGNI! Continueremo a lavorare e a seminare consapevoli che il terreno sotto i nostri piedi è pieno di insidie. Dobbiamo migliorare imparando anche dai nostri errori. Ma la via è tracciata! I risultati in Calabria sono indice di una crescita lenta, ma inesorabile.
È davvero un peccato non essere riusciti a vincere ad Amantea dove la nostra coraggiosa consigliera Francesca Menichino ha fatto un lavoro eccezionale che meritava ben oltre il 22,02% ottenuto. Ma anche ad Amantea abbiamo un portavoce in più, Francesca Sicoli.
A Luzzi abbiamo preso il 20,61% ed entra in consiglio comunale Michele Federico.
A Pizzo con l'8,47% entra in consiglio comunale la nostra Carmen Manduca e a Villa San Giovanni entra in consiglio con il 10,91% Milena Gioè. Ai ragazzi di Paola purtroppo non basta il 4,27% a Catanzaro invece stiamo incrociando le dita per entrare in consiglio comunale con Bianca Laura Granato che ha preso il 6,14%. Occorrerà aspettare ancora prima di avere la certezza. Ci aspettavamo di più ma questo risultato deve spronarci a lavorare meglio nel capoluogo di Regione che ha estremamente bisogno della presenza del MoVimento nel consiglio comunale.

Quando il MoVimento entra nei consigli comunali può finalmente gettare le basi per affermarsi meglio sul territorio. Fare politica dentro le istituzioni ci permette di crescere, maturare e migliorare in quel comune svolgendo un lavoro serio e concreto di opposizione. In fondo nei comuni dove siamo riusciti a vincere spesso c'è stato un buon lavoro all'opposizione prima. E la sola presenza di cittadini sentinella dentro i comuni per noi è molto importante. Quando siamo dentro nei consigli comunali è più facile per noi lavorare meglio e accendere quel famoso faro dentro le istituzioni. Una luce che prima non c'era e che servirà a creare quella trasparenza tanto temuta dalla solita politica del malaffare.

Continueremo ad andare avanti per la nostra strada che nonostante le mille difficoltà, è ormai tracciata. Con la consapevolezza che la comunità del M5S rispetto a ieri è cresciuta e inoltre: "NON POSSONO VINCERE CON CHI NON SI ARRENDE MAI!"
Grazie a tutti coloro che ci hanno sostenuto, a tutti gli attivisti per l'impegno e in bocca al lupo ai nostri nuovi guerrieri portavoce calabresi.

#ForzaECoraggio!

05/06/17

Il nulla politico

Enzo Ciconte si presenta come l'uomo della svolta per il futuro di Catanzaro. Un po' come Mario Oliverio fece alle ultime regionali, poi sappiamo come è andata a finire. Nel segno dell'alternanza e del cambiamento, dal 1998 Ciconte è Presidente dell'Ordine dei medici e degli odontoiatri della provincia di Catanzaro. Ciconte è inoltre primario cardiologo presso l'ospedale “Pugliese”, di cui è stato anche direttore generale. Un'importante figura della sanità, che da vertice del Pugliese aprì un pronto soccorso che non aveva i requisiti ma disponeva di una cucina all'interno. Cucinare è meglio che curare.
Da consigliere regionale della Calabria non ha mai aperto bocca sulle grandi questioni del diritto alla salute. Si ricorda un suo intervento piattissimo nella seduta del 30 marzo 2016 sulla sanità, dopo il quale si allontanò come uno stanco burocrate dell'Ottocento.
Sull'integrazione forzata tra Pugliese e policlinico universitario, Ciconte non ha detto nulla, benché sia un primario del Pugliese. E nulla ha detto o fatto sulla necessità di garantire sicurezza operativa alla Cardiochirurgia del policlinico “Mater Domini”, per cui i fatti ci hanno dato ragione. 
Nulla Ciconte ha detto sui quasi due miliardi di euro che lo Stato deve alla Calabria per la cura dei pazienti cronici; nulla sugli abusi della struttura commissariale per il piano di rientro; nulla ha detto sui conti opachi del piano di rientro; nulla sul rifiuto del sub-commissario Urbani di firmare il decreto sulle prime, indispensabili 600 assunzioni di personale; nulla sull'applicazione della normativa europea sui turni e i riposi obbligatori, in virtù della quale alla Calabria spettano circa 1300 operatori della sanità, tra medici, infermieri e altre figure. Nulla Ciconte ha detto sulle curiose procedure concorsuali per i direttori di unità operative in strutture dell'Asp di Catanzaro; nulla sull'illecito surplus di finanziamento del policlinico universitario; nulla sulla proroga illegittima dei commissari delle Asp di Crotone e di Reggio Calabria; nulla sulla proroga illegittima del commissariamento della Calabria per la sanità; nulla sul rifacimento arbitrario della rete dell'assistenza ospedaliera; nulla sulle nomine sanitarie illegittime riconducibili all'amministrazione di Oliverio-Pallapalla. Nulla su nulla.

Mentre noi del
 MoVimento 5 Stelle parlavamo e denunciavamo, Ciconte contemplava l'essenza politica del nulla. E, si sa, quando uno non dice e non fa nulla, poi viene candidato quale sindaco, proprio perché offre la garanzia di non dire e di non fare nulla.
Insomma, Ciconte è per Catanzaro il doppione di Guccione per Cosenza. Tutti e due ex assessori della prima giunta Oliverio, la cosiddetta «giunta leggera». Tutti e due coinvolti per peculato nella vicenda Rimborsopoli; tutti e due cariatidi del Partito democratico; tutti e due presunti portavoti. Tutti e due con la faccia di quelli che, come Ciàula di Pirandello, scoprono la luna.

Ciconte è alla sua seconda legislatura in Consiglio regionale. Siccome non è rientrato come assessore regionale, ora cerca un posto al sole da sindaco di Catanzaro. Del resto, in Consiglio regionale non può reggere: a forza di non fare nulla, finisce che poi qualcuno del Pd se ne accorge e lo contesta pure, e magari lo mandano a ripetizione da Gaetano Pignanelli, che almeno riveste il nulla politico di Oliverio di codici giuridici che farebbero impallidire perfino l'Azzecca-garbugli dei “Promessi sposi”.